La campana del Millennio

Si dice che il simbolo della croce sui documenti appartenga all’ignoranza e dunque a un mondo caratterizzato da una scolarizzazione inesistente, la quale, affermandosi nei secoli, ha permesso addirittura la firma, cioè ciò che attesta la volontà dei singoli.

Si dice e se ne dicono tante, ma se risulta che quella croce compaia anche in documenti eccellenti, cioè redatti da uomini colti, tutto diviene chiacchiera per la nostra e altrui croce, perché noi e alcuni altri sappiamo di un millennio perduto, di un Lost Millennium (Florin Diacu), di cui si sono perse le tracce, anche questo si dice, ma in realtà sono state capillarmente cancellate.

Quella croce su documenti, magari olografi, che testimoniano l’alto grado di alfabetizzazione attesta che il simbolo aveva valore legale e di per sé testimoniava, perché il Cristo ne era testimone, era testimone dell’autenticità della firma e della lucida volontà del redattore.

A tanto ammontava il grado di cristianità del passato, quel passato perduto perché perso, cioè fatto scomparire e di cui rimangono solo delle tracce, ma scoperte le quali si può risalire alla fonte, alla croce, quella che conferiva ogni titolarità, dalla corona al somaro.

Tutto ciò che è di buono si è attribuito alla scolarizzazione, ma solo perché la lavagna del passato è stata cancellata. Il millennio santo di Apocalisse è già passato, cancellato e si ode solo la campana del si salvi chi può.

Grazie signor Gianni Spagnolo

La sabbia negli occhi

Buongiorno Cremaschi, è con gioia che ancora mi rivolgo a lei con lettere di fretta, non così tanta, però, da impedirmi di dirle che anch’io una volta ho voluto farmi monaco a Vallombrosa, ma ci fu qualcosa che mi disse che non era quella la strada che però, nella sostanza, è rimasta monastica se ancora la regola vale: ora, lege et labora.

Ci siamo lasciati, mi pare, sul grande falso che fa emergere Pambo (J 758) e su quel 485 dei rifermenti biblici dell’introduzione della Mortari che divengono, con la scoperta di uno ulteriore, 486 numero e anno che si legge ghematricamente e cronologicamente, perchè υἱός (Ap 12,5) e πέτρα (Lc 6,48), nonché 486 a.C. anno della caduta di Babilonia.

Non credo che sia messa alla ricerca del 486 esimo riferimento, per cui glielo accenno, certo che ne emergerà un corpus che ha un suo significato, distillando l’Antico e il Nuovo Testamento alla luce dei Padri o del deserto, se preferisce.

Un’antologia, il meglio della Scrittura che sono certo ha un senso, ma dobbiamo trovare il fil rouge che li lega, cioè perché quei riferimenti e a cosa sono finalizzati. E’ dunque un’opera nell’opera, un’appendice ancora sconosciuta che ha però una cornice evidente di per sé, se tutto si conclude con il 486 esimo ancora ignoto che gli dà senso teologico e li raccoglie.

Quel riferimento mancante, infatti, è proprio Pambo e la sua profezia se siamo, come me, al corrente del grande falso scritturale, esegetico e patristico, se siamo cioè al corrente che tutto è stato corrotto come Pambo aveva predetto, tutto.

Ecco allora che quel 486 esimo rifermento conclude la scena e la racchiude, per cui non rimane che comprendere dove in esso si celi il riferimento e non è difficile ricorrendo “generazione” nel Detto, perché tutto si colloca alla luce di Lc 21,32 quando Gesù, nel suo ultimo anno di vita, il 35 d.C.preannuncia la catastrofe del 70 d.C.

Gesù disse che quella generazione avrebbe vista la catastrofe, cioè l’avrebbe vissuta; Pambo scrive che “la prossima generazione si appresta” a falsare tutto. Credo, però, che il greco originale, cioè non “grattato dalle pergamene” o quello ben tradotto, non riporti “la prossima generazione”, ma “questa generazione” rendendosi identico al passo lucano e dunque costituendo un preciso riferimento neo testamentario, in particolare il 486 esimo, permettendo a noi di vedere quell’ υἱός  che emerge dal corpus dei riferimenti.

La lettura dei Padri richiede lo stesso strabismo richiesto dalla Scrittura, perché è necessario un angolo di fuoco che sfugge persino al possessore di quel difetto visivo. La prospettiva e la sensibilità cambiano, così, ed emergono lati nascosti come la vita di Pambo che non fu un nascere e morire, ma profezia in virtù di quella sensibilità strabica.

Egli, infatti muore nel 375 e parla di generazione che non è biblicamente un di padre in figlio, ma una precisa metrica cronologica ed è quella che ispira tutta la genealogia matteana di 14 generazioni di 35 anni, per un totale di 490 anni, ghematria di κλείς Δαυίδ e io so perché.

Dunque Pambo, citando la generazione, permette a noi non solo di collocare non tanto il suo Detto, quanto la sua profezia, ma permette anche di comprendere almeno il capo di quel fil rouge che cerchiamo nel corpus dei riferimenti, il quale capo è il 340 come anno in cui cronologicamente si collocano le parole profetiche di Pambo.

Adesso occorre la sensibilità sfocata, perché quel 40 che emerge dal 340 altro non è che i 40 giorni di Gesù nel deserto, i 40 anni di deserto di Mosè e il deserto dei Padri e sta lì a dirci che quel 486 dei riferimento ottenuto sono il distillato, vetero (Mosè) e neo testamentario (Gesù) di un apprendimento mnemonico e di una vita alter Christi, insomma uno strabismo scritturale che ha visto oltre, ha visto altro rispetto al taglio elegante di una montatura intellettuale (capriccio ellenistico), cioè di un falso.

Buona giornata

La Donna, il Figlio e i Padri

Scrivo ancora a lei, Cremaschi, immaginando che legga e questo non è insolito in un blogger, spesso alle prese con il successo dei suoi post, il quale è davvero affidato alle mani di Dio, piucché del web.

Non ci occuperemo, però, del suo Detti editi e inediti, ma dell’edizione dei Detti della Mortari, di cui ho ben letta l’introduzione, nella quale c’è una nota curiosa che solo se si è al corrente del contesto in cui si potrebbe inserire diviene importante, cioè non casuale.

Essa è la numerazione dei rifermenti biblici, cioè il numero delle volte che, esplicitamente o implicitamente, i Padri fanno rifermento alla Scrittura nei loro apoftegmi. Se il fatto non avesse rilevanza, né la Mortari, né Guy lo avrebbero fatto notare, mentre entrambi hanno contato tutte le occorrenze.

Secondo la Mortari, esse sono 485, ma io credo -e ne sono quasi certo- che in realtà ammontino a 486 per un motivo semplice solo in apparenza, ma che rivelerebbe una realtà ben precisa che i Padri vollero simboleggiare con il 486.

Esso infatti è ghematria di υἱός (Ap 12,5) e quel figlio è figlio della Donna che fugge, non a caso, nel deserto dove ha un luogo preparato e dove risiederà 1260 giorni ( Ap 12,6). Quelle 486 volte, allora, non sono più frutto del caso, ma una precisa scelta, quasi un’antologia che vuole ricordare e riportare al deserto l’opera che più di altre ha colpito la fantasia nostra e, penso, anche quella dei Padri, cioè Apocalisse che accoglie la madre di colui che è destinato a governare le nazioni .

E’ il deserto, allora, che segna un’attesa messianica accogliendo non solo la Donna vestita di sole, ma tutti coloro che vivono quell’attesa e che, come lei, sono “fuggiti” (Ap 12,6.) nel deserto stesso (tema, quello della fuga, estremamente caro e importante nella patristica) come ha fatto la Donna, la quale, in questo senso, potrebbe divenirne la madre che farebbe del monachesimo un suo figlio.

In fondo, a me pare, che neanche ci sia bisogno di un un altro rifermento se già di per sé quel quattrocentottantaseiesimo esprime tutto questo, cioè riassume il senso dei riferimenti che lo precedono e dà loro un significato ulteriore rispetto a quello che avrebbero singolarmente nel loro contesto, il quale diverrebbe solo una sezione della grande cornice del 486 che li rivela, uno ad uno, in pienezza.

Ci pensi un po’ su e magari, attraverso quel gioco di specchi che è il web, mi faccia sapere, perché molto altro c’è da dire su quel 486 che diviene, in possesso dell’esatta cronologia biblica e storica, il 486 a.C., esatto anno della caduta di Babilonia, nonché ghematria di πέτρα (Lc 6,48), cioè di quella roccia su cui siamo invitati a fondare la casa e simbolo di una fede resistente che diviene grido e certezza: “Babilonia cadrà!”

Ha ragione Fossati, uomini poco allineati

Cos’è un monaco? o chi è? Chiederselo appare retorico vista la profusione di testi sull’argomento e basta solo scegliere, magari quello di grido, per conoscere le origini del monachesimo, cioè come e perché nacque.

Noi però vogliamo andare davvero alle origini, cioè alla radice del suo titolo, una radice etimologica perché certi che è lì che si conserva la natura. In questo senso, solo a prima vista la questione è facile: basta sfogliare, nel web, un dizionario etimologico per sapere che il monaco è solo (mònos).

Ma lo abbiamo già detto: di persone sole ne è pieno il mondo e se l’abito non fa il monaco, tanto meno lo fa la solitudine. Dunque deve esserci qualcos’altro che ha fatto i monaci e quel diverso è etimologico e ci parla di una (mònos) voce (ecos).

Dunque il monaco è colui che ha una voce ed quella di Dio, vuoi perché essi, in origine, penso ai Padri del deserto, avevano assimilato a memoria la Scrittura con cui erano, appunto, una cosa sola; vuoi perché la loro voce era la voce, quindi, di Dio.

Ecco allora spiegato un senso della patristica del deserto: “Dimmi una parola!” spesso si chiede al monaco, certi che quella era la voce di Dio, era la verità e il giudizio. Non si chiede, allora, una parola semplicemente illuminata, ma quella di Dio, che non è sapere umano frutto di studio, magari biblico, ma sapienziale, procedendo, essa, da Dio stesso.

Potremmo certamente scrivere che davvero il monaco è solo, ma lo è in virtù della sua intimità con Dio di cui è la voce nel mondo e questo lo rende non tanto solo, ma unico, qualcosa a sé stante e diverso, per natura, dallo scibile, cioè da ciò che si conosce e si può conoscere, perché egli è il frutto di un rapporto che attinge direttamente al cielo, per ispirazione.

Quei monaci non a caso sono anche chiamati anacoreti e qui si consuma l’errore sull’errore, se il primo è stato ridurre tutto alla solitudine monastica che è quasi una solitudine fisica. Infatti “anacoreta” è colui che “vive lontano” perché “monaco” cioè solo e dunque quella solitudine diviene prima persona, poi luogo di dimora, per lo più un deserto.

Ma è ben diverso se noi facciamo risalire etimologicamente l’anacoretismo da ana- coròs, cioè fuori dall’adunanaza e/o luogo in cui si canta, perché tutto si proietta sotto ben altra luce e si fonde con la condizione monastica che era voce, voce sola e fuori dal coro, cioè dall’adunanza, quindi da un magistero.

Emerge, allora, una solitudine che non è più fisica, ma spirituale e di parola, perché il monco prima e l’anacoreta poi sono coloro che odono la voce di Dio fuori da un contesto ufficializzato, spesso imposto, ancor più spesso magisteriale.

Il monaco non vive solo ma parla da solo a solo perché, come recita un apoftegma, lui e Dio sono soli al mondo, tanto che se non si ha chiaro questo, non siamo monaci, siamo solo dei laici sconsacrati, perché è più probabile udire la voce di Dio in un laico devoto che vive nel mondo, che in un monaco che ignora persino la sua identità, cara Cremaschi.

Il deserto nella Scrittura

Reverenda madre Cremaschi, le scrivo a quest’ora monastica perché ho l’abitudine di alzarmi non sempre presto, ma quando mi sveglio, magari dopo un sonno preceduto dalla lettura, capitolo per capitolo, del suo bel libro Detti editi e inediti dei Padri.

Leggo il suo lavoro con calma, spesso ritornando sul già letto, al fine di memorizzare per poi ruminare il Detto, certo che la prima lettura quasi sempre non basta. E’ dunque un percorso lento il cammino pagina dopo pagina, ma di tutto frutto, perché, come nel caso del libro della Mortari, che si è invece dedicata esclusivamente agli editi della collezione alfabetica, posso suggerirle una brevissima sintesi: essi sono il libro che dedica l’apoftegma più lungo all’esperienza più breve (Macario l’Egiziano 33).

Forse si sarà meravigliata del fatto che io abbia insinuato un falso di chiesa nella patristica del deserto, che abbia cioè scritto che essi sono stati oggetto di una manipolazione finalizzata all’omologazione a un Magistero successivo, operazione che li ha resi compatibili, tagliando le vette e gli abissi per inserirli in uno spartito anonimo sfigurandoli. Il concetto di chiave musicale, quindi, è di fondamentale importanza.

Infatti la chiave non serve ad altro che a far si che non si possano scrivere note né sopra né sotto l’apice e il pedice della chiave stessa, la quale dà, quindi, la misura allo spartito. Tutto ciò che è sopra la chiave non è musica, e così ciò che è sotto. Non è musica ciò che è troppo acuto e non è musica ciò che è troppo profondo. Tutto ciò non ha, però, generato una melodia ma, come nel caso del deserto, ha solo deturpato quella originale.

Può trovare davvero strano tutto questo, mentre è libera di giudicarlo calunnioso se, come nel caso di Zenger -ma penso anche a Jean Carmignac, perseguitato in vita e censurato in morte dalla sua stessa chiesa (cattolica, come quella di Zenger), io giunga sino a denunciare un omicidio premeditato in quella Pasqua che ha visto la morte di Zenger per mano del più classico “increscioso incidente”.

Giudichi un po’ come vuole, non prima però di aver letto ciò che lei stessa ha scritto, ma che le è sfuggito, non al corrente, come lo sono io, del grande falso che circonda non solo i Detti, ma la Bibbia e tutta la storia che essa contiene, in primis quella relativa alla vita, alla predicazione e alla morte di Gesù, avvenuta, quest’ultima, non nel 33 d.C., ma nel 35 d.C., quando quei due anni, come potrei scrivere a lungo, fanno non la storia in sé, ma la fede, perché Sant’Agostino ben scrive quando afferma che la croce sospende tra la terra e il cielo, ma quella croce, se non è ben piantata terra, diviene un simbolo incomprensibile, immaginario, teologico nel senso più vago. Quella terra, quella solidità di cui la croce ha bisogno altro non sono che una storicità certa e questa passa solo attraverso un incontrovertibile 35 d.C.

Tale anno, dunque, diviene il simbolo del grande falso o, per ricorrere a un’espressione paolina, altro personaggio a mio parerer losco, molto losco, della grande impostura che tutti aspettano, ma che è già in atto e imperante.

Non c’è niente di cui meravigliarsi: i Padri avevano profetizzato tutto, come ho letto ieri sera a pagina 167-169 (J 758) del suo libro, pagina in cui si dice chiaro che tutto, in particolare il deserto, sarà oggetto di una falsificazione sistematica secondo un “capriccio ellenizzante”, si legge, ma in verità finalizzata all’avvento di un ante Cristo che ha l’unico scopo di riportare in vigore la Legge a discapito della Giustizia, l’uomo anzjché Dio.

Concludo citando il Detto nella sua parte più importante, affinché lei e un altro eventuale lettore possano sin da subito comprendere non solo il dramma che stiamo vivendo, ma la bellezza perduta di un deserto ormai anch’esso popolato di spettri.

Ti preannuncio, figlio mio, che verrà un tempo in cui i cristiani corromperanno i libri dei santi apostoli e dei divini profeti, in cui gratteranno dalle pergamene le Sante Scritture per scrivere tropari e discorsi in stile ellenizzante; il loro spirito andrà in visibilio per questi ultimi e proverà disgusto per le prime. Per questo i nostri padri ci hanno detto che gli abitanti di questo deserto non dovevano scrivere le Vite dei padri su pergamene, ma su papiri, perché la prossima generazione si appresta a grattare le Vite dei padri per scrivere altro, secondo il loro capriccio.

(Cremaschi, Detti editi e inediti dei Padri del deserto, pp 167-169)