Nani, giganti e ballerine

Reverenda madre Lisa Cremaschi,

ho acquistato e sto leggendo il suo bel libro Detti editi e inediti dei Padri del deserto e, dopo aver innumerevoli volte consultato gli editi nella versione della Mortari, posso dire che forse il meglio era nascosto.

Tra le sue parole e tra le altre cose, infatti, scorgo una precisazione che può sfuggire a molti e che molti altri, invece, riterranno opportuna, mentre io la trovo assolutamente fuori luogo, perché errore che si aggiunge all’errore già di per sé non grosso, ma grossolano.

Insomma un panno rozzo e non ruvido, di cui sfugge il taglio e la piega, tanto che non ha verso e veste male non tanto il monaco in sé, ma Giovanni “il Nano”, il cui appellativo, grazie al suo determinativo, fa esplicito riferimento alla statura e diviene, appunto e semplicemente, Giovanni “il Nano”, che così non si sbaglia.

Beh, se avrà la pazienza di leggere sino in fondo, capirà che i centimetri sono il cavolo per un déjeuner sulla sabbia che pochi apprezzeranno, poiché tradisce un’assoluta mancanza di senso: quello patristico, che vuole gli uomini e le donne del deserto monaci e non fenomeni da circo, per cui a Giovanni il Nano non si associa, in un’immaginaria coppia da avanspettacolo, Macario il Grande.

L’errore di fondo che si commette, e che lei rimarca determinandolo con un articolo, dipende dalla assoluta mancanza dell’idea stessa che fa i monaci, i quali si crederebbero e si vedrebbero soli (mónos) per una solitudine fisica e rabbiosa, lontana da tutti e da tutto, quando il senso, stavolta per la meraviglia di tutti, è una originalità di pensiero e di sentimenti; di testa e di cuore, cose che li renderebbero soli anche in un cenobio metropolitano.

E’ lì, cioè nell’anima, che nasce la solitudine del monaco, se non fosse altro perché di persone sole ne è pieno il mondo, ma non sono monaci, non sono soli, perché il loro cuore e la loro mente sono integrati, quando invece il monaco è dis-integrato, schizzato via da un’esigenza di solitudine che esplode all’improvviso e lo fa solo, solo con i suoi pensieri, i suoi sentimenti e le sue urgenze.

Dunque se il monaco non lo fanno i centimetri che misurano la distanza tra lui e gli altri, Giovanni il Nano non lo fanno i centimetri tra la terra e la punta delle sue orecchie, non le pare? Non trova che sia stato vestito di stracci, invece che con una povera tunica?

Le dirò io perché “il Nano” senza però riferire integralmente gli apoftegmi che lei conoscerà certamente a memoria e potrà così, anche con un solo accenno, valutare la fondatezza dei miei argomenti e la reale statura di Giovanni che era, non ci crederà, “il Gigante”.

Come lei ben saprà, Giovanni fu accusato per ben due volte a causa dell’invidia:

la prima lo si accusò di essere un calice “pieno di veleno” (Alf.8, veleno, non a caso veleno).

La seconda di essere una prostituta “che si fa bella per accrescere il numero dei suoi amanti”. (Alf. 46)

Entrambe le offese furono pubbliche, ma lui non ebbe un moto di esitazione ad accusarsi ancor di più e, in soldoni, come nel caso del calice, rispose che era ben peggiore di quello che a prima vista si poteva intuire e si fece, quindi, ancora più piccolo delle già irrisorie misure attribuite dall’invidia.

Già avrà capito perché è detto e scritto “il Nano”: egli aveva come arma di difesa una portentosa capacità di umiliarsi, quando tutto consigliava almeno di riscattarsi, sebbene di un pochino.

Ma non fu solo questo che lo fece un gigante, perché la tecnica da lui adottata per scampare alle insidie del diavolo egli la mutua dalla natura, dall’eterna lotta tra il serpente e la rana o rospo, sue vittime per eccellenza.

Non so se lei abbia vissuta l’infanzia in qualche deserto di campagna o di periferia non urbana, ma deve sapere che la rana e il rospo sono vittime predilette del serpente perché quando insidiate stanno li ferme a gonfiarsi, a ingigantirsi per un moto naturale di legittima difesa che diviene però la causa del loro sacrificio.

Se essi si facessero piccoli e si dessero alla fuga, le probabilità di salvarsi dall’insidia del serpente sarebbero molte, ma invece, gonfiandosi (ira, orgoglio, amor proprio), offrono una presa ancor maggiore e facile.

L’esempio che le offro, quindi, ben si adatta a Giovanni che non a caso fu detto “il Nano”, perché quando insidiato dal demonio, si faceva piccolo, piccolo e con grandi balzi di umiltà fuggiva lontano.

Fu la sua grandissima umiltà, quindi, ciò che lo fece apparire, nella logica del deserto, un gigante e a fargli meritare un appellativo che è l’esatto contrario di quello che apparirebbe sulle prime, perché ci dice egli era in lotta non con un diavolo di passaggio, ma con Satana stesso, cioè con il “serpente antico” (Ap 12,9) e questa lotta il deserto la riserva ai giganti, non alle ballerine.

Fraternamente

Giovanni

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