Onan

Buona sera madre Cremaschi, anche se tornando ancora a bussare alla sua cella mi pare improprio perché invadente. Ma è tipico di chi si fregia di grandi editori essere disturbato, per cui non ho dubbi e scrivo.

In questo post abbiamo scritto che il deserto è uno spartito composto da un autore di talento. Esso si apre a tutte le tonalità e la sua chiave estenderebbe le note oltre ogni rigo, ma ci hanno pensato altri a impedirlo e hanno posto un simbolo come chiave: il 33 che qualcuno pensa come giri, cioè un vinile di chiesa, ma in realtà non sono giri ma anni ed è il 33 d.C.

Niente può essere scritto sopra o sotto quel 33 d.C., niente se non falso o superfluo compare oltre quelle righe segnate, tanto che credo che in libreria non troviamo la Verità, troppo nobile per frequentare il mercato. Tutt’al più troviamo coloro che si sono avvicinati ma prontamente cancellati dal coro e dallo spartito, come Zenger, morto in un increscioso incidente a Pasqua, quasi a immedesimarsi nel ruolo per un comicità di tutto effetto.

Questo falso non si è tenuto lontano dal deserto e qua e là affiora a voler mettere in riga le note alte e basse, troppo in ogni caso, affinché ci sia una musica che si vorrebbe sacra, ma è leggera, talvolta davvero solo un vociare di piazza.

Un esempio che abbiamo già trattato è la tipizzazione dei personaggi biblici grazie alla quale il dottorato si associa a Paolo; mentre la fedeltà a Pietro (Giovanni il Persiano 4), ma io, lei e pochi altri sappiamo che il dottore della Scrittura è Luca, mentre quello fedele è Giovanni, per cui qualcuno ha comprato la laurea; altri invece hanno messo pure le corna (per ben tre volte se ben ricordo).

Detto questo, veniamo a noi e affrontiamo un detto che non citerò, facente parte degli anonimi, ma che lei ha raccolto nel suo Detti inediti e editi. E’ quello pure comico, volendo, se, io, come Ayala (livornese per cui mio maestro sebbene io stesso toscano) saremmo capaci di farci davvero due risate su quel monaco che prima fornica da solo e subito dopo si dedica ai Salmi.

Eppure quel detto è una nota profondissima della spartito del deserto. E’ davvero un “Dal profondo a te grido, o Signore” (Sal 129) perché in quella terribile lotta che egli affronta getta tutta la sua miseria di fronte a Dio ed è questo che lo salva, mentre i salmi su salmi l’avrebbero perduto in un’idea di santità che invece affama il suo accusatore che lo ritiene indegno persino di pronunciare il nome Dio, cosa che spetta solo a lui.

Questa sua negazione dell’altrui debolezza si materializza, però, anche nel lettore, perché c’è una negazione di troppo che fa sembrare lontano Dio dallo stesso lettore. Un Dio che “non vuole, infatti, che uno perda la sua anima in tutte le azioni vergognose…” ma così aggiungendo, aggiungendo cioè la negazione, tutto il detto si perde e si perde, anche, lo spartito in una parte sacra, perché profondissima.

Infatti il leitmotiv del detto è il giudizio che diviene di colpevolezza dell’uomo all’uomo attraverso un santo (fariseo) e un peccatore (pubblicano) e la morale che ne emerge è l’incertezza della salvezza che non è opera dell’uomo il quale né si può assolvere, né condannare, spettando tale giudizio solo a Dio, mentre all’uomo spetta solo l’ interrogarsi. E’ preferibile, dunque, una lode al dubbio, quasi il peccato alla certezza se quella certezza condanna gli altri e ne impedisce, come in questo caso, la preghiera fervente dopo l’ennesima caduta, per un rialzarsi, ogni volta, eroico.

Mi pare davvero strano che, traducendo, lei non abbia capito che siamo di fronte, con quel “non vuole” a un falso che ha oppiato i Detti, affinché non si veda di più, ma di meno. Si veda cioè una vulgata di chiesa che non tollera il peccato solo in virtù di un’esigenza istituzionale che ha stabilito un canone di santità per esigenze proprie, quando però il deserto ha una sua santità che non ambisce a formare un’ecclesia e dovrebbe, agli occhi degli studiosi, essere indagata secondo le caratteristiche e le esigenze proprie e non di altri.

Ma lo abbiamo scritto: lo spartito del 33 d.C. non tollera gli acuti trillanti, né i bassi profondi e appiattisce tutto su uno spartito talvolta anonimo che taglia i protagonisti, quelli che farebbero fare brutta figura ai coristi, incapaci, per calcolo, di quelle vette.

Come vede è tutt’altra musica quella che salirebbe dal deserto se fosse ancora libero di cantare, ma ci è dato solo ascoltare una musica di ‘appella che Ayala, livornese, comprenderà al volo.

Vietato l’ingresso

Scrivo ancora a lei, madre Cremaschi, perché con il suo Detti e fatti delle donne del deserto pare aver introdotto anzi tempo la rivendicazione di genere, addirittura prima che questa divenisse piaga sociale.

La questione femminile, infatti, è spinosa pure nel deserto, dove trova tra l’altro un habitat naturale, ma non ancora conosciuta se gli strumenti d’indagine di fermano all’oggi e vedono una parità o una disparità.

Tuttavia la sensibilità dei Padri non può tradire il genere femminile e non si ferma, quindi, alle donne, che rimangono Madri anche nel deserto, per cui Sopatro, nel suo unico detto dell’alfabetica, va ben oltre i confini che la prima vista gli attribuisce e non esclude le donne dalla cella del monaco solo perché tali.

Infatti, “non far entrare nessuna donna nella tua cella” non è l’ammonimento misogino che appare, se si ha chiaro, come lei, il ruolo della cella nella vita del monaco. Essa non è luogo di dimora, è, paradossalmente, un grembo materno ed è lì che il monaco è nutrito da un cordone ombelicale che lo fa tutt’uno con Dio, quasi un Dio Madre.

E’ dunque luogo di elezione e d’intimità, in cui l’affettività si rivolge solo a Colui che ha generato il monaco e non può far posto ad altro, per un’intimità che non deve essere interrotta da un altro che non sia Dio.

Nella stuoia del monaco non c’è posto per la donna, quindi, perché prim’ancora non c’è posto nel suo cuore e dunque la donna non è che non deve entrare nella cella del monaco: non deve entrare nel suo cuore, se quel cuore è, metaforicamente, la cella.

L’esclusione della donna dalla vita del monaco e più ancora del suo centro affettivo, cioè la cella, non dipende quindi da nessuna disparità di genere ed è totalmente fuori luogo immaginare, sebbene in termini, una rivendicazione di spazio, a meno che non s’immagini un improbabile ménage a tre che darebbe scandalo, in particolare proprio tra le donne.

Certo, ci furono Donne nel deserto, ma furono madri che infatti il deserto non cacciò, anzi, perché mai pretesero di frequentare una cella, mai si frapposero tra Dio e il monaco, rimanendo esse stesse in cella, dove Dio e loro erano soli al mondo.

I Padri? “Per niente facili”

Un enigma ancora senza risposta è costituito da un’interrogativo ancora aperto: cosa tradì Gesù? o cosa lo consegnò? Quale fu l’accusa tale da gettarlo nelle mani dei nemici se Gerusalemme gridava osanna figlio di Davide e un’ora dopo crucifige?

Nessuno ne sa niente e le ipotesi si accavallano procedendo, però, a piedi in un percorso accidentato d’ipotesi. Ma una lingua si conserva più laddove è penetrata dopo, quasi fosse acqua che alla fine di un solco ristagna e penetra più profondamente, cosicchè lascia umida più a lungo la terra.

Una terra che non a caso, secondo noi, è il deserto, evangelizzato per ultimo perché inospitale, ma è lì che il ristagno del messaggio originale è più abbondante, per cui è lì che riposa la verità di quella notte, in particolare in un tema caro a quella patristica cioè l’alter Christi, ossia l’incarnare con la vita, le opere e la parola Gesù.

Ecco allora la risposta al quesito sulla consegna di Gesù e sull’accusa che la rese possibile. E’ in Cassiano la soluzione, perché un suo detto tramanda o trasuda la verità quando egli (Alf 2) riporta l’esperienza di un anziano che aveva divisa la sua cella con una vergine, si dice, ma in realtà una prostituta che lo aveva reso tacciabile d’impurità con lei.

L’anziano sfida il giudizio e questo è solito nei Padri, ma il modo è assolutamente insolito e ripropone l’esperienza di Gesù che dopo tre giorni risorse dimostrando che in lui la Giustizia aveva trionfato, quando il giudizio della legge aveva fallito.

L’alter Christi che il detto propone è evidente per un fatto: l’anziano offre la prova sulla scorta dell’esperienza di Gesù, ossia chiede che sia piantato in terra il suo bastone e se germoglierà, come Gesù è risorto, egli sarà puro “da lei”, da lei prostituta, però, perché il Vangelo conosce una sola colomba di pace in quella notte oscura e fu Maddalena, la prima testimone oculare della resurrezione e l’unica depositaria, assieme a Gesù, della verità, cioè che come nell’anziano non si era consumato il ratto, così Gesù ne era innocente, per cui dell’uno germogliò il bastone, dell’altro la croce.

Questo significa -oltre a un artificio dal’alta scuola drammatica, cioè che i depositari della verità in tutta la Passione morte e resurrezione erano un Messia divenuto pagliaccio e una puttana, perché entrambi e unici al corrente della loro rispettiva innocenza- che la vergine che compare nel detto è retorica, magari di chiesa, che vede vergini ovunque, anche nel deserto, quando invece esso è bello perché offre una varietà di temi e di santi, nonchè di prostitute, che ne fanno uno spartito che quello attuale non tollera, votato com’è al più gretto e assoluto conformismo, e intollerante agli acuti trillanti e ai bassi profondi, cose che la chiave musicale imposta non tollera, perché ha scritto la sua musica in uno spartito farmacologico dalla curva piatta che taglia via i picchi come gli abissi di profondità, per proporre al secolo la sua solfa a 33 giri, “chiave universale della musica (De Gregori)” “che non ha futuro” (Fossati).

Nani, giganti e ballerine

Reverenda madre Lisa Cremaschi,

ho acquistato e sto leggendo il suo bel libro Detti editi e inediti dei Padri del deserto e, dopo aver innumerevoli volte consultato gli editi nella versione della Mortari, posso dire che forse il meglio era nascosto.

Tra le sue parole e tra le altre cose, infatti, scorgo una precisazione che può sfuggire a molti e che molti altri, invece, riterranno opportuna, mentre io la trovo assolutamente fuori luogo, perché errore che si aggiunge all’errore già di per sé non grosso, ma grossolano.

Insomma un panno rozzo e non ruvido, di cui sfugge il taglio e la piega, tanto che non ha verso e veste male non tanto il monaco in sé, ma Giovanni “il Nano”, il cui appellativo, grazie al suo determinativo, fa esplicito riferimento alla statura e diviene, appunto e semplicemente, Giovanni “il Nano”, che così non si sbaglia.

Beh, se avrà la pazienza di leggere sino in fondo, capirà che i centimetri sono il cavolo per un déjeuner sulla sabbia che pochi apprezzeranno, poiché tradisce un’assoluta mancanza di senso: quello patristico, che vuole gli uomini e le donne del deserto monaci e non fenomeni da circo, per cui a Giovanni il Nano non si associa, in un’immaginaria coppia da avanspettacolo, Macario il Grande.

L’errore di fondo che si commette, e che lei rimarca determinandolo con un articolo, dipende dalla assoluta mancanza dell’idea stessa che fa i monaci, i quali si crederebbero e si vedrebbero soli (mónos) per una solitudine fisica e rabbiosa, lontana da tutti e da tutto, quando il senso, stavolta per la meraviglia di tutti, è una originalità di pensiero e di sentimenti; di testa e di cuore, cose che li renderebbero soli anche in un cenobio metropolitano.

E’ lì, cioè nell’anima, che nasce la solitudine del monaco, se non fosse altro perché di persone sole ne è pieno il mondo, ma non sono monaci, non sono soli, perché il loro cuore e la loro mente sono integrati, quando invece il monaco è dis-integrato, schizzato via da un’esigenza di solitudine che esplode all’improvviso e lo fa solo, solo con i suoi pensieri, i suoi sentimenti e le sue urgenze.

Dunque se il monaco non lo fanno i centimetri che misurano la distanza tra lui e gli altri, Giovanni il Nano non lo fanno i centimetri tra la terra e la punta delle sue orecchie, non le pare? Non trova che sia stato vestito di stracci, invece che con una povera tunica?

Le dirò io perché “il Nano” senza però riferire integralmente gli apoftegmi che lei conoscerà certamente a memoria e potrà così, anche con un solo accenno, valutare la fondatezza dei miei argomenti e la reale statura di Giovanni che era, non ci crederà, “il Gigante”.

Come lei ben saprà, Giovanni fu accusato per ben due volte a causa dell’invidia:

la prima lo si accusò di essere un calice “pieno di veleno” (Alf.8, veleno, non a caso veleno).

La seconda di essere una prostituta “che si fa bella per accrescere il numero dei suoi amanti”. (Alf. 46)

Entrambe le offese furono pubbliche, ma lui non ebbe un moto di esitazione ad accusarsi ancor di più e, in soldoni, come nel caso del calice, rispose che era ben peggiore di quello che a prima vista si poteva intuire e si fece, quindi, ancora più piccolo delle già irrisorie misure attribuite dall’invidia.

Già avrà capito perché è detto e scritto “il Nano”: egli aveva come arma di difesa una portentosa capacità di umiliarsi, quando tutto consigliava almeno di riscattarsi, sebbene di un pochino.

Ma non fu solo questo che lo fece un gigante, perché la tecnica da lui adottata per scampare alle insidie del diavolo egli la mutua dalla natura, dall’eterna lotta tra il serpente e la rana o rospo, sue vittime per eccellenza.

Non so se lei abbia vissuta l’infanzia in qualche deserto di campagna o di periferia non urbana, ma deve sapere che la rana e il rospo sono vittime predilette del serpente perché quando insidiate stanno li ferme a gonfiarsi, a ingigantirsi per un moto naturale di legittima difesa che diviene però la causa del loro sacrificio.

Se essi si facessero piccoli e si dessero alla fuga, le probabilità di salvarsi dall’insidia del serpente sarebbero molte, ma invece, gonfiandosi (ira, orgoglio, amor proprio), offrono una presa ancor maggiore e facile.

L’esempio che le offro, quindi, ben si adatta a Giovanni che non a caso fu detto “il Nano”, perché quando insidiato dal demonio, si faceva piccolo, piccolo e con grandi balzi di umiltà fuggiva lontano.

Fu la sua grandissima umiltà, quindi, ciò che lo fece apparire, nella logica del deserto, un gigante e a fargli meritare un appellativo che è l’esatto contrario di quello che apparirebbe sulle prime, perché ci dice egli era in lotta non con un diavolo di passaggio, ma con Satana stesso, cioè con il “serpente antico” (Ap 12,9) e questa lotta il deserto la riserva ai giganti, non alle ballerine.

Fraternamente

Giovanni

Amen

Non santifico il tuo nome, Signore,

ma prego.

Mai ho conosciuto il tuo regno,

ma prego.

Neppure faccio la tua volontà,

ma prego

e ho dimenticato il cielo, e la terra

ma prego.

A volte non ho pane,

ma prego

e non rimetto i miei debiti,

ma prego

cadendo io stesso in tentazione,

ma prego.

Non sono neppure libero dal maligno,

ma prego.

Lasciami così, Signore, ti prego.