La salvezza giungerà dal mare

Se questo diario ha ragione, è nelle parole del Cristo la risposta all’attesa: i cieli e la terra passeranno, ma non le mie parole.

Quei cieli e quella terra sono apocalittici e divengono Efeso, il cielo; Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea la terra, per cui dal mare, Smirne, giungerà la resurrezione dopo che del Cristo se ne sarà fatto mercato e la sua domanda consumata (Gv 19,30).

La Chiesa ortodossa, Smirne, la Russia sarà il baluardo della resurrezione. Dal mare giungerà la salvezza.

La Via santa

1 Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
2 Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.
Le è data la gloria del Libano,
lo splendore del Carmelo e di Saròn.
Essi vedranno la gloria del Signore,
la magnificenza del nostro Dio.
3 Irrobustite le mani fiacche,
rendete salde le ginocchia vacillanti.
4 Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
5 Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
6 Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto,
perché scaturiranno acque nel deserto,
scorreranno torrenti nella steppa.
7 La terra bruciata diventerà una palude,
il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.
I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli
diventeranno canneti e giuncaie.
8 Ci sarà una strada appianata
e la chiameranno Via santa;

nessun impuro la percorrerà
e gli stolti non vi si aggireranno.
9 Non ci sarà più il leone,
nessuna bestia feroce la percorrerà,
vi cammineranno i redenti.
10 Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore
e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo;
gioia e felicità li seguiranno
e fuggiranno tristezza e pianto.

Dio santo quanto, quanto e quanto ancora ci sarebbe da scrivere, ma forse è sufficiente quel 35 che segna il capitolo di Isaia che nessuno e mai ha compreso

Imbecilli

La nostra piccola analisi, che si aggiunge al già molto detto e ridetto sulla figura del Battista, anzi, di Giovanni, si amplia, seppur di poco, perché noi vogliamo rendere giustizia al giustiziato, due volte giustiziato: la prima da Erodiade, che nasce lo stesso anno di Gesù, cioè il 15 a.C.; la seconda dall’esegesi attuale che ne ha fatta un’icona del suo sapere il quale emerge pagina dopo pagina, traduzione dopo traduzione che allungano la soluzione (Vangelo) a dismisura non depotenziandola, ma rendendola innocua, un placebo intellettuale dall’inesistente efficacia farmacologica.

La testa di Giovanni sa molto, anzi, sa troppo perché in lui l’attesa messianica si compie alla luce di uno studio e di una comprensione che mai ha raggiunto il suo vertice. Giovanni sintetizza, quindi, l’intero Antico Testamento che certamente, lo sappiamo, aveva prodotto molti Messia, tra cui quello istituzionale (Barabba), ma solo il Battista ha il segno, cioè ha la Scrittura: la colomba che segna la fine del diluvio di parole sull’onda dell’emotività.

Quel segno è simbolo di un Antico che finalmente ha prodotto il Messia e ciò fu possibile perché Giovanni entrò nello spirito profondo della Scrittura e da lì fece emregere il Messia. Quella testa, allora, fu dedicata allo studio e fu illuminata, tanto che ci meravilgia l’assenza di scritti attribuibili a Giovanni o ai suoi discepoli, perché se Gesù fu il Nuovo, Giovanni fu l’Antico e mai la sua esegesi raggiunse le vette del Battista che ne colse lo Spirito, quello Santo.

Si vestiva di peli di cammello, Giovanni, e mangiava miele selvatico e locuste. Poi, non abitava i palazzi dei re giusto per dirci che possedeva solo la sua testa, le sue idee a cui mai derogò, per un profilo intelletuale che ne fa l’antesignano di ogni battaglia intelletuale e di ogni leader.

Quella testa andò perduta, forse sono andate perdute e censurate in morte le idee per una mannaia censoria che ne ha decapitata la posterità, ma i vangeli sanno ancora trasmettere, se almeno una volta li si è studiati, l’anima e il volto scarno di un intellettuale che sfidò il potere.

Gesù e Giovanni sono uniti, allora, perché se l’uno li affronta Legge alla mano, l’Altro li sfida nell’autorità e nella legittimità dopo che Giovanni li aveva resi nudi, cioè adulteri. Ma sono uniti anche da un altro rapporto e questo emerge solo se l’oscena traduzione di Gv 19,34 si riesce ugualmente a comprenderla, sebbene quel “costato” alluda a tutto fuorchè al senso del passo, senso che emerge solo se si è compresa la decapitazione del Battista, cioè che lui era la testa dell’Antico Testamento, mentre Gesù, ovvio, era il cuore del Nuovo.

Ecco allora che quel costato, magari costato pure caro per l’edizione di grido, cela il cuore come deve tra l’altro essere, perché sempre quel costato altro non è che la gabbia toracica che protegge organi vitali, in primis il cuore, quello che fu trafitto in virtù del fatto che a Giovanni, invece, tagliarono la testa unendo il Battista e Gesù anche in un rapporto che si fa letteralmente organico.

Ps: non meravigliatevi del titolo: con il punto esclamativo sarebbe un offesa, mentre con un’alzata di spalle “è un latinismo” (Prof. Giorgio Venuti)

Il più grande

“Tra i nati di donna, nessuno è più grande di Giovanni” si legge in Lc 7,28 e questo appare di facile comprensione se egli fu il precursore del Messia e colui che lo battezzò, indicandolo alla folla perché depositario del segno, quello dello Spirito Santo: una colomba.

Tutto ciò ha forse esaurito la grandezza di Giovanni facendone il più grande uomo, ma non dicendoci, quel superlativo, quanto in realtà fosse grande e più grande di chi mancando quel contesto che rende esatta la misura.

Prima però di addentrarci nel problema, crediamo sia necessario collocare Giovanni nel Vangelo, perché di lui, è vero, si è detto molto, ma a noi risulta davvero strano quel gioco di teste perse che emerge dai vangeli, cioè che Erode perda la testa e con la sua la perda anche Giovanni e tutto a causa di due donne a cui era stato promesso molto, forse troppo se Erode considera Giovanni santo e giusto.

C’è una promessa, insomma, ma non come la si intenderebbe oggi sulle orme di noir, quanto perché quella promessa s’ispira a Eden in cui ci fu un’altrettanta promessa e fu quella di divenire, seguendo la suggestione del serpente, come Dio.

Anche quella fu una promessa che la lucidità di Eva seppe interpretare a meraviglia perché non comprese che in realtà noi non saremmo divenuti Dio, ma il serpente sì se avesse potuto. Ecco allora che lo scopo di quella promessa e di giungere ad Adamo tramite Eva che voleva farsi davvero bella e ci riuscì, il serpente, ad agghindarla i secoli venturi.

Con Giovanni è possibile scorgere, allora, la stessa promessa estorta a Erode, come è possibile scorgere la stessa identica dinamica omicida: si circuisce Eva (Erodiade e sua figlia) per giungere in realtà e di nuovo ad Adamo (Erode) perché si consumi il peccato: l’assassinio di un giusto.

Tutto ciò crediamo apra a una rilettura del profilo dei personaggi perché colloca tutto in un contesto vecchio, ma nuovo inondato com’è da una nuova luce che ricolloca la scena in Eden o, in ogni modo, presenta la stessa dinamica, una dinamica che rende grande Giovanni non perché santo o giusto e neanche perché il Battista, ma solo perché egli diviene il frutto per cui si commette il peccato o lo si ripropone per il riscatto dell’innocenza perduta, quella di Erode anch’egli, forse, nuovo Adamo, come Erodiade è la nuova Eva, mentre satana, il serpente e rimasto uguale, fedele al suo cliché.

Dunque Giovanni fu davvero grande, anzi, il più grande tra i nati di donna e questo genera una nuova riflessione perché non si tratta di una natura, qui non è questione di discendenza, ma di capire cosa in realtà celi la locuzione che non può essere fine a se stessa e segna quindi un termine a quo e ad quem, cioè da quando i nati di donna? e fino a dove?

Potrebbe apparire forzata la ricerca dei termini, ma noi abbiamo un’intera categoria dedicata alle occorrenze e dunque non forziamo la nostra ricerca di significati che già più volte si è spinta nella sacralità della Bibbia, la quale se è sacra, è sacra tutta, persino nelle occorrenze e dunque non ricorriamo ad un artificio ad hoc, ma a uno già collaudato.

Infatti, la nostra attenzione si concentrerà su μείζων (più grande) che ferma la sua occorrenza a 23 quando la genealogia lucana, se ben studiata, segna a 23 gli anni per ogni generazione da Davide a Gesù, ed ecco allora il contesto in cui si cala la grandezza di Giovanni e il termine a quo e ad quem: da Davide a Gesù, nessuno è più grande di Giovanni e coloro che hanno dimestichezza con 1-2 Re possono facilmente comprendere quali profili si ergano e comprendere anche che quello di Giovanni è “più grande”.

Se poi si volesse dare un lettura simbolica del regno davidico e farlo assurgere a simbolo del regno per antonomasia, si comprenderebbe che, stando tutti i regni della terra a esso inferiori, nessuno da Adamo in poi fu più grande del Battista, perché la storia del regno di Davide compendia la storia tutta.

Ecco allora che alla luce del Prologo di Giovanni si comprende anche perché il più piccolo nel regno dei cieli (espressione questa che fa da pendant ai nati di donna se essi collocano in un range storico ben preciso, cioè da Davide a Gesù) è tuttavia più grande di Giovanni, perché se da una parte abbiamo i “nati di donna”, dall’altra abbiamo coloro che né da sangue, né da carne, né da volere di uomo sono generati, ma da Dio per una grandezza che va oltre il limite umano, oltre la storia per addentrarsi nell’eternità.

Adesso gli intellettuali, alla luce del fatto che a Giovanni tagliarono la testa, forse sanno a che santo votarsi, perché fu Giovanni il più grande intellettuale dell’antichità, un intellettuale a tutto tondo, moderno quant’altri mai, un grande classico a cui appellarsi qualora il pensiero magari rifiuti la santità, ma apprezzi la grandezza che mai ci fu uguale.