Le mura del riso

La mia presenza in un forum aperto a tutte le istanze, tanto che annovera una discussione su la Nuova cronologia di Fomenko, ha prodotto un mio intervento circa la sostenibilità del Natale dicembrino, circa il quale il blog ha una specifica categoria.

Lì vengono mossi gli appunti ai miei sforzi, che non chiamo studi né ricerche, cosicchè tutto divenga quieto, poichè si riconosce tale dignità soltanto a quelli che si fregiano del metodo scientifico, unico, a parere dei miei interlocutori, degno di rispetto, rispetto che non ha neppure un accademico russo, Fomenko, di cui noi non condividiamo il suo approccio alla cronologia biblica, ma giudichiamo sacrosante le sue motivazioni.

Alla luce di tutto ciò, cioè dell’evidente scarsa stima riconosciutami dai cultori del metodo scientifico, io chiesto ripetutamente di parlare con loro della ricostruzione delle mura di Gerusalemme per poter dimostrare che quel metodo vale solo nella misura in cui dà ragione a risultati già prima decisi e qualora quei risultati siano impugnati si grida alla pseudoscienza non senza punte di sarcasmo che noi vorremmo però riservare anche a coloro che le riservano a noi.

Infatti, dal manovale all’architetto di grido, tutti sarebbero concordi su un fatto: 52 giorni letterali per ricostruire il recinto murario di Gerusalemme che aveva subito due anni di feroce assedio e quasi 150 di abbandono (586 a.C.-445 a.C.) sono una favola che farebbe rifiutare anche un contratto faraonico alle ditte impegnate nei colossali cantieri internazionali.

Tuttavia questo non ha aperto gli occhi alla scienza, ma li ha chiusi perché altrimenti tutto l’asse cronologico che prima, cioè a tavolino, si era disegnato va in scioc e si dovrebbe dare ragione di un assurdo cronologico, cioè come sia possibile

1 che dall’editto di Ciro del 538 a.C. si debba aspettare il 445 a.C. per mettere mano al cantiere, un cantiere che, conti alla mano, parte quasi un secolo dopo, tanto che alcuni studiosi di mente aperta hanno ipotizzate nuove ma sconosciute invasioni per giustificare quello che la ragione dimostra assurdo.

2 Inoltre si deve dimostrare perché Gerusalemme dedichi il suo secondo tempio nel 515 a.C. ma lo lasci totalmente incustodito per 70 anni circa, cosa che davvero appare folle perché il cuore di Gerusalemme era il tempio, un tempio, però, alla mercé di tutti

Ecco allora ciò che noi scrivemmo in maniera più estesa a suo tempo a cui adesso aggiungiamo una nota fondamentale che rende il tutto all’ombra di una malafede che non accomuna tutti, ma alcuni (tanti?) sì, perché vantano una sensibilità biblica agitata spesso come spauracchio di fronte agli occhi dei neofiti e degli autodidatti, ma che si rivela poi, nei fatti, o assente o in malafede.

Infatti, quando in Ne 1,3 leggiamo che Neemia trova nel 445 a.C. le mura diroccate e le porte incendiate, tutti hanno colto un senso letterale come per i 52 giorni che già di per sè sono assurdi, ma se aggiungiamo questa lettura miope se non cieca divengono comici perché se non c’è peggior sordo di colui che non vuol sentire, altrettanto fa il cieco se non vuol vedere, non vuol vedere, cioè, che le mura e le porte non facevano parte, rimanendo diroccate, di un progetto di ricostruzione che prevedeva tutte villette a schiera con giardino per Gerusalemme, la quale, però, aveva voluto conservata la memoria della devastazione lasciando inalterate, cioè diroccate e incendiate, le mura e le porte in nome di un anno della memoria, il 586 a.C., piucchè di un giorno.

Voler far apparire, dunque, Gerusalemme un paradiso a fronte delle sue mura e delle sue porte lasciate intatte dai tempi di Nabucodonsor, rivela non solo una scarsa logica, ma anche un talento naturale per la comicità, oltre che la completa assenza di quel senso biblico che si dice svilupparsi solo con anni e anni d’inteso studio, senza profitto, però, se stiamo ai risultati.

Infatti, appare paradossalmente sfuggito il simbolo che neanche è stato colto, ma ignorato di quelle mura e di quelle porte diroccate e incendiate, altrimenti subito si sarebbe compreso il paradosso di accoglienti villette a fronte della devastazione di mura e porte.

Neemia, allora, ben lungi dal paradosso altrui, ricorre in realtà a un linguaggio simbolico, a un’espressione idiomatica per riassumere l’intera questione: quella di una città ancora devastata nel 445 a.C., divenendo così davvero inspiegabile non solo il perché, ma anche il come coloro che erano rientrati nel 538 a.C. abbiano potuto sopravvivere tra i cumuli di macerie per quasi un secolo.

Questo è il pons asinorum e qui casca l’asino scientifico che o non ha visto; o non ha capito o ha chiuso e fatti chiudere gli occhi di fronte a un simbolo che riassumeva l’intera Gerusalemme come risulta dai Salmi in cui quelle mura e quelle porte sono spesso elevate a simbolo della città di Sion.

Tanto è vero che la prova del nove della simbolicità della locuzione è nel Nuovo Testamento che mutua appieno il simbolo e ne coglie tutto il significato con Giovanni e la sua Apocalisse, perché il capitolo 21 celebra il trionfo della Gerusalemme celeste di cui solo le mura e le porte sono citate simbolicamente per sintetizzarne la natura e lo scopo.

Il capitolo 21 di Giovanni, tanto quei due elementi architettonici sono importati, è dedicato esclusivamente ad essi in termini minuziosi perché essi sono Gerusalemme, quella storica e quella celeste che innalzano, entrambe, le loro mura e e le loro porte.

Come vedete appare davvero assurda non solo una tempistica che ogni cantiere giudicherebbe folle (52 giorni per un recinto chilometrico), ma anche una lettura che anche un neofita, un autodidatta giudicherebbe così miope, da essere cieca, ma solo laddove serve, mentre in tutti gli altri casi -e dico tutti- si sono visti simboli nelle più prosaiche umane vicende.

A questa luce l’intera questione appare diversa: Gerusalemme non era ancora stata ricostruita nel 445 a.C., come non era stato dedicato il tempio. Tutto scivola, rispettivamente nel 399 a.C. per le mura; nel 418 a.C. per il tempio a fronte di un editto di Ciro del 538 a.C. per una assurdo senza soluzione di continuità perchè è dal 586 a.C. al 399 a.C. che va in onda Oggi le comiche

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