Pensieri 22

“E’ bene, per te, essere stato lasciato senza soddisfazione, perché altrimenti saresti montato in superbia”. Questo si legge ne L’imitazione di Cristo ed è un detto sapienziale, perché Mosè peregrinò e lottò quaranta anni nel deserto, ma non mise piede nella sua terra promessa, non gustò né il suo latte, né il suo miele morendo ai suoi confini. Questo perché la sua gloria, quella che diverrà la gloria di Davide, non si corrompesse e divenisse superbia.

Fratelli d’Atalia

Il blog ha un’intera categoria dedicata ai Padri del deserto e spesso ne ha tessuto l’elogio nel tentativo, più o meno riuscito, di capirne gli apoftegmi non nel loro senso evidente, ma nascosto.

Li “consideriavamo” un’oasi nel panorama desolante delle letture serali, ma come in ogni oasi, cioè laddove ci sono acque, è presente il serpente e lì miete le sue vittime: i pesciolini che mi dicono non chiudano mai gli occhi, ma in questo caso, nel caso cioè in cui li si deve tenere spalancati, forse si sono appisolati, sebbene ad occhi aperti e sono caduti in trappola.

Una trappola sofisticata che fa apparire bene, e “da sempre”, un’obbedienza che nel deserto c’era veramente, ma non quella che si vuole perinde ac cadaver, cioè come un morto e secondo la quale tutto è permesso in ossequio non al comando, ma al comandamento dell’obbedienza che diviene, così, colonna del deserto, ma che in realtà è solo frutto dell’astuzia umana, anzi tipica del serpente di Genesi che infatti ancora è qualificato come “il più astuto” delle creature (CEI 2008).

Il nostro potrebbe davvero sembrare un livore anti cattolico perché l’obbedienza è l’anima di quella chiesa se il termine “obbedienza” compare solo in Paolo e Pietro che hanno dato un’anima obbediente e gerarchica a un’istituzione che dopo, o prima, di ciò ha preteso il primato, quello non a caso petrino, per un gioco davvero facile, perché privo di qualsiasi fondamento che non sia il qui comando io.

Potrebbe sembrare, dicevo, un livore anticattolico, ma non lo è perché i nostri dubbi hanno trovato conferma proprio nei Padri, in particolare in Giovanni il Persiano che è stato evidentemente falsato, perché pure lui, come noi, scorge due colonne nel Nuovo Testamento e ne fa l’una “dottore”; l’altra “fedele”, ma attribuisce i titoli e i meriti a Paolo e Pietro, per un’evidente forzatura dei termini, del merito e dei titoli, perché Paolo non fu dottore nella Scrittura, ma l’unico che si può legittimamente fregiare di quel titolo è Luca e proprio in virtù di Paolo che in Col 4,14 lo ricorda come “il caro medico” facendone il dottore e l’intellettuale del Vangelo e prima colonna; mentre la seconda, a seguire, è Giovanni, ma il serpente, quello che ha addirittura falsato i Padri, fa di quella seconda colonna Pietro definendolo, nell’apoftegma del Persiano Giovanni, “fedele” quando tutti sanno che Pietro non rinnegò una volta, neppure due, ma bensì tre per cui è davvero senza fondamento quell’elogio alla sua fedeltà che invece spetta a Giovanni che Lo seguì sin sotto la croce sfidando la Passione, quella che aveva terrorizzato tutti, in primis Pietro che rinnega tre volte sotto gli occhi sferzanti dell’opinione pubblica.

Crediamo, allora, che siamo di fronte a un falso che ha eretto San Pietro e Paolo nel deserto, quando in origine c’erano solo le umili celle di Luca e Giovanni, ma serviva un primato anche lì, cioè nella sapienza del deserto affinchè fosse sostenibile una teoria del primato petrino essa stessa pagina falsa del Vangelo, che ha dovuto, obtorto collo e pro tempore, dare ragione a lauree acquistate e a fedeltà estorte a una notte da rinnegati che ha rimossa non solo quella notte, ma anche l’avversativo kai in Mt 16,18 per cui non compare l’unica traduzione possibile se, in più passi della scrittura, a partire dal salmo 117, Gesù è la pietra, cioè “Tu sei Pietro, ma su questa pietra” cioè la mia “fonderò la mia Chiesa”

Tutto questo è tipico di chi, in realtà, non ha, mai avuto, autorità ma esige obbedienza in virtù del suo ego smisurato, quello che gli ha consigliato di truffare, quando se invece dell’obbedienza ci si fosse appellati a una naturale, scritturale legittima autorità, davvero avremmo fatto salva la Tradizione apostolica, quella che avrebbe naturalmente conferito il diritto.

Appare allora davvero sorprendente la quasi perfetta assonanza tra Italia e Atalia, perché nella prima c’è un primato usurpato; nella seconda s’incarnano tutti gli usurpatori e le usurpatrici della storia, in primis quella quella biblica, che si sono arrogati il diritto solo grazie alla violenza: l’obbedienza cieca o se volete, perinde ac cadaver, cioè, traducendo a senso, o mi obbedisci o sei morto.

Ps: ha ragione Fomenko: siamo di fronte a un’opera colossale di falsificazione, opera, tra l’altro, possibile: enorme potere, pochi libri, molti amanuensi e tanta, tanta obbedienza di cui è sotto gli occhi il frutto.

Dn 9,25: il simbolo incompreso

Alla luce del post di oggi, è necessaria una nota laddove la traduzione biblica potrebbe non essere univoca e mi riferisco a Dn 9,25 che sappiamo, da questo post, essere perfettamente sincrono a Ne 6,15 perché entrambi prevedono per le mura 49 anni, tolti e tre anni in cui non si mette mano all’opera.

Dn 9,25 prevede sette settimane di anni per mura e vie, ma noi ci interroghiamo circa il termine ebraico רחוב (via) che fa coppia con mura nella visione della ricostruzione prevista da Daniele.

Il termine ebraico usato ha solo l’accezione di “via”? Potrebbe averne una che indica anche “porta”, in virtù del fatto che le porte di una città sono l’accesso alle sue vie, cosicchè il senso del versetto indichi i tempi per la ricostruzione di porta/e e mura?

In caso positivo, se chiaro quanto scritto oggi, tutto il senso delle prime sette settimane cambierebbe radicalmente, perché non si allude alle mura e alla vie, ma all’intera Gerusalemme perché le mura e le porte ne sono il simbolo, come abbiamo visto.

Se tutto ciò risultasse almeno sostenibile, l’intera tempistica della ricostruzione della città e non parte di essa andrebbe rivista e il senso di Dn 9,25 riscritto: sette settimane per la ricostruzione della città intera, cioè 49 anni a partire dal nostro 448 a.C., ma anche il 445 andrebbe, solo in questo caso, bene perché proprio lui farebbe saltare, minandolo, l’intero asse cronologico dell’esilio, facendolo scivolare verso il basso in maniera incontrovertibile, in virtù di un simbolo che riassume tutta Gerusalemme, cioè mura e porte.

Non è una ricerca difficile per coloro in possesso di un vocabolario di ebraico biblico che io non posso acquistare, perché non sarebbe più un hobby, il mio, ma il lavoro di uno studioso.