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Ieri abbiamo descritta la parabola del rapporto tra uomo e Dio, un rapporto che nasce tra Adamo e Dio per poi divenire tra Adamo ed Eva. Abbiamo scritto che fintanto dura la solitudine di Adamo, egli riserva il suo affetto a Dio e quell’affetto è adorazione, contemplazione.

In entrambi i casi Dio è il centro dell’affettività di Adamo il quale, però, sente sorgere in lui il desiderio della carne, cioè di qualcosa che neanche è suo ma che sia lui o come lui. Dio avverte la necessità di Adamo e giunge a un atto di compunzione, tanto che noi tradurremmo “effettivamente non è bene che l’uomo sia solo” perché si rende conto di chiedere, forse troppo.

La creazione di Eva, però, distacca Adamo dall’adorazione per introdurlo nell’amore che è “trasporto” non “grande trasporto” come l’adorazione e in questo noi ci abbiamo visto l’inizio di una parabola discendente che ci sfugge sulle prime perché vissuta in nome dell’amore, sebbene non sfugga al dizionario, quando leggiamo la definizione di adorazione e amore.

Questo in sintesi il discorso di ieri sera, quella stessa in cui hanno fatto compagnia i Padri come loro solito perché è “un Dio dei vivi” (Mt 22,32) e Teonae, letto a caso, ma non a casaccio, riassume tutto alla perfezione sebbene l’apoftegma che ci è stato tramandato sia di qualche riga soltanto e reciti

Quando la nostra mente si distoglie dalla contemplazione di Dio, diventiamo schiavi delle passioni carnali

Ecco allora la sostenibilità del nostro pensiero perché, se invece di riferire il tutto alla vita monastica facciamo assumere all’apoftegma una valenza universale, esso riassume alla perfezione il nostro pensiero: Adamo, da creatura angelica (adorante), diviene creatura carnale; e altrettanto fa il monaco pur nell’assenza di Eva, ma in presenza di altre passioni che lo rendono altrettanto schiavo, schiavo di un amore di carne, cioè di una passione che ne ha rapita l’anima dall’adorazione per consegnarla alle segrete di un amore di carne alla stessa stregua delle altre creature viventi, se non animali, del paradiso dal quale, inevitabilmente presi dal gorgo della passione, furono cacciati perché l’amore dura quanto un mazzo di rose, poi subentra la routine dei calzini. Unisex.

Questo decadere da una condizione angelica, adorante, compare anche, sebbene per inciso, in Apocalisse, nella lettera a Efeso che il blog riconduce, forse sbagliando ma coerentemente da sempre, a Gerusalemme, forse ebrei messianici, a cui s’indirizza una lettera che non a caso ci parla d’amore, ma non quello di prima (Ap 2,4) come a dire che prima c’era una forma migliore di quello stesso amore, c’era forse adorazione per una condizione angelica che Efeso ha perduta o sta per perdere ( Menorah, Ap 2,5) assieme alla primazia nell’insieme delle lettere che per prime a Efeso s’indirizzano.

Quel suo non avere l’amore di prima, allora, altro secondo noi non significa che Efeso si è allontanata, forse essa stessa preda della “passione amorosa” che però ne mina lo status quello che la vuole “per fede” (Eb 11,4-40) chiesa e non per visione perché Israele non concepisce, ma accoglie, se incorrotta, il verbo fatto carne. A lei è riservata la parte migliore di Maria (Lc 10,42) che deve tutelare anche all’interno di una comunità cristiana che si è sviluppata a seguito, però, della visione (1Gv 1,1).

Siamo quindi in disaccordo con Paolo perché lui ha qualificato ciò che è meglio, ma è Dio che lo ha stabilito quando ha distino la Sua adorazione da un amore che si esprime con i sensi e che con i sensi spesso muore perché in fondo quel mazzo di fiori iniziale non è altro che la promessa di vederne di tutti i colori.

Una storia d’amore

Adamo, lo abbiamo scritto altre volte, è la creatura spirituale e non si offenda Eva, quella di oggi, perché Adamo è simbolo delle creature spirituali (Maria rispetto a Marta), uomo o donna che siano.

Dunque la creatura umana fu creata spirituale e ci fu un tempo che essa mantenne la sua condizione primigenia, per poi chiedere a Dio che giunse alla conclusione che è bene che Adamo “non sia solo”, ma era bene per Adamo, non per Dio che, forse, esaudì una necessità piucché un richiesta e generò, dalla carne di Adamo, Eva affinchè fosse “carne della sua carne”.

Ma la necessità di Adamo era una necessità materiale se Eva fu tratta dalla carne e dunque Adamo, si dette al piacere materiale quello che, in quel caso, cioè nel caso di Eva, si può vedere, si può udire e toccare.

Eva era materia che Adamo potè amare e questo ci appare, solo sulle prime, buono sino a divenire quasi una condizione migliore perché amore, ma prima Adamo non si limitava ad amare: Adamo era una creatura spirituale che quindi adorava, per cui quell’amore fu in realtà un corrompersi perché è il dizionario che distingue nettamente “adorare”, cioè amare con grande trasporto, da “amare”, cioè provare un trasporto sentimentale e sensuale, quando quest’ultimo afferra la materia con i sensi, cosa che sfugge all’adorazione.

Adamo con Eva precipitò a una condizione inferiore a quella primigenia perché furono coinvolti i suoi sensi ed Eva fu, infatti, “carne della sua carne” per una carnalità che è davvero difficile definire amore e che, tra l’altro, avrebbe allontanato, come avvenne con la cacciata, Adamo da Dio.

Abbiamo spesso parlato di Eva come colei che gettò le premesse per la cacciata dal paradiso perché carne e su quella fece e fa leva il serpente per giungere ad Adamo, cioè allo spirito, all’anima. Tuttavia, rimanendo le premesse di Eva e le promesse del serpente, ci appare adesso più responsabile Adamo che scrisse lui l’introduzione alla storia – sì la storia- d’amore tra lui ed Eva che ancora non è finita, poichè l’epilogo di questa parabola discendente è scritto in Luca 23,29 per un odio che permeerà tutto il genere umano compiendo la sua discesa agli inferi, iniziata da un’adorazione non più sufficiente; trasformata in amore e da ultimo un epilogo efferato con l’immancabile lieto fine riservato solo a coloro che hanno stomaci così forti da giungervi.

Non c’è pace tra gli ulivi

I due ultimi apoftegmi dedicati a Macario e Nicone, aprono a ulteriori considerazioni analoghe se il leitmotiv è la giustizia e non la legge. Ad esempio, un apoftegma di Gelasio è altrettanto illuminante, perché di mezzo, sebbene non ci sia un’accusa di violenza sessuale, c’è ugualmente la legge, che magari dava ragione al secolare, ma il padre rivendicava il suo diritto di fronte a Dio, per una cella che non poteva essere data in pasto al mondo in virtù di una parentela che ci aveva messo gli occhi.

L’apoftegma secondo di Gelasio, infatti, dice chiaro che la questione non verteva sul terreno e gli ulivi annessi, tant’è che il padre si lascia spogliare di tutto il raccolto, ma rimane fermo sulla decisione di negare qualsiasi diritto sulla cella, per il motivo su esposto.

La legge, magari, dava pieno titolo al secolare, tant’è che intraprende un lungo viaggio per rivendicare quel diritto, ma così facendo si erge “contro l’uomo di Dio”, l’anacoreta. Dunque, di nuovo, si apre il tema della giustizia, a fronte di una legge che si vuole imporre, ma così facendo, essendovi di mezzo un uomo di Dio, la causa viene avocata in cielo e infatti il contadino non fa ritorno a casa.

l’apoftegma ci parla di uomini di Dio, è vero, ma più ancora di una chiesa di Dio che, se tale, dovrebbe seguire le orme del padre, cioè rimanere ferma nel proposito, ma non ricorrere alla legge, che magari gli attribuisce la ragione, che però rimane sua e non è più di Dio.

Uno status monastico, quindi, non si tutela con mezzi umani, pena il divenire umani, in tutto e per tutto simili al mondo che sulle prime rende pure bene, ma la semina la attende un raccolto di zizzanie, perché tu, chiesa, hai messo mano all’aratro del mondo volgendoti pure indietro e così il raccolto è andato storto.

Si fa presto a definirsi di Dio, molto meno ad adottare una morale, un’etica e una logica consoni che ben si guardano dalle cause per concentrarsi esclusivamente sui sorrisi fraterni quando sorge la bega, sorrisi che però, sebbene non compresi da tutti, ad alcuni fanno gelare il sangue.

Una causa persa

Ieri abbiamo solo introdotto un apoftegma che riguarda, essendo molto simile, Macario il Grande e Nicone. In entrambi i casi l’episodio è simile perché si tratta di una falsa accusa di violenza sessuale, ma quello di Nicone, fuso con quello di Macario, si presta davvero a una lettura molto significativa.

Anche Nicone, infatti, è accusato di stupro e a anche in quel caso c’è di mezzo un altro, ma se quello di Macario giustifica l’arrivo a Scete, quello di Nicone spiega la tentazione o, in ogni caso, come il diavolo le rovescia addosso.

Come Macario, Nicone, si assoggetta a un pena ingiusta e non si discolpa, certo che la Giustizia farà il suo corso. Questo perché se lui avesse inteso difendersi dall’accusa sarebbe rientrato a piè pari nel mondo, nella sua logica e nella sua legge ed è quello che voleva il diavolo, voleva cioè ripescarlo nel deserto per reintrodurlo nel mondo con una causa, sostanzialmente.

Dunque sceglie l’accusa più scandalosa per noi, figuriamoci per un monaco, cosicchè la voglia di dimostrare la sua innocenza fosse insopprimibile. Se avesse ceduto, tuttavia, ne sarebbe uscito vincitore, ma in realtà vinto, perché la tentazione mirava proprio a un’innocenza umana che gli avrebbe fatto perdere la giustizia divina e la santità, quando proprio quest’ultima era in ballo, come infatti lascia intendere il quesito di apertura dell’apoftegma di Nicone, in cui si chiede come il diavolo attenta alla vita dei santi trascinandoli nuovamente nel mondo

Sarebbe di nuovo tornato secolare, stimato, onorato, è vero. ma, nell’ottica del deserto, divorato dalle fauci del leone. Abbozzò un sorriso Nicone, ne siamo certi, ben sapendo che la vittoria era la sconfitta del momento, perché capì subito che tutto quanto era opera del diavolo e dunque a poco valeva una difesa legale di grido (anzi, proprio questo il diavolo voleva).

Quasi sempre, ormai, siamo in contraddizione con Fanzaga, ma disse giusto dalle sue onde: nei Padri e nelle Madri del deserto c’è “la lotta quotidiana contro satana” e non contro il vicino o le grazie di una fanciulla. La tentazione, dunque, è molto sottile nello scopo, una tela di ragno che conoscono solo le creature il cui habitat è il deserto

Una culla nel deserto.

Continuiamo la nostra rassegna dei detti patristici con un apoftegma scandalo perché parla di sesso. Un padre (in realtà due perché se non erro l’apoftegma compare tra i detti di due padri) è accusato di aver usato violenza su una giovane del villaggio e quando il villaggio lo sa (il web ne faccia tesoro) corre alla cella dell’anacoreta per linciarlo.

Infatti, sebbene sulla sola testimonianza della ragazza rimasta incinta, esso lo cattura e lo picchia “sino a quasi morire” scrive il padre. Poi gli lega di tutto al collo sotto lo sguardo disperato del discepolo che di lì a poco si sente ordinare dal padre di vendere tutti canestri e risarcire la moglie, cioè colei che ingiustamente lo aveva accusato.

E’ qui il focus dell’apoftegma: il comportamento dell’anacoreta che avrebbe dovuto almeno tentare di discolparsi, certo che le prove della sua innocenza sarebbero emerse e l’accusa si sarebbe rivelata folle.

Tuttavia non fa questo, paradossalmente dà ragione al villaggio e si carica del misfatto come se lo avesse compiuto, tanto che tutto ciò stupisce e solo entrando in una logica è comprensibile ed è quella che i vangeli esprimono, ma solo tra le righe, cioè la lotta tra la legge e la giustizia, cioè tra le scienze giuridiche e la Sapienza (insomma, se aveva fuggito il mondo, che senso avrebbe avuto appellarsi alla sua legge e ai suoi tribunali?).

Se il padre avesse tentato di discolparsi in un processo, seppure di piazza, ne sarebbe andata di mezzo la Giustizia a favore di un legge che è appannaggio dell’uomo, non attributo divino come appunto la giustizia a cui il padre, infatti si appellò lasciando che gli uomini commettessero il loro errore.

Fu così che passarono i suoi giorni con la famiglia sulle spalle, ma una famiglia che non si allargò perché, appunto, intervenne la giustizia per un parto che non s’ha da fare e infatti fu tentato di tutto per far nascere il bambino, ma quello non ne voleva sapere, tanto che la giovane s’impaurì non tanto per lui, ma per la sua pelle crediamo e vuotò il sacco, ma non quello che teneva in grembo, ma quello dell coscienza.

“No, no non è stato il padre a usarmi violenza, ma un bel moretto: quello con l’orecchino però” e fu così che tutto il villaggio, meravigliato, corse alla cella del padre per scusarsi, ma rimase deluso perché l’anacoreta fece intedere loro che erano troppo stupidi per rimanere (in realtà dice loro che non avendo trovato né misericordia, né discernimento tanto valeva andarsene).

Ecco, allora, un caso per i nostri giorni, quelli che intentano cause per lo sgocciolo dal vaso dei gerani, quando a volte basta aspettare e saper leggere la Giustizia che tanto prima o poi non partorisce.