Dalle cipolle ai budini: l’Egitto che non ti aspetti

Amo i Padri e le Madri del deserto e vi confesso che molto spesso mi capita, tenendoli neanche sul comò, ma sul letto, di aprirli e leggere a caso, a bassa voce, l’apoftegma su cui mi va l’occhio, per questo altrettanto spesso mi meraviglio, perché è “il Dio di Abramo, Isacco e giacobbe” ed è un “Dio dei vivi” e loro, quindi, sono vivi e possiamo anche noi, nel 2019, metterci alla sequela, dopo l’immancabile lunga attesa sotto il sole.

Li leggo ancora, insomma, e non si esauriscono, tanto che sorgono domande sulle prime ovvie, ma che poi si rivelano e sono fondamentali, per uno scherzo tutto loro che amano sentirsi dare dello stupido, affinché, poi e tutto sommato, lo stupido che è in te si riveli.

Ecco allora una domanda stupida o, in ogni caso, ovvia: perché il deserto come luogo di elezione? Cosa li attrasse là davvero? E’ poi vero che si siano ispirati semplicemente alle Scritture? L’esodo, le tentazioni di Gesù e la donna vestita di sole sono davvero alla base della loro fuga che appare soltanto orizzontale, cioè piana, in una parola, semplicemente un lontano da tutto e da tutti.

Per comprendere e comprenderli bisogna entrare nella loro spiritualità che non seguiva una vocazione, ma la salvezza, la quale è Terra promessa, è eternità, e dunque il deserto, sebbene non metaforico, è prefigurante, perché prefigura il passaggio, cioè la vita come promessa di cose future ed è, quindi, esodo.

I Padri infatti escono, alla stregua di Mosè, da un Egitto culturale e spirituale, da una schiavitù dell’anima piucché del corpo, afflitto in ogni modo. La loro grande lezione non è quella a cui la scuola ci ha abituati: essi non cambiano il mondo, lo fuggono.

Sanno certamente che nessuno ci riuscirà mai a cambiarlo, per questo se ne vanno, anzi, volgiamo dirla tutta? se ne fregano e il loro uscire è in tutto e per tutto simile a quello di Mosè di cui nessuno ha detto una cosa importante, sebbene sia stato tirato per la barba facendone un liberatore in senso moderno che quella chiave interpretativa modernista non perde mai l’occasione d’infilarsi nelle lampo storiche per poi fallire oscenamente, cioè dire di tutto e di più farneticando.

Mosè, infatti, come i Padri, non cambia l’Egitto, non scatena una rivoluzione né dà l’assalto al potere per un potere tutto suo e tutto nuovo. Mosè se ne va dopo aver chiesto il permesso di accomiatarsi con le dieci piaghe, cioè un’insistenza divina che fece sua sino al dramma, non mosaico, ma di un orgoglio che conobbe prima la profondità del male e lì, poi, perì.

Non ci fu una rivoluzione ai tempi di Mosè, ma un’immersione in un processo storico inderogabile la cui logica ci sfugge soltanto perché primogeniti di una scolarizzazione che ha addirittura perso il senso della patristica del deserto, quella, appunto, del ritiro dalla scena e non del suo cambiamento.

Dunque fu l’esodo e Mosè ad ispirare i Padri e le Madri del deserto che elessero il luogo consono a una fuga e la libertà, caro Gaber, ovunque tu sia, fu “star sopra a un albero” a raccoglier rami di palma e non “partecipazione”, anzi, sempre più lontani da ogni corteo, sia pure regale che andava loro incontro con la persona o le voci.

Sì, fu più fuga che Esodo, allora, tanto che chi volesse tacciarli di vigliaccheria avrebbe gioco facile, accusandoli, magari e di scuola, di fuga dalla realtà, ma non vita altrettanto facile se ne volesse seguire l’esempio, perché la terra è promessa come la libertà, solo che ha quest’ultima manca spesso un Mosè e ripiega sui leader, quelli che se ne vanno e vengono in piazza e in televisione, non nel deserto.

E’ valida oggi come mai quella lezione, perché mai come adesso è trionfante un Egitto culturale e spirituale, mai come adesso il mondo (l’Egitto) è ricco di cipolle e pochi cercano la manna desertica, quella del cielo a cui certamente la scienza attribuisce uno scarsissimo valore nutritivo e l’ha tolta dalle mense scolastiche a favore di budini a breve scadenza.

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