Straniere in patria

Con le nozze di Cana abbiamo affrontato l’evidenza dei Vangeli che appaiono solamente misogini, ma la realtà è ben diversa, perché a una lettura profonda, quella che sola apre il Vangelo di Giovanni, in tutto e per tutto simile a uno specchio d’acqua che sulla superficie riflette solo te stesso, mentre il profondo è ben altro, si scorge una vita che sorprende, come sorprende la nuova lettura dei segni del suo Vangelo se Cana fu il primo punto programmatico, cosa che fa di tutti gli altri la trama del suo ministero che alla luce di Lc 4,18 fu essenzialmente proclama di libertà. Con questo vogliamo dire che quei segni vanno riletti proprio come si trattassero di un programma politico per una completezza che va oltre, concretizzandosi, la lettura teologica.

Il primo punto che Gesù pose al suo programma fu la questione femminile perché essa costituisce l’incipit programmatico, quello che forse ha spinto all’intervento, come noi che siamo spesso spinti fuori da una necessità a cui si aggiunge magari altro, ma resta il fatto che all’origine della nostra esigenza ce n’era una improcrastinabile.

Questo toglie la macchia misogina alla Scrittura, in particolare ai vangeli che in un’altra pagina appaiono tali, ma solo a pelo d’acqua, quello che riflette noi stessi ed è incapace di andare a fondo. Quell’altra pagina misogina appartiene ad Apocalisse che noi diremmo, superficialmente, prova della misoginia scritturale, perché lì è chiaro che i vergini non si sono contaminati , macchiati con donne (Ap 14,4) e per questo non sono bugiardi, come se la donna fosse non solo bugiarda geneticamente, ma spingesse l’uomo ad esserlo, insomma non solo corrotta, ma anche corruttrice.

E’ un versetto pesante, dunque, ma solo in apparenza, solo se si scarta una chiave ghematrica che neanche sarebbe necessaria, perché un minimo di sensibilità scritturale farebbe sin da subito comprendere che quelle donne che macchiano, non sono tutte quelle del genere femminile, ma solo coloro che non appartengono a Israele e traviano dalla fede sia i singoli che un popolo trascinandolo all’idolatria.

Questo non è un richiamo o un ammonimento estraneo alla Scrittura, perché Israele vive il suo monoteismo in contesto idolatrico, per cui è indispensabile la salvaguardia della sua identità, minata molto spesso dalle unioni matrimoniali che introducevano, all’interno d’Israele, divinità pagane, cioè venature idolatriche nel monolite dell’ebraismo.

Noi, infatti, leggeremo ghematricamente quella macchia ( μολύνω, Ap 14,4) per un valore di 1390, cioè il 1390 a.C. o trentacinquesimo anno dell’esodo, se adottiamo la cronologia del blog. Già di per sé quel 35 che emerge dagli anni dell’esodo è eloquente, perché, sempre secondo la cronologia del blog, esso è il 35 d.C. anno della crocefissione, quasi a parlarci del peccato se Cristo per esso fu immolato.

Ma noi non vediamo questo in quel trentacinquesimo anno dell’esodo, noi vogliamo leggerci l’imminenza dell’ingresso nella terra promessa, cioè l’imminenza di un regno e di una storia che sarà Israele, il quale dovrà tutelare la sua peculiarità e dovrà salvaguardarla attraverso proprio l’incolumità della sua fede, cosa che infatti sfuggì a Salomone per cui il capitolo 34 (in un’ottica di datazione doppia l’anno 34/35 dell’esodo, ossia il 1391/1390 a.C.) di Esodo non è letteratura, ma esprime il pericolo forse maggiore: le donne straniere come strumento di alleanze che sì, risolvevano, talvolta, problemi legati alla sicurezza dei suoi confini, ma aprivano una ferita nel cuore di quell’ebraismo che solo giustificava il regno.

Infatti, al capitolo 34 nei versetti 12-16 si condensa il pericolo incombente, se si citano non solo le alleanze ma anche, forse più alla luce della vicenda di Salomone, i matrimoni spesso soluzione semplice e immediata, ma dirompente nel lungo periodo, quello cioè necessario all’azione di culture e religioni altre nel delicato e giovane regno d’Israele.

E’ al versetto 16 che le donne, straniere, sono cacciate dal contesto familiare ebraico perché esse minacciano l’integrità morale d’Israele dall’interno, creando i presupposto per una contaminazione religiosa e culturale che noi oggi definiremo apertura, ma che all’epoca e in quel contesto, la Bibbia considerava degrado morale, civile e religioso che avrebbe, come in Apocalisse, macchiato Israele rendendolo impuro a causa di quegli dei che Dante definiva, sulla scorta forse di una lettura biblica, “falsi e bugiardi”.

Dunque la Scrittura, in particolare il Nuovo Testamento, tutto è fuorché misogino perché allontana non la donna come tale, ma solo perché straniera, cioè bugiarda, altra rispetto a un canone che Israele si è dato in virtù di quella fede che si è messa al dito, dito che è sempre identico a se stesso e vale anche per noi perché molte sono le stranire nate in patria e magari italiane da generazioni e generazioni.

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