Sei giare di lacrime

Ci siamo già occupati delle nozze di Cana, argomento che ha affascinato un po’ tutti a causa dell’evidente complessità dell’episodio, ricco di simboli, è vero, ma non fine a se stessi, cioè non fine a un’esegesi che coglie significati poi distanti dalla realtà dei fatti, tanto da risultare astratti.

Cana fu il primo segno ed è anche interpretabile alla luce di Luca 4,18 in cui Gesù proclama la libertà agli schiavi e dunque anche alle donne che vivevano una condizione servile.

Esse sono le sei giare, se giacevano a terra (Gv 2,6 nei manoscritti più antichi kèimenai “collocate, giacenti” a terra), erano cioè non collocate, ma prostrate in un contesto assolutamente maschilista che avrebbe richiesto, per il divorzio da loro, solo un atto di ripudio (Mt 19,7) come aveva prescritto Mosè non in virtù della Legge, lo dice chiaro Gesù, ma per la durezza dei cuori (Mt 19,8).

Con Cana, tutto cambia: la donna è donna affinchè con il matrimonio divenga madre, cioè si elevi a un ruolo superiore e ben inserito nella società e nella famiglia perché paritetico sebbene complementare all’uomo, cioè al padre.

Alla luce di Lc 4,18 e il manifesto programmatico lì riassunto da Gesù, bisogna saper interpretare quel “primo segno” di Gesù e vedere il primo punto del suo programma di libertà.

E’ così che appare chiara l’urgenza, perché in qualsiasi lista, sebbene della spesa, la prima cosa è la più importante, forse indispensabile e quella prima “cosa” da fare fu affrontare la condizione femminile che, come le giare, giaceva a terra inerte.

Compreso questo, tutto diviene più chiaro a Cana, come diviene più chiara l’espressione misogina di Gesù: “Che vuoi da me donna?!”. Bisogna subito collocare quell’espressione e vederla prima del miracolo, cioè prima che l’acqua sia tramutata in vino, cosicchè si sviluppi una cronologia dei fatti che illumina la scena.

Quel “donna” è prima del miracolo, quel “donna”, cioè, è la Legge ed è la condizione in cui versava, appunto, la donna relegata, cioè prostrata a un volere che era uomo. La scusa affinchè tutto ciò si consumasse nella società e nelle famiglie era la Legge, quella di Mosè, ma essa era stata frutto di una interpretazione di comodo o, come espressamente dice Gesù, per una durezza in tutto e per tutto simile alla pietra, che infatti Giovanni cita come materiale delle giare.

Prima di Gesù, allora, vigeva una Legge di pietra come i cuori, ma dopo, dopo cioè che l’acqua che esse contenevano fosse tramutata in vino, si ristabilisce l’ordine scritturale che prevedeva una donna che sposata diveniva madre con un ruolo ben altro rispetto a quello in cui era stata relegata.

Dunque è importante notare che Gesù si rivolge a Maria con quell’epiteto di “donna” per riassumere l’intera questione femminile “di prima”, affinchè risalti il poi che s’inserisce nel primo segno, cioè al primo punto programmatico di per se stesso il più importante in un manifesto di libertà e giustizia, quello che Luca in 4,18 colloca nel tempio, cioè nel cuore di pietra (Tavole) di tutto Israele.

In questo senso, allora, appare chiara l’importanza dei tempi che ordinano la scena: prima “donna”; poi “madre”, cioè prima la Legge, poi, con Gesù, la giustizia per risolvere uno scandalo tutto femminile: donna!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.