In hoc signo

Spesso l’approccio a un’idea scritturale è pachidermico, credendo solo ciò che è gravemente serio sia esegetico, professionale. Noi invece vogliamo suggerire un approccio sciocco per un percorso tra le spine visto il panorama degli studi.

Ci chiediamo, allora, perché Paolo ha una spina nella carne? Converrete che la domanda è davvero sciocca, perché il senso è chiaro: essa provoca dolore e tanto basta. Tuttavia c’è un resto, centesimi ancora non spesi dall’esegesi abituata ai pezzi grossi, mentre noi siamo perennemente alle prese con quanto rimane.

E rimane da dire di quella spina, forse davvero tanto se sarebbe stato ovvio, per Paolo, parlare di croce, cioè che pure lui, come i cristiani, avesse ricevuta la sua croce, cosicché il lamento era dovuto a un chiodo.

“Anch’io, come voi, ho un chiodo nella carne” e non una spina che risulta incomprensibile se la croce è la via del cristiano, grazie alla quale mantiene l’umiltà (L’imitazione di Cristo in ciò è chiara quando, non a caso, parla della via della santa croce).

Ecco, allora, il punto, cioè il non detto che apre la scena dei vangeli: perché la spina? La risposta è solo una per noi: la corona di spine che Gesù calzò sulla testa. Quella Gli conferì la potestà regale e non la croce che fu solo strumento affinché fosse innalzato, è vero, ma come re coronato di spine, però.

Nel Titulus si legge INRI, si legge cioè il suo titolo regale, ma l’incoronazione avvenne manu militari quando i soldati per primi lo omaggiarono “Salve Re dei Giudei!” e intrecciata una corona di spine lo incoronarono.

Dunque la spina di Paolo, in questo contesto, non è casuale, cioè un luogo comune, ma si appella non solo alla passione di Gesù, ma anche alla Sua autorità, sebbene in scala ridotta (una spina simbolo della sua corona), autorità che Paolo ha sempre cercata per imporsi ai super apostoli (Luca e Giovanni).

Quella spina, allora, sa dirci molto più del dolore o del richiamo a un’umiltà che naturalmente avrebbe dovuto esprimersi con la croce e, magari, uno dei suoi chiodi nella carne.

E’ dopo che la croce diviene simbolo di Gesù e dei cristiani, un dopo che tradisce il Vangelo e il suo re, Gesù, tanto che noi apriamo un filone di ricerca sulla croce latina come simbolo posticcio del cristianesimo.

In origine, però, era la corona di spine e questa vide Costantino per un in hoc signo tutto da ristudiare, come il monogramma che lo esprime che è sempre chi rho, ma appartiene all’originale evangelico che non è στέφανος (corona, per l’ennesimo falso), ma χoρωνός, per un chi e rho monogramma che conferì, in visione, non solo la vittoria a Costantino, ma l’investitura dal cielo non più frutto di una leggenda.

Fondi di caffè

Non si va all’ospedale per ridere, non sta bene perché dentro ci sono persone che soffrono. Tuttavia talvolta è impossibile e quella battuta ti rimane impressa e la conservi per un colloquio, magari psichiatrico perché davvero tutto si presta a un’anamnesi finalizzata al ricovero al Pronto soccorso che ce lo hai accanto.

Ho accompagnato mia madre a una visita ortopedica ed è lì che per la prima volta ho scoperto i cestini di carta per i bicchieri del caffè usati, il cui fondo sono riuscito a leggerlo per intero quella volta e mai prima.

Nei contenitori c’è scritta la frase più ovvia: il futuro del pianeta è nelle nostre mani e tutti, disciplinatamente, si saranno fatti carico di quel futuro e del senso di quella frase, gettando nell’apposito contenitore il bicchierino di plastica.

Si dice che il caffè svegli, ma è vero sino a un certo punto se non si è compresa la barzelletta (alcuni parlino pure di dramma ma saranno i soliti musoni) che è irresistibile perché coinvolge due papi per un incipit classico da barzelletta, come quello che introduce al riso appellandosi al polacco, all’argentino e all’italiano che…

Qui no, due papi: uno (Wojtjla) che urbi et orbi proclama che il destino del pianeta è a rischio di auto distruzione; l’altro (Bergoglio) che invita, certo che il futuro del pianeta sia davvero nelle nostre mani, come ammoniscono i contenitori di carta per i bicchierini del caffè, a far la riciclata, per un ex cathedra biodegradabile e riciclabile 100%.

Ecco allora la barzelletta sui contenitori della plastica in ospedale dai quali molta gente è fuori ed è per questo giudicata sana, ma in realtà vivono un delirio che per realizzarsi deve necessariamente coinvolgere i fedeli in un’amicizia di forza, affinché il futuro sia davvero nelle nostre mani che la gente pensa anche alle loro di mani, ma no, no sono le mani di loro loro che gesticolano mosse dal delirio cercando di afferrare il creato, per un usa e getta psichiatrico.

“Il futuro del pianeta è finalmente nelle nostre mani!” agita la mente disturbata di due papi che credono realizzato il sogno hitleriano, manifestatosi dichiarando guerra alla rumenta che chi ben comincia è a metà dell’opera.

Un bravo psichiatra comprenderebbe subito dallo sguardo allucinato sul futuro che siamo di fronte a un delirio di onnipotenza e toglierebbe subito la patente di guida della chiesa perché ci sono bambini a bordo e non è bene affidarli alle mani di pazzi che proclamano il loro delirio nientemeno che in ospedale, simbolo di un futuro facilmente leggibile nei fondi di caffè.

Ps: dopo breve ricerca non ho trovato l’immagine dei contenitori ma, credetemi, 50 centesimi per un caffè preso ridendo sono spesi bene (Città di Castello 30/7/ 2019).

La crisi, profetica, del settimo anno

Per comprendere la diffusione e il credito che diamo a un detto frutto dell’esperienza di coppia, cioè che al settimo anno di matrimonio subentra la crisi, la crisi, appunto, del settimo anno, basta eseguire la più banale delle ricerche nel web per vedersi comparire un’infinità di pagine, anche autorevoli.

Questo dimostra che non solo il problema è sentito, ma che forse è ritenuto vero, ma non sino al punto d’immaginarlo comparire nei vangeli e da essi di trarre davvero autorità, perché anche lì quel momento di crisi compare ed è descritto, sebbene solo grazie a una lettura simbolica che va oltre la nota lucana sulla vita di Anna, la profetessa che, dopo 7 anni di matrimonio, rimase vedova (Lc 2,36).

Quello che sulle prime appare come dato biografico, potrebbe in realtà celare una dinamica di coppia, sempre utile anche nell’ottica di un matrimonio cristiano che non è immune dalle crisi, più o meno grandi, più o meno statistiche, come quella del settimo anno.

Anna, come donna, istruisce allora le donne con quella nota biografica, le quali, dopo la lettura del passo lucano, sanno che al settimo anno subentra, al calore del rapporto di coppia, il rigor mortis di uno stato di vedovanza, ma con il morto in casa che non si può e non si riesce neppure a seppellire.

Certo, il marito ad Anna morì davvero, ma non sarebbe insolita una lettura più alta, un necrologio di coppia che spazza via le rose iniziali, per un ménage che al settimo anno appare ormai secco.

Abbiamo scritto ciò perché il web offre di tutto per quel settimo anno talvolta drammatico, per cui non disturberà certo una chiave lucana per comprendere che anche i vangeli se ne sono occupati, affinché si abbiano le idee chiare in proposito, cioè idee di donna, ossia l’esperienza di Anna la profetessa, forse pure essa, sebbene profeta, presa alla sprovvista e ha voluto dare a quella crisi una valenza universale, profetica che come tale sarà disattesa, lo sa, perché il falso profetismo dei violini fa immancabilmente più colpo

Fantozzi ha paura

L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, recita la costituzione, ma nessuno dice che il lavoro è un piacere che ti fanno e lo rivogliono, prima o poi, indietro con gli interessi. Come non si dice che la satira, sempre in Italia, è libera, libera cioè di dedicarsi agli altri e non al Potere che cova laddove meno te lo aspetti, come dove meno te lo aspetti compare.

Guardate attentamente il video e lo vedrete quel potere, quello che si cela alla vista e che è stato oggetto di un libro recentemente, a cura di una che forse, magari incoscientemente, è di loro: Concita De Gregorio, ex direttrice de L’Unità, sebbene noi non facciamo un discorso politico, ma sulla paura, quella che suscita il Potere, il Potere che è stato conquistato uccidendo e uccidendo è conservato.

Nel video vedrete Fantozzi alle prese con la scheda elettorale e mette alla berlina tutti, tranne uno: Mario. Lui compare, compare soltanto, ma è tenuto lontani dagli strali di una satira che sa essere geniale (favoloso l’impatatamento su patata di Spadolini). Marionon suscita la satira di Fantozzi guascone nazionale, colui che ha affidato alla storia italiana “una cagata pazzesca”.

Non compare Mario, ma la regia o il destino, fermano il Manifesto e la Ferrari in un unica mazzetta confusa tenuta stretta tra le braccia di Fantozzi, perché anche se Fantozzi ha paura, trova sempre però il modo di dirlo agli altri che c’è da averla, nascondendo l’intento di “anni formidabili”: farsi la Ferrari e infatti di soldi ne hanno fatti a palate, tranne i soliti scemi che ci credevano davvero.

Guardate il video e capirete che anche Fantozzi ha paura e dunque quel potere è cosa seria: spara per una Democrazia Mortuaria che sa di cavallo verde apocalittico e forse questo terrorizza Fantozzi tanto da fargliela fare sotto quella “cagata pazzesca”.

Mario, dammi un martirologio precedente al 1587 e ti dimostrerò che quel tuo desiderio di non morire idiota era solo una banale aspirazione non necessariamente suffragata dai fatti.

Scherza con i fanti

Abbiamo già espressa la necessità di consultare un martirologio romano precedente il 1587, perché dopo di allora ci fu l’adeguamento dal giuliano al gregoriano e tutto scivolò di 11 giorni, facendo saltare la logica sottesa di quello stesso calendario che esprime certamente le vicende legate alla Sacra famiglia, per cui tutto è annotato seguendone le orme, in particolare il Natale che non fu secondo noi il 25 dicembre, ma il 10 agosto e questo, sicuramente, non sfuggiva al calendario liturgico precedente la prima riforma del 1587.

Nell’impossibilità di verificare tale ipotesi (in realtà ferma convinzione) possiamo solo offrire indizi forti, come la festa di Sant’Anna, la profetessa, che per prima vide Gesù quando si tenne la presentazione al tempio.

Nel calendario successivo alla prima riforma, tale festività era datata 1 settembre, per cui, calcolando 11 giorni di avanzamento con il passaggio al gregoriano, in origine cadeva tra il 19 e il 20 agosto Sant’Anna, quindi, datandosi la presentazione al tempio otto giorni dopo la nascita, Natale cadrebbe l’11 o 12 agosto, in ogni caso in un giorno estremamente compatibile con la nostra ipotesi di partenza del 10 agosto (stiamo solo lavorando sull’ipotesi di fondo a cui magari sfuggono i particolari liturgici) che necessita solo di un martirologio precedente la riforma gregoriana per avere pieno successo.

Ma c’è di più. Sempre secondo quella stessa logica, quella che ordina ogni calendario, nessuno dei protagonisti evangelici e della Tradizione può essere escluso dall’essere ricordato, come l’altra Anna, madre della Madonna, che infatti vede la sua festività, nel martirologio del 1587, nel 26 luglio, per cui considerando l’avanzamento di 11 giorni, in origine essa cadeva nel 15 luglio, data che in ogni modo deve avere un riflesso nella Sacra famiglia di cui Anna è antenata illustrissima.

Infatti è in quel 15 che tale ruolo è rimarcato, perché la Tradizione sapeva benissimo che Gesù era nato nel 15 a.C. come da sempre sostiene il blog e infatti anche il martirologio romano del 1587, seppur riformato, ne ha conservata traccia collocando Sant’Anna al 26 di luglio (15 prima dell’adeguamento di 11 giorni) in ricordo del ben più importante 15 a.C. che non è un pacco di Natale: è storia.

avE

Ieri abbiamo descritta la parabola del rapporto tra uomo e Dio, un rapporto che nasce tra Adamo e Dio per poi divenire tra Adamo ed Eva. Abbiamo scritto che fintanto dura la solitudine di Adamo, egli riserva il suo affetto a Dio e quell’affetto è adorazione, contemplazione.

In entrambi i casi Dio è il centro dell’affettività di Adamo il quale, però, sente sorgere in lui il desiderio della carne, cioè di qualcosa che neanche è suo ma che sia lui o come lui. Dio avverte la necessità di Adamo e giunge a un atto di compunzione, tanto che noi tradurremmo “effettivamente non è bene che l’uomo sia solo” perché si rende conto di chiedere, forse troppo.

La creazione di Eva, però, distacca Adamo dall’adorazione per introdurlo nell’amore che è “trasporto” non “grande trasporto” come l’adorazione e in questo noi ci abbiamo visto l’inizio di una parabola discendente che ci sfugge sulle prime perché vissuta in nome dell’amore, sebbene non sfugga al dizionario, quando leggiamo la definizione di adorazione e amore.

Questo in sintesi il discorso di ieri sera, quella stessa in cui hanno fatto compagnia i Padri come loro solito perché è “un Dio dei vivi” (Mt 22,32) e Teonae, letto a caso, ma non a casaccio, riassume tutto alla perfezione sebbene l’apoftegma che ci è stato tramandato sia di qualche riga soltanto e reciti

Quando la nostra mente si distoglie dalla contemplazione di Dio, diventiamo schiavi delle passioni carnali

Ecco allora la sostenibilità del nostro pensiero perché, se invece di riferire il tutto alla vita monastica facciamo assumere all’apoftegma una valenza universale, esso riassume alla perfezione il nostro pensiero: Adamo, da creatura angelica (adorante), diviene creatura carnale; e altrettanto fa il monaco pur nell’assenza di Eva, ma in presenza di altre passioni che lo rendono altrettanto schiavo, schiavo di un amore di carne, cioè di una passione che ne ha rapita l’anima dall’adorazione per consegnarla alle segrete di un amore di carne alla stessa stregua delle altre creature viventi, se non animali, del paradiso dal quale, inevitabilmente presi dal gorgo della passione, furono cacciati perché l’amore dura quanto un mazzo di rose, poi subentra la routine dei calzini. Unisex.

Questo decadere da una condizione angelica, adorante, compare anche, sebbene per inciso, in Apocalisse, nella lettera a Efeso che il blog riconduce, forse sbagliando ma coerentemente da sempre, a Gerusalemme, forse ebrei messianici, a cui s’indirizza una lettera che non a caso ci parla d’amore, ma non quello di prima (Ap 2,4) come a dire che prima c’era una forma migliore di quello stesso amore, c’era forse adorazione per una condizione angelica che Efeso ha perduta o sta per perdere ( Menorah, Ap 2,5) assieme alla primazia nell’insieme delle lettere che per prime a Efeso s’indirizzano.

Quel suo non avere l’amore di prima, allora, altro secondo noi non significa che Efeso si è allontanata, forse essa stessa preda della “passione amorosa” che però ne mina lo status quello che la vuole “per fede” (Eb 11,4-40) chiesa e non per visione perché Israele non concepisce, ma accoglie, se incorrotta, il verbo fatto carne. A lei è riservata la parte migliore di Maria (Lc 10,42) che deve tutelare anche all’interno di una comunità cristiana che si è sviluppata a seguito, però, della visione (1Gv 1,1).

Siamo quindi in disaccordo con Paolo perché lui ha qualificato ciò che è meglio, ma è Dio che lo ha stabilito quando ha distino la Sua adorazione da un amore che si esprime con i sensi e che con i sensi spesso muore perché in fondo quel mazzo di fiori iniziale non è altro che la promessa di vederne di tutti i colori.

Una storia d’amore

Adamo, lo abbiamo scritto altre volte, è la creatura spirituale e non si offenda Eva, quella di oggi, perché Adamo è simbolo delle creature spirituali (Maria rispetto a Marta), uomo o donna che siano.

Dunque la creatura umana fu creata spirituale e ci fu un tempo che essa mantenne la sua condizione primigenia, per poi chiedere a Dio che giunse alla conclusione che è bene che Adamo “non sia solo”, ma era bene per Adamo, non per Dio che, forse, esaudì una necessità piucché un richiesta e generò, dalla carne di Adamo, Eva affinchè fosse “carne della sua carne”.

Ma la necessità di Adamo era una necessità materiale se Eva fu tratta dalla carne e dunque Adamo, si dette al piacere materiale quello che, in quel caso, cioè nel caso di Eva, si può vedere, si può udire e toccare.

Eva era materia che Adamo potè amare e questo ci appare, solo sulle prime, buono sino a divenire quasi una condizione migliore perché amore, ma prima Adamo non si limitava ad amare: Adamo era una creatura spirituale che quindi adorava, per cui quell’amore fu in realtà un corrompersi perché è il dizionario che distingue nettamente “adorare”, cioè amare con grande trasporto, da “amare”, cioè provare un trasporto sentimentale e sensuale, quando quest’ultimo afferra la materia con i sensi, cosa che sfugge all’adorazione.

Adamo con Eva precipitò a una condizione inferiore a quella primigenia perché furono coinvolti i suoi sensi ed Eva fu, infatti, “carne della sua carne” per una carnalità che è davvero difficile definire amore e che, tra l’altro, avrebbe allontanato, come avvenne con la cacciata, Adamo da Dio.

Abbiamo spesso parlato di Eva come colei che gettò le premesse per la cacciata dal paradiso perché carne e su quella fece e fa leva il serpente per giungere ad Adamo, cioè allo spirito, all’anima. Tuttavia, rimanendo le premesse di Eva e le promesse del serpente, ci appare adesso più responsabile Adamo che scrisse lui l’introduzione alla storia – sì la storia- d’amore tra lui ed Eva che ancora non è finita, poichè l’epilogo di questa parabola discendente è scritto in Luca 23,29 per un odio che permeerà tutto il genere umano compiendo la sua discesa agli inferi, iniziata da un’adorazione non più sufficiente; trasformata in amore e da ultimo un epilogo efferato con l’immancabile lieto fine riservato solo a coloro che hanno stomaci così forti da giungervi.