Croce o delizia

Quando ricordiamo che il falso profeta di Apocalisse non è un simbolo di qualsivoglia speculazione lontana dall’originale evangelico e biblico, potremmo essere tacciati di anticlericalismo adducendo il significato di quel simbolo a Pietro, cioè alla chiesa cattolica e, in particolare, a Sisto V Peretti che con la sua Sistina ha stuprato la Bibbia, come bene un sacerdote, pure lui cattolico, ha scritto.

Si pensa che quel falso sia solo qualche qua e là biblico, però, ma in realtà la faccenda è gigantesca, se non fosse altro perché di mezzo ce n’è andata l’intera struttura cronologica biblica e, con essa, la storia che s’intendeva consegnare allo studio e alla scienza.

Così fu partorità, infatti, “la truffa di maggior successo di tutta la storia della scienza” perché ha consegnato ai posteri, tra il molto altro, il pacco di Natale e non il regalo, in quanto, dal 10 agosto, il Natale è scivolato agli antipodi del calendario, cioè al 25 dicembre, per un freddo e un gelo che ha cristallizzato il simbolo della truffa.

Potremmo, dicevamo, essere tacciati di anticlericalismo becero, vedendo come tutti, come troppi, la chiesa fucina di mali, ma c’è un punto nei vangeli che fa chiarezza sulle nostre e altrui intenzioni: è quando Pietro invita Gesù a trattarsi bene e a fuggire la croce (Mt 16,22) e ne riceve non un’umiliazione, ma un titolo: satana.

Egli infatti vuole che Gesù si tratti bene e sia trattato bene, dimenticando che sempre Gesù, in proposito, è chiaro: guai quando tutti parleranno bene e vi tratteranno altrettanto bene: così fanno ai falsi profeti (Lc 6,26).

Ecco allora che al falso profeta è tolta la maschera che profeta è, agli occhi della gente, ma è falso perché vuole che la gente lo tratti bene o, con un linguaggio pubblicitario, lo coccoli cosicchè lui per primo coccolerà loro, rivelando un messaggio che solo appare profetico, magari un affetto di Dio, una melassa buonista che non consegna alla croce ma alla delizia.

C’è dunque una radice falso profetica ben chiara nei vangeli e noi l’abbiamo solo portata alla luce con nome e cognome perché è con Sisto V Peretti che essa germogliò e dette frutto, dette cioè alle stampe una Bibbia falso profetica come il suo arteficie, per poi propagarsi all’intero habitat storico in cui affondò le sue propaggine moltiplicandosi per talee e invadendo la messe.

Non siamo soli in questo. Nicola Lisi ha visto tutto prima di noi quando nel suo Diario di un curato di campagna ha notato nella statua di Pietro, cioè nella chiesa, la testa malata, cioè minata in origine da una venatura di pirite, un simil oro che appena appena carezzato dal Luminello, l’ha fatta cadere.

Lisi ci va duro più di noi e lo dice chiaro: la lastra di marmo da cui si era ricavata la statua (la Chiesa) andava scartata in origine, quasi a dire che Pietro doveva, come Giuda, essere escluso dal collegio apostolico, perché capace solo di guastare ciò che era sano, come Gesù stesso invitato a trattarsi bene, a coccolarsi con uno shampoo evangelico che delizia i sensi, quando quello stesso Vangelo chiese a Gesù la lisciva della croce, per un mercoledì delle ceneri scritturale.

Adesso osservate pure la maestà di San Pietro e quel lusso che gli piace tanto (Ap 18,14).

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