Alla scuola D’Avila

Ne Il cammino di perfezione di Teresa d’Avila si legge che per gustare la manna si deve uscire dall’Egitto. Sulle prime appare ovvio tanto è scontato, ma riflettendo si aprono considerazioni davvero interessanti.

Infatti, l’Egitto da cui si esce non finisce ai suoi confini, ma si apre al deserto, quindi per gustare la manna si deve addentrarsi nel deserto, simbolo da sempre di solitudine se Gesù vi fu spinto per essere tentato.

Quella solitudine, però, non è solo fisica, ma più ancora prima culturale, poi spirituale, se analizziamo le parole di Teresa, perché ella fa diretto riferimento all’esperienza di Israele che lasciò l’Egitto per addentrarsi nella promessa.

Quella solitudine, allora, significa che Israele – e noi- dobbiamo dapprima lasciare un Egitto culturale, poi spirituale come Israele che lasciò la cultura dei faraoni e la loro religione.

Infatti se l’esodo si colloca tra il 1425 e il 1385 a.C., nei primi tre anni Israele dimentica la cultura egizia che lo aveva uniformato in 480 anni; poi, con il decalogo del 1422 a.c., la sua solitudine diventa anche spirituale e Israele è davvero solo, solo con la sua nuova cultura, quella che in germe ha formato in 3 anni di deserto; e solo con il suo Dio in un contesto politeista.

Dunque il lasciare l’Egitto di Teresa è davvero ben lungi dall’essere una mera osservazione di fatto, ma riassume tutto un percorso, un esodo appunto, che si fa cammino di perfezione esso stesso cioè prevede prima una rinuncia alla cultura appresa magari in maniera sistemica; poi alla fede creduta sino ad allora, aprendosi a un’esperienza esodale che non caratterizza solo un popolo, ma anche i singoli nella misura in cui c’è sempre, per il cristiano, un Egitto da lasciare, cioè il mondo, con la sua cultura e con la sua religione.

Infatti, nella lettera a Pergamo di Apocalisse leggiamo che uno dei segni per “chi vince” è la manna nascosta che riceverà e questo ci parla di un deserto, cioè di un “lasciare” da parte dell’angelo che sarà costretto a una solitudine che in tutto e per tutto simile a quella provata da Israele ed è, fondamentalmente, incomprensione.

Un’incomprensione culturale e spirituale perché ‘angelo “lascia” la sua cultura e se sulle prime crede di trovare ristoro nella sua fede, si vedrà poi costretto a un’incomprensione ancora maggiore, per una solitudine del corpo (cultura) e dell’anima (fede) tanto che non troviamo casuale in quella sessa lettera la presenza di Antipa, cioè di anti-pas, pasa, pan cioè di “uno contro tutti e tutto”, perché contro una cultura e contro una religione senza incontrare nel suo cammino che rare oasi.

I libri non devono essere valutati per il numero di pagine capaci di giustificare il prezzo, ma dalla qualità dei suoi periodi che, sebbene brevissimi o unici, sanno istruire più di lunghi, complicati e culturali papiri.

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