Figli delle tenebre e gli amici domenicani

Il blog si è già occupato dei primi capitoli di Genesi, ma mai ha affrontato una locuzione molto diffusa in antichità, tanto che già in Qumran la troviamo ed è “figli della luce” a cui si oppongono quelli delle tenebre.

Leggevo su un sit0 domenicano molto conosciuto la risposta alla domanda circa la natura e l’origine di quella definizione e, sinceramente, lascia molto a desiderare perché sfugge sia il senso che il contesto che non sono derivabili dai vangeli, ma da Genesi, caro Padre Angelo.

Se lei rilegge Gn 4,9 capirà perché Caino e figlio delle tenebre, mentre Abele della luce, poichè la dinamica descritta è quella tipica di un omicidio premeditato in cui l’assassino, sulle prime, l’ha fatta franca.

Infatti Adamo ed Eva non intervengono, come sarebbe naturale, dopo l’evidente scomparsa del figlio di cui certamente hanno chiesto notizie a Caino, il quale si sarà trincerato dietro il più classico dei non so, come poi cercherà di fare anche con Dio.

Adamo ed Eva, così, sono all’oscuro dei fatti e immaginano una disgrazia, cioè il leone che ha divorato Abele e si rassegnano, forse, alla perdita non immaginando neanche lontanamente che Caino sia un assassino.

Solo Dio, di fronte al delitto perfetto, sa come siano andate realmente le cose e chiede a Caino, sia mai che si penta, la sorte di Abele. Caino risponde che non è il suo guardiano fingendosi all’oscuro come ha fatto con i genitori, solo che stavolta cerca, addirittura, d’ingannare Dio, di tenere pure lui all’oscuro.

Ecco, allora, il figlio delle tenebre perché la sua opera è nascosta agli occhi degli uomini che, di fronte all’omicidio, brancolano nel buio. Ed ecco anche Abele, figlio della luce affinchè si generino nell’umanità due diverse nature e origini, per una tenebra e una luce che ancora la caratterizza

Itagliani

Una cosa così buffa non la leggerete altrove, ma solo qui, perché solo qui si fa l’Italia che tutti credono nata a Porta Pia da dove entrarono i garibaldini, ma solo il blog, unico al mondo, ha detto, anche qui, come stanno le cose, cioè che in realtà uscirono i preti per un’unificazione tutta da riscrivere che non fu risorgimento ma cattolicizzazione di massa.

Quell’unificazione è passata alla storia con il 1861, studenti, liceali e universitari, e allora noi vogliamo e vagliamo ghematricamente quel 1861 che ci conduce a προσψαυετε cioè a Luca 11,46 dove si pongono pesi (stati unitari) che loro però non vogliono neppure “toccare”. Chi sono? Beh, i dottori della Legge, lo scrive espressamente Luca e dunque quell’unità d’Italia è frutto, se la ghemagtria non ci inganna (ma lo fa, lo fa: sarebbe troppo assurdamente facile il Risorgimento) furono i Dottori della Legge che uscirono da Porta Pia per un ‘Italia “superiore” ( υπερεχουσα, il secondo valore di 1861), cioè unificata che non è male in sé, il male è che il processo studiato e insegnato è ben altro, è superiore ed appartiene ai Dottori della Legge.

Il popolo messianco

Quante volte leggiamo e ascoltiamo dal pulpito della chiesa che san Giuseppe era un falegname? Non sappiamo che egli era il padre putativo di Gesù? Quante riflessioni in proposito sono state offerte se egli fu ed è santo? Molte, tante, forse, addirittura, troppe perché manca quella più importante per comprendere Gesù, figlio di un falegname che vuole l’umiltà del Cristo, ma in realtà, girandoci attorno, la cela.

Gesù, infatti, era figlio di un falegname, ma nessuno dice ciò che non era, cioè figlio del sinedrio perché quello fu Barabba che infatti significa Bar abbà, cioè “figlio di un padre” spirituale, cioè del sinedrio che lo oppose a Gesù e in questo il blog con la categoria “Barabba” è stato chiaro sin da subito dicendo che si giocò la partita tra Dio e loro, cioè l’istituzione religiosa che si vide esautorata da un’incarnazione che scelse il popolo con Maria e non il sommo sacerdozio mosaico, nonostante la gloriosa origine che, appunto, faceva derivare il loro potere e la loro autorità da Mosè.

Questo accecò la loro superbia e il loro orgoglio collettivo di casta che si vide superare da un desco di falegname quando loro ambivano alla cattedra, quella di Mosè (Mt 23,2). Vorremmo dire che tutto si risolse a Gerusalemme, ma sbaglieremmo perché la chiesa, con Sisto V Peretti ha fatto di più, forse peggio quando ha urlato di fronte a una croce sanguinante “come legno ti spezzo, come Cristo ti adoro” perché così dicendo ha imposto il suo Cristo, uccidendo Gesù, cioè i legno, la vita bassa del Cristo di estrazione popolare.

Insomma lo vollero come loro erano diventati: nobile, ricco e viziato, vollero cioè un Cristo a loro immagine, affinchè non rifulgesse lo scempio che avevano fatto di Gesù. Così elevarono il Cristo a una dimensione puramente teologica, per una nobiltà di spirito e sociale che aveva spezzato il legno, per far posto all’idolatria del Cristo.

Quella di Sisto V Peretti non è un’esclamazione buttata là, essa riassume tutta una chiesa dopo di lui, quella stessa che apprese il modello da Barabba, mandato libero affinchè si crocifiggesse di nuovo Gesù, cooptato pure lui in una casta nobiliare religiosa tanto fastidiosa quanto inutile, perché pretesa di un magistero che vorrebbe divorare il bambino, quello ancora educato e istruito da un falegname e una casalinga, ben lungi dalla faccia del dragone

Sorelle



Pochi farebbero di Maria un simbolo tanta è la sua fama e complesso il suo ruolo che ha ha partorito, infatti, tutta una teologia specifica. Tuttavia ella è simbolo di un’umanità che accoglie lo Spirito e permette che si compia la volontà di Dio.

Dunque Maria non è solo la madre di Gesù, ma una parte dell’umanità, quella che accoglie lo Spirito Santo e fa nascere Gesù con le opere e la parola, oggi come allora. Non è, stando al simbolo, questione di generi, femminile e maschile: quell’umanità si compone di uomini donne, adulti e bambini. Un po’ come con Eva che è uomo e donna, sempre stando al simbolo, ed è l’umanità carne, diversa da Adamo, anch’esso uomo e donna, adulto e bambino, che è spirito.

Nei Vangeli questa diversità prende i corpi di Marta e Maria: la prima tutta presa dall’oggi; la seconda proiettata in un futuro che sarà messianico e sarà Parola. Ella, Maria, accoglie Cristo, mentre Marta lo ospita. La prima sceglie la parte migliore, cioè il cibo che non deperisce (Gv 6,27); la seconda si cimenta nelle frittate.

Marta sgrida per questo Maria perché “se facessimo tutti così che ne sarebbe?”; mentre Gesù sgrida Marta perché così si fa, si fa, cioè, come Maria che offre un boccone a causa della cena del signore che l’ha tenuta occupata.

Verrebbe davvero da dire: “E se facessimo tutti come Maria?” Se scegliessimo tutti la parte migliore chi curerebbe gli ammalati? E questo è vero nella misura in cui co sono gli ammalati, quando però in un mondo messianico andrebbero in paradiso pure gli ospedali, però, e tutto sarebbe la parte migliore.

Ma non ancora, per cui la critica di Marta è fondata, come legittimo è il suo lavoro e per questo non tutti scegliamo Maria, anzi, pochi, perché se non altro, vogliamo evitare la critica riguardo al nostro ozio molesto che non sposta neppure la sedia al passaggio di Marta, rimanendoci davvero comoda la schiavitù a fronte della libertà di Maria che, appunto, sfida la critica accogliendo Gesù, mentre Marta lo ospita.

Come vedete, siamo di fronte a due Maria, cioè a un caso di omonimia che coincide con un identico modo di fare perché come Maria (la Madonna) accoglie lo Spirito in sé, Maria accoglie il figlio di quello spirito, tanto che a noi è venuto davvero un dubbio: è casuale quell’omonimia e quello stesso agire? Oppure si tratta della stessa persona alla luce di Gv 19,25 in cui Maria (la Madonna) ha una sorella e potrebbe essere Marta, cosicché Gesù, a Betania, andò a trovare la madre, sua zia e suo cugino per una scena di vita familiare e parentale in cui, come del resto sempre, non mancano i contrasti quando si tratta di rimettere in ordine (solitamente i cuochi abbondano, lo sappiamo).

Ps: le donne citate da Gv 19,25 sarebbero quattro: Maria (la madre); sua sorella (Marta); Maria di Cleopa e la Maddalena.



Dal romanico al barocco: una caduta di stile

Stiamo leggendo la vita di Teresa D’Avila, dopo il suo Castello interiore e Il cammino di perfezione. Ne sta venendo fuori un santo, perché non ci stancheremo mai di ripetere che ella fu l’ultimo riassumendoli tutti prima del diluvio, quello che Nuzzi e Fittipaldi hanno ben focalizzato parlando per primi della fabbrica dei miracoli, nel senso che i santi dopo di lei appartengono a una filiera di perizie, esami e e indagini moneta sonante, cosicché si hanno guarigioni inspiegabili a fronte di malattie ancora più inspiegabili, come lo è una malattia inesistente.

Di Teresa sappiamo che nacque nel 1515, un doppio anagrafico che richiama sin da subito la data di nascita di Gesù, se corretta (15 a.C.); mentre la sua morte fa ancora più scalpore perché avvenne tra il 4 il 15 (di nuovo) ottobre, notte che si dice essere di adeguamento tra il giuliano e gregoriano, ma che in realtà segnò il lancio della più grande truffa di tutta la storia della scienza per dirla con Robert Newton che aveva intuito il grande scandalo della cronologia tolemaica che ingannò la fede e e la scienza, perché fu allora che l’asse cronologico biblico fu fatto a pezzi, forse da Sisto V Peretti che di fronte al legno (croce) a cui era accorso perchè sanguinate, impugnò un’ascia e, gridano “come legno ti spezzo; come Cristo ti adoro” lo fece in mille pezzi quel Gesù storico.

La vita di Teresa, dunque, segna la sua santità, perché i santi, lo insegna la chiesa, non sono solo le loro opere o il loro scritti e neppure i loro miracoli, perché miracolo, talvolta fu la loro stessa vita, come del resto quella della madre di Teresa, morta, si legge nella autobiografia, a 33 anni, cosicché l’una e l’altra appartengono non a un disegno divino, ma a una vita divina, nella misura in cui la madre muore a 33 anni, quando Teresa ebbe si una madre naturale, ma anche una spirituale e fu la Chiesa cattolica che con il 33 d.C., anno della crocefissione, ha ammorbato la fede e e la storia.

La chiesa, in realtà, morì nel 33 d.C., morì cioè la madre spirituale di Teresa, presa com’era dai tornei cavallereschi come la madre naturale, per un romanico che divenne barocco, cioè un ozio lussuoso ricco di facezie e amenità tali che si dovette stuprare la Bibbia partorendo, qualche anno dopo la morte di Teresa (1582), la Sistina che si disfece dell’ingombrante ricordo del cristianesimo che fu per darsi alle arie e delle arie di una musica barocca che dette alla chiesa un nuovo stile dopo l’immancabile caduta.

Ecco allora confermata il dramma dell‘alcolismo del Seicento: erano Teresa, amica di Dio, che si dette al bicchiere in memoria di Lui, impotenti di fronte allo stupro della Vulgata e della storia. Tutti coloro non erano dei Giuda, avrebbero gettato la corda. Erano, come Teresa, gli amici di Gesù e bevvero per non dimenticare.

La memoria di un fiume

Roma caput mundi, Roma, cioè, madre della storia, quella del mondo se volessimo attribuire alla locuzione un’accezione giovannea. Tuttavia rimane un interrogativo: conosciamo la storia di Roma?

Che ne è, ad esempio, del toponimo? Si è sempre chiamata Roma o ha subito, assieme alla sua storia, un’evoluzione? Noi crediamo che ben tre siano i nomi di Roma, e lo crediamo sulla scorta del Pascoli che ha colto, prima di noi, il palindromo amoR/Roma che da solo introduce in una storia altra di Roma se prima era amoR.

Come mai fu battezzata con l’amore evangelico? Appartiene davvero alla Grecia la massima Grecia capta, ferum victorem cepit o dovremmo scrivere invece, evitando magari l’ennesimo falso, Ierusalem capta, feruma victorem cepit quando il feroce vincitore era…Roma o quello che poi sarebbe diventata, passando alla storia come l’esatto contrario, amoR.

Si addice anche a Roma, insomma, la sua massima perché prima era Iskar che noi abbiamo colto come fase precedente la Roma amoR, era cioè la condita civitate che poi ha subito altre due fasi storiche: quella di amoR e quella di Roma, per una storia che la vuole davvero eterna, forse.

Noi, quell’Iskar, lo abbiamo scoperto per vie traverse, forse una di quelle nascoste che Iskar, alias amoR, alias Roma, ha sicuramente e una di queste è chiamata Una Santa Cattolica Apostolica Romana, titoli che appartengono a Roma, solo a Roma; mentre il greco dell’acrostico che ne consegue è ΥΣΚΑΡ ed è esso stesso Iskar.

Qualcuno giudicherà la nostra ricostruzione neanche pure fantasia, ma delirio perché Iskar è davvero l’isola che non c’è in nessun dizionario, se non si guarda bene, ma Iskar invece c’è ed è colà dove deve essere nelle terre bulgare che non sono quelle della Bulgaria se il suo etimo è Bulgna, cioè il nome turco che fa riferimento al Volga, ma nome latino, come latino è Bulgarus famoso glossatore medioevale e come Bulgarus è una cittadina romena, cioè di una Romania che facilmente tradisce le sue origini.

Iskar, insomma c’è ed è proprio là in quelle terre conquistate nel 46 d.C. quando ancora l’evangelizzazione di amoR/Roma era ancora in fieri, perché la relazione che fu inviata a Tiberio nel 35 d.C., cioè il Vangelo di Luca, ancora non era stata metabolizzata e Iskar era una catecumena.

Fu poi che divenne amoR, quando cioè divenne grande alla fede e alla storia, una storia che, ne siamo certi, solo un fiume potrebbe raccontare e quel fiume è l’Iskar in terre bulgare. Chiedete a lui: i fiumi, come il loro corso, hanno la memoria lunga.

Vergogna

Ci siamo già occupati di Genesi 3,7 scrivendo che l’albero del bene e del male non è il melo ma il fico, deducendo ciò dal fatto che Adamo ed Eva non s mossero dalla pianta che aveva offerto il frutto, per cui le foglie che essi colsero erano dello stesso albero, cioè il fico.

E’ stata dunque la dinamica dell’episodio a guidarci alla conclusione, come sarà la dinamica a far luce su un aspetto della nudità scoperta che crediamo ignorato. Infatti leggiamo che

6 La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.

7 Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. 

Da questi due versetti si evince che Eva mangia il frutto della pianta per prima, ma non c’è nessuna conseguenza. E’ solo il coinvolgimento di Adamo nel peccato che fa vedere la nudità dell’uno e dell’altra.

Crediamo, allora, che la traduzione migliore di Gn 3,7 sarebbe non”si accorsero”, ma “si videro nudi”, si videro, cioè, nudi l’un l’altra o, meglio, l’uno vide la nudità dell’altra. Questo comporta tutta un’altra lettura del passo, se ognuno è incapace di vedere nudo se stesso, ma capacissimo di scorgere la nudità dell’altro.

Questo significa che in paradiso prima è entrata l’accusa, poi il giudizio che non sa valutare se stessi, ma si rivolge all’altro, al prossimo evangelico che infatti è ammonito da Gesù a non giudicare e a non occuparsi della pagliuzza nell’occhio del prossimo, avendo una trave nel proprio.

La nudità che essi, cioè Adamo ed Eva, scorsero vicendevolmente, allora, introduce certamente il peccato in paradiso, ma il peccato è immancabilmente altrui, per un giudizio che fa le pulci al prossimo, ma che è incapace di giudicare se stesso, immancabilmente dalla parte della ragione e della santità, mentre l’altro è l’oggetto di una critica ipocrita, perché come era nuda Eva. così lo era Adamo e viceversa, ma entrambi, paradossalmente, si vedono al di sopra di ogni critica, la quale è riservata immancabilmente all’altro.

Dunque “si videro nudi” non è solo un dato di fatto, ma fa luce sulla dinamica del peccato dopo che ognuno aveva consumato il frutto della conoscenza del bene e del male, cioè avevano stabilito loro cosa lo fosse, ma questo, però, non si accompagna a una capacità di giudicare se stessi, ma solo la nudità, il peccato e la vergogna altrui, introducendo in paradiso l’accusa del prossimo, il suo giudizio e la condanna, ma tenendo ben lontano tutto ciò da se stessi, per un inferno, infatti, sempre pieno, esclusi noi.