In nome della serva

Alla luce del post di ieri sera, quello che fa luce sul rapporto, vero, tra la Scrittura e le donne, emerge un aspetto triste, perché ogni capolavoro, quale è il Vangelo di Luca, ha il suo anonimo, in questo caso, la sua anonima.

E’ un po’ come in certi film in cui l’anonimo, relegato in un ruolo marginale della trama, si rivela poi protagonista, perché il suo nome rivelerà la sua identità.

E’ il caso dell’emorroissa che, facente parte integrante della genealogia lucana, che si compone di nomi maschili e femminili, solo lei però non ha più un nome, sebbene in origine ce lo avesse, per il semplice fatto che tutti gli altri e tutte le altre ce l’hanno.

Dunque, se la condizione femminile sinora vissuta è dovuta alla Bibbia essa stessa “stuprata” (padre A. Maggi), sull’emorroissa è calata la mannaia di una censura che assurge a simbolo, perché con lei sono precipitate anche le donne nell’anonimato.

Il suo riscatto, quindi, significa il riscatto da una condizione di soggezione che i Vangeli, in particolare quello lucano, erano ben lungi dall’attribuire, ma ha fatto comodo un “sopra” e un “sotto” karmasutrico e di chiesa, cosicché l’ordine fosse legge, non Giustizia, non Scrittura.

Dare di nuovo un volto e un nome all’emorroissa, all’eroina della Scrittura, significherebbe, allora, fare Giustizia, non vendetta, a una donna e a un genere, quello femminile, che con lei ha sofferto di un anonimato ex cathedra.

Sarebbe davvero bello che io o altre sapessimo rivelare il volto e il nome della serva, cioè dell’emorroissa, affinché il capolavoro lucano ci riservi un finale da favola.

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