La pesca miracolosa sulla riva destra del Tevere

La pesca miracolosa costituisce uno dei passi più noti del Vangelo di Giovanni. Credo che nel corso dei millenni tutte le domande siano state poste e abbiano ricevuta risposta, sebbene sia sfuggito (dimenticato? Censurato?) il senso di quei 153 grossi pesci, senso che noi abbiamo riassunto qui (nel particolare qui)

Sorge, però, una domanda davvero bizzarra se Giovanni conta quei pesci, operazione solo in apparenza inutile nell’economia di un Vangelo che in così poche pagine riassume la vicenda terrena di Gesù di cui si potrebbero scrivere così tanti libri che il mondo non basterebbe a contenerli (Gv 21, 25).

Dunque se l’apostolo non si è lasciato prendere dal capriccio, perché dovremmo farlo noi se ci chiediamo di che specie fossero quei pesci? Infatti, sappiamo che sono grossi, forse veramente grossi, ma non sappiamo che pesci fossero. Erano tutti della medesima specie o di specie diverse?

Noi crediamo che fossero della stessa specie ed erano romani, perché, ovvio, noi in quei “grossi pesci” vediamo un simbolo e non una cattura fine a se stessa. Il significato del simbolo, quindi, non può che essere relativo al rango sociale, culturale e politico dei personaggi irretiti, che erano, appunto, “grossi”.

Ci appare evidente, già sulle prime, che non fossero ebrei, cioè che non i membri del sinedrio si fossero convertiti (di questo si tratta: di una conversione) altrimenti Giovanni lo avrebbe scritto chiaramente tanto era naturale.

Ma la pesca fu eccezionale, cioè assolutamente inaspettata tanto da essere “miracolosa” e dunque il pescato non apparteneva a specie autoctone, erano, insomma, romani; e che lo fossero lo vedremo nel prosieguo, dando a quel 153 del Vangelo e della pesca un’ulteriore senso, altrettanto importante.

Partiamo col ricordare quanto già scritto, anche ieri, che a Gerusalemme, in virtù dello sconvolgimento degli elementi naturali (terremoto, eclissi) a cui avevano assistito i romani dopo la crocefissione, in particolare Pilato la cui parola non poetava essere messa in dubbio, Roma chiese una relazione dei fatti del 35 d.C.

Forse Tiberio in persona volle essere informato e dunque lui, forse, è “l’illustrissimo” del Vangelo lucano. Ma questo segna un fatto epocale, perché chiude l’Antico Testamento, almeno stando alla città simbolo di esso: Gerusalemme, che con la crocefissione del Figlio di Dio non era più la città di Dio, ossia la città di Davide.

Gerusalemme, stando ai nostri Re, sorge come città divina e capitale nel 989 a.C. per cui nel 35 d.C. ha 1024 anni quando noi nel 1025/1024 (datazione doppia) a.C. facciamo nascere Davide (come si veda qui). Questo genera un’identità tra Davide e Gerusalemme che è oltremodo facile comprendere, mentre va sommariamente spiegato che nel 35 d.C., infrangendo l’alleanza con la crocefissione, si apre non solo un’alleanza nuova, ma si fonda, alla fede, una nuova città che è Roma, non a caso palindromo evangelico di amoR.

Dunque, avendo scritto che la specie dei pesci della pesca miracolosa è romana, e avendo aggiunto che la crocefissione fonda una nuova capitale simbolo della nuova alleanza, capitale che è Roma, dobbiamo trovare il legame tra i due eventi e quel legame è sempre il numero 153 dei “grossi pesci” ma romani.

Abbiamo indagato nel web alla ricerca di queste informazioni e ne abbiamo trovata una molto, molto precisa: la datazione della Tomba di San Pietro ferma al 153 d.C.. che conduce, inequivocabilmente, a Roma, cioè laddove deve essere, se si è compreso il mio ragionamento.

Va da sé che Pietro è di tutto rispetto, sia nell’economia della nuova capitale, sia nell’economia del passo, cioè della pesca miracolosa che lo vede nudo, è vero, ma anche protagonista di un mea culpa che farà storia, forse una storia così importante che è ancora sotto gli occhi di tutti se quelle ossa contenute nella tomba sono sue, anche se amoR mi fa pensare al Giovanni che ne Vangelo ci ha parlato di pesci, mentre nelle sue lettere di amoR.

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