Turòon, turàs e tetàss soltanto?

Ci sono parole che leggi dentro, nel senso che le leggi oltre l’ortografia e nel senso che le leggi dentro di te perché gli occhi non vedono. Insomma è un processo fotografico che i professionisti conoscono quando dicono che una foto, talvolta, prima nasce dentro di te.

E’ il caso di Cremona, città quieta che raramente sale alla ribalta, ma nasce dentro, la sua foto, quella vera ed è un ritratto se ne leggiamo il nome a rovescio, cioè anomerC, per una prima parte del nome di facile comprensione, aggiunta un’acca; mentre la seconda richiede un piccolo sforzo, lieve se si conosce cattoliciromani, sì, il sito cattolico per eccellenza stando al numero d’iscritti che ha avuto anche me, cioè anch’io ho frequentato CR, per un rovescio ancora, che però ci dice Cremona “ha nome CR”, cioè “ha nome Cattolici Romani”, che non è più il forum, ma una chiesa, oltremodo famosa se essa stessa rivendica il Primato, quello petrino.

E’ davvero tanto che ero a conoscenza di questo gioco di parole, ma mai ho controllato se nella storia di Cremona ci fosse un appiglio con cui argomentarlo, cioè dargli un senso compiuto, intendo storico. E’ così, allora, che cercato nella storia della chiesa cremonese qualcosa, ed è venuto fuori San Michele Arcangelo che mi pare di poter dire sia la chiesa più famosa, in ogni caso quella che fa più storia se opera da cui si ripartì dopo il disastro .

Così tutto assume un senso e possiamo parlare d’intreccio per un bel fantasy, perché abbiamo che in Ap 17,5 si allude al “nome misterioso di Babilonia la Grande”; Cremona che ci dice “ha nome RC(CR)” e dunque Babilonia, a cui si associa San Michele, è Cattolici Romani, cioè la Chiesa cattolica, ossia Roma, intendo il Vaticano.

Qualcuno potrebbe sorridere di fronte all’immisurabile gioco possibile con i nomi delle città del mondo, ma Cremona è qui, in Italia, come qui è Roma “la cattolica”, cioè colei che nasce “universale” su tutta la terra, stando all’etimo di “cattolico” ( καϑολικός ) e questo ci parla di qui, in Italia, a Cremona, di Babilonia non a caso delle genti e delle religioni, colei che il blog denuncia come la falsaria della storia avendone inventata non una ma mille e forse più, in primis quella della Bibbia che non ha più una cronologia, perché occupata dalla “truffa di maggior successo di tutta la storia della scienza” (Robert Newton).

Insomma, tutto nasce come gioco, un dagherrotipo sbiadito, ma alla luce sapiente di un foto ritocco, la scena, in particolare la sua composizione, è di tutto rispetto, quel rispetto che gli abitanti della città dovrebbero avere per se stessi e indagare su Cremona che non la raccontano giusta la sua storia se la loro regina Teodolinda urlò una profezia come vendetta al cielo gridando a e in San Michele Arcangelo, “Il condottiero” dopo avere perduto (come?) la sua battaglia e la sua città.

Teresa D’Avila, l’ultimo santo, afferma nel suo castello interiore che il diavolo, per cui Babilonia che ne è il regno, è un ottimo pittore, ma intende che è il miglior falsario e dunque la storia di Cremona potrebbe essere un grande falso che però, a causa dei secoli, ha perso smalto e qua e là crosta che protegge e nasconde l’originale può essere venuta meno, rivelando aspetti insoliti, anacronistici o fuori contesto rispetto a quello sinora conosciuto.

Tutti questi, alla luce di “ha nome RC(CR)”, potrebbero rivelare una storia nascosta, cioè l’affresco originale che si appella ancora a San Michele Arcangelo, cioè al cielo, per avere giustizia, sepolto com’è, ancora, dalla spazzatura di un falso storico che rende vittima una città intera e ancora non vendicata.

Tutto ciò potrebbe altresì essere oggetto di studio dell’illustre professor Fomenko che il periodo e le sue tecniche di vittoria le conosce davvero bene, come conosce bene la scuola pittorica fucina di falsi di talento. Unendo le forze il grido disperato di Teodolinda potrebbe essere udito.

La Fabbrica di San Pietro

Sai Bergoglio, ho ancora la notizia della tua assistenza ai poveri ai quali doni 3,5 milioni di energia elettrica. Di per sè gesto encomiabile, diverrebbe evangelico se ci dicessi a quanto ammonta il tuo patrimonio mobile e immobile, cosicché noi possiamo fare la debite proporzioni e scoprire se davvero, per te, 3,5 milioni di euro sono cifra iperbolica spesa per i poveri; o se, come penso, è altamente risibile che la percentuale è piuttosto scarsa e in questo caso non tu fai le spese ai poveri, ma loro a te che con i poveri hai trovata la scusa per incassare, a fronte dei 3,5 milioni versati, 3 miliardi e mezzo di carità incassati.

Non sono cattivo e non mal penso, quindi non mal fo ho solo un po’ d’esperienza del mondo e so che ciò che regala lo riceve indietro centuplicato. Non mal penso, dicevo, leggo i vangeli e so dell’obolo della vedova, cioè del centesimino versato al tempio metà però delle sostanze, mentre il centone è un di più di una carità che serve se stessa.

E’ ponderata la media di Gesù, non guarda quanto ma chi intuendo cosa, mentre tu non lasci intuire con l’urbi et orbi caritatevole per un fiat lux che si fa industria e ti ci vedo bene come capitano della Fabbrica di San Pietro alla guida di promoter e commercialisti a dirci che business is business anche sulla pelle umana dei poveri, ma non di spirito che quelli siete voi, mentre altri sono solo poveri tout court che così ti arriva qualche euro anche dalla Francia.

La disobbedienza come virtù

La Chiesa cattolica ha almeno un santo, anzi, una santa: Teresa D’Avila di cui leggo Il castello interiore per una critica che va oltre il solito tran tran dei beati, perché ella fu disobbediente.

Nessuno lo ha mai detto, che io conosca, ma conosco Fanzaga che ne ha spesso marcato il “caratterino”, magari di donna, magari, però, di santa perché rispondeva a Dio che ha pochi amici ma lei ben sapeva perché: li trattava male (Fanzaga, cari cattolici, vi spiegherà tutto).

Forse è anche per questo che lei è passata agli onori di chiesa come l’amica di Dio, simbolo di un’amicizia tra lei e la Chiesa essa stessa amica di Dio, ma non è vero, perché la chiesa si fece, dopo di Teresa, nemica di Dio, cioè si fece hostis, ostile.

Dell’alleanza infranta tra Gesù e Roma, Teresa non ne parla, ma la vive se morì la notte stessa in cui Roma compì lo scempio all’interno della storia, cioè passò dal giuliano al gregoriana che non è tutto lì, anzi lì è nulla, perché entrò in vigore la storia che Roma vorrebbe raccontarci, cioè vorrebbe farci credere a Ciro; all’esilio del 586 a.C.; all’anagrafe di Gesù di cui non si sa nulla e ai casi editoriali che, sebbene scandalo dopo duemila anni di cristianesimo, sono la massima espressione del cristianesimo stesso, sebbene ipotesi, cioè solo Ipotesi su Gesù.

Vorrebbe farci credere, in una parola, “alla truffa di maggior successo di tutta la storia della scienza” come a suo tempo scrisse Robert Newton, ma non l’avrebbe data a bere a Teresa che a ogni piè sospinto, esperta, lei sì!, di visioni mistiche, tiene alla larga gli improvvisati, i truffatori, gli ingannatori del secolo cattolico che lei visse come transizione, quello che alla sua morte pubblicò la storia, la sua però.

Teresa scrive chiaro: “Se qualcuno, di fronte a questi segni cerca di dissuadervi, statene alla larga” perché, lei dice, “non dotto” a sufficienza, ma sa che quel secolo ormai aveva segnato l’ingresso nell’ovile dei lupi, degli incapaci, dei bugiardi e degli arrivisti che non meritavano le sue perle di Sapienza.

Diceva, Teresa, di rivolgersi al confessore, al superiore, ma di tenere sempre gli occhi e la ragione aperti, di tenere, cioè, il bastone in mano e disfarsi con esso dei serpenti.

Leggete, leggete, cari cattolici, Teresa D’Avila, entrate nel suo castello interiore e mi darete ragione, mentre io ve ne do solo una di ragioni: la sua vita che ha segnato la sua opera.

Sappiamo già, infatti, che essa fu l’amica di Dio e che morì quando la chiesa si disfece di quell’imbarazzo che ne imbrigliava la volontà di potenza. Sappiamo che Teresa morì La notte dei lunghi coltelli, quando Bruto (Roma) ferì a morte la dignità di Dio, in onore alla sua pre-potenza e superbia, ma non sapevamo fino ad ora (ci avremmo però scommesso già da ieri sera: parola d’onore!) che anche la sua nascita segna un altrettanto punto fermo di quell’amicizia di cui solo Teresa, ultimo santo che così li comprendiamo tutti, si fregia.

Infatti ella non solo nacque nel 1515, per un 15,15 giovanneo che ha tramandato una affettività cristiana fondamento della Sua chiesa, perché è lì e fu allora che vos autem dixi amicos, cioè che Gesù superò la paura per l’amore, andò oltre il tempio per erigere Il castello interiore di cui ci parla Teresa.

Dunque, la sua nascita la vede già amica, per un segno di santità forse innata, ma nascosta allo sguardo di un chiesa che si tappò gli occhi, accecata dalla rabbia, la rabbia del potere che volle suo, occupando il castello facendo carte e storia falsa.

Non solo tutto questo, dicevamo, ma anche morì nel 15 di ottobre, Teresa, per rinnovare il messaggio della sua nascita, un trionfo del numero 15, il 15 a.C., che noi sappiamo -certamente io- segna la nascita di Gesù se la sua storia si racconta vera e si è fatta veramente carne, cioè esprime un’amicizia d’uomo e con essa una storia di cui Dio è partecipe e non messo a parte, anzi, in disparte.

Ci sono vite che nascono sante e sante muoiono, per questo hanno la forza e il carattere di prendere per il bavero della tonaca impiegati obtorto collo che altro non avrebbero saputo fare se non il prete. Teresa è un’altra cosa: è una donna e li appiccica al muro se tanto tanto sono un po’ troppo insistenti.

Tutti al mare

Sai Pietro, ti voglio dedicare un post perché la tua nudità sulle sponde del lago abbia finalmente un senso che non quello alla moda, ma quello di Genesi, dove anche Adamo si “vide nudo”, ma solo dopo aver mangiato il frutto, dopo aver mangiato il fico e non lo fece più il fico.

Quella nudità, quindi, è frutto non del peccato, ma del Peccato, quello originale che ha voluto essere Dio, per cui non a caso solo tu sollevi una questione che si fa Primato, ma essa è solo l’introduzione alla tua Bibbia, quella che ha sfidato Dio falsandola.

Hai fatto in modo che la gente ammirasse il panorama religioso delle divinità a cui tu hai dato pari rango, affinché il denaro, il tuo denaro, fosse l’unico Dio che risponde alle preghiere e alle necessità.

C’è di buono che al Suo ritorno griderai : “Allontanati da me che sono sono peccatore”, cioè riconoscerai non tu, ma quello che la tua Chiesa ha fatto e ti getterai in un mare che non credere di “fresche e dolci acque”, perché è il mare di Apocalisse, cioè Smirne, ergo la Russia ortodossa che la lettera a lei indirizzata infatti giudica povera e tribolata, ma ricca.

Tu, invece, eleggi Laodicea come simbolo non solo della tua inquisizione (spagnola), ma anche del tuo bene essere che non ti manca nulla, ma tu stesso ti vedrai, al Suo ritorno, nudo cieco e raccontaballe.

Sai che io gioco con i versetti e le occorrenze che talvolta danno grandi soddisfazioni perché ti danno anche ragione. E allora ti suggerisco proprio l’occorrenze che ti è propria, cioè quella di “peccatore” (Lc 5,8) che è 46 per dirti che, vedi? ho ragione di Gesù: era un peccatore all’ombra del tempio quando si auto-minacciò di morte nell’impossibilità che altri lo facessero sebbene lo pensassero.

Aveva 46 anni Gesù ed era un peccatore e dunque la Legge, che è anche tua, ne andava di mezzo, sebbene la Giustizia trionfasse.

E’ tutto lì il gioco che si tenne all’ombra del tempio: “Qui crolla tutto! ed è bene che ne muoia uno solo per far salvo Israele” (Gv 11,49-50). Attento, quindi, c’è un precedente, illustre per di più, come c’è un mare per nudisti e come c’è un sito che (h)anomeRC (Ap 17,5) per una Chiesa dalle mille sorprese.

Do svidanija, Piter

Il verbo di carne

“Il verbo si fece carne” recita il Prologo di Giovanni in 1,14 e fiumi d’inchiostro sono stati versati per spiegarne il senso, la ragione e il motivo, ma a tutti è sfuggita la storicità della locuzione che emerge solo alla luce della corretta anagrafe gesuana che lo vede nascere nel 15 a.C. come Messia, mentre come Gesù, quello storico, nel 14 a.C. affinché la necessaria datazione doppia che la conversione dell’anno ebraico in gregoriano abbia un senso e non sia solo un problema (si veda tabella in calce per la comprensione della questione cronologica a ciò collegata).

Ma quel verbo fatto carne è davvero un verbo, un verbo greco ed èγνωρίζω che significa “mettere a conoscenza”, “informare”, “rivelare”, “mettere a parte di” un progetto, di un fatto.

Dunque quel verbo si è fatto veramente carne nel 15/14 a.C. perché ciò in Luca è chiaro: i pastori sono messi a conoscenza (ἐγνώρισεν) della nascita del Messia (Lc. 2,15) e loro stessi divulgano (Lc 2,17 altro significato di γνωρίζω) la notizia.

Luca, l’evangelista dell’infanzia, usa due volte soltanto questo verbo, un verbo che troviamo anche in Giovanni per altre due sue occorrenze soltanto, per un quattro totale nei Vangeli, ma 25 nel Nuovo Testamento e questo renderà γνωρίζω il verbo che si è fatto carne, stando alla numerazione dei versetti che fa luce sul senso e sul significato del verbo, perché Giovanni vi ricorre quando testimonia l’amicizia tra i discepoli e Gesù (15,15) , un’amicizia che non è più schiavitù, perché vos autem dixi amicos.

Gesù afferma questo elevando gli apostoli, non più preda di una religione fondata sulla paura, perché l’amore scaccia la paura (1Gv 4,18), quella paura che aveva sede nel cuore della religiosità ebraica: il tempio, non a caso dedicato nel 418 a.C., come 4,18 è la numerazione del versetto della sua Prima lettera che libera l’amore, quando Giovanni è dell’amore che ci parla nella seconda sua occorrenza del verbo nel Vangelo, cioè in Gv 17,26, un amore che però rinasce dalla “conoscenza” di Dio, quella stessa che renderà liberi (Gv 8,32).

Tale conoscenza è quella divina che si è fatta carne, cioè storia ed è venuta ad abitare in mezzo a noi scrivendo quella storia che nasce nel 15 a.C., l’anno in cui Dio diviene amico dell’uomo partecipando alla sua storia, ed ecco, allora, che non è casuale l’anno di quell’amicizia alla luce del versetto che la esprime, che è Gv 15,15, perché la numerazione coincide con l’anno di nascita di Gesù, cioè con la una storia rinnovata che Lo contempla nel 15 a.C. come Figlio, mentre lo ammirerà nel 15 d.C. come ἀρχόμενος, cioè adulto di successo se vinse quella causa pubblica, ma  persa, anche nei tempi dell’esegesi attuale, quindi allora come oggi, salvando l’adultera.

Non è un gioco di versetti ma, al contrario, i versetti entrano in gioco affinché il verbo si faccia carne e quella carne si esprima alla luce di un verbo: γνωρίζω, verbo che Luca conosce e usa, assieme a Giovanni, perché anche Luca lo ferma al 15 del capitolo 2 del suo Vangelo, quando i pastori andarono a contemplare un verbo che si era fatto carne: γνωρίζω, che ha 25 occorrenze neo testamentarie per dirci che il venticinquesimo giorno di Ab fu Natale, cioè il 10 nostro agosto, mentre il 25 dicembre è solo la roccaforte sentimentale cattolica, di per sé perdonabile, ma non alla luce del 15 a.C. che è l’unico anno in cui un verbo, γνωρίζω, divenne il Verbo

Dall’esilio al Golgota calcolo Ezechiele

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La libreria in centro

220px-Concita_De_Gregorio_by_Stefano_Gizzi_-_International_Journalism_Festival_2013Buon giorno Dottoressa De Gregorio,

torno ancora, per quanto mi sia possibile, a recensire il suo bel libro che, sebbene non faccia centro, ci si avvicina e ciò rivela che lei è almeno cosciente della presenza di un centro “di gravità permanente” nella storia, se il velo del potere è quello stesso del tempio ai tempi di Gesù.

E’ molto importante capire il simbolo del velo templare che ha una direzione nello squarcio, cioè dall’alto in basso (Mc 15,38), quando l’alto non è altro che il vertice della piramide sociale di allora, mentre il basso è la società civile.

Questo però ci parla di una mafia che con l’omertà copriva l’intero scandalo di Gesù, una mafia che accomunava i sacerdoti e la gente, cioè la “cima” e la base.

Una base ricca di spie che, ieri come oggi, costituivano l’intelligence del potere; intelligence molto meno appariscente di un servizio segreto che altro non fa che proteggere delle prosaiche, popolari spie che raccolgono le informazioni, gli umori e le voci di popolo e riferiscono, cosicché il potere è informato di tutto, tanto che non mi meraviglia la scena di un film in cui si conosce la verità frugando nel sacco delle immondizie.

Certo, seppur tutto finalizzato a uno scandalo, quello scandalo non sorge a casaccio, cioè non si grida al lupo per il gusto di farlo, ma solo quando il “lupo sociale” appare nell’ovile (verità) o nei suoi pressi.

E’ allora che quel sacco delle immondizie viene riportato indietro e rovesciato in casa, cosicché l’opinione pubblica sia protetta da uno scandalo oltremodo comodo perché strumentale.

Insomma, tutti disseminano la loro vita di bucce di banana, ma lei ci scivolerà solo quando si avvicina al velo e intende rivelare la realtà che nasconde (Ez 8,8-9). In tutti gli altri casi si sarà lasciati in pace, perché bravi cittadini sebbene, talvolta, i bossoli o i coltelli insanguinati nel sacco delle immondizie.

Non so se mi ha seguito: le sto parlando della lotta contro il demonio che, re delle tenebre, cioè del peccato, piccolo o grosso che sia, conosce ogni anfratto del suo regno e a nulla serve il ricorso a una legge impotente di fronte alla ridda di voci, di sorrisi, di sputi, di pugni in faccia perché il peccato non conosce i codici, conosce solo i suoi decaloghi, quelli che tutti però hanno dimenticato.

La realtà, intendo quella ultima, non è quella a cui lei si è solo avvicinata, è quella che sfugge a un mondo che trasmette d tutto, ma non ha saputo trasmettere il senso e la realtà del peccato che possono essere anche due belle orecchie a sventola, che gliene importa a lui!

Sono i Padri e le Madri del deserto, dottoressa, che ben hanno illustrato questa lotta durissima contro il demonio, tanto che se avevano un temperino con cui sfrondavano i rami di palma, se ne disfacevano, certi che anche quello sarebbe stato un bersaglio; come si disfacevano dei figli non perché privi di genitorialità, ma perché coscienti che in quella lotta loro per primi ci sarebbero andato di mezzo, costituendo un bersaglio quella tenera carne su cui sempre fa leva e in cui affonda un tridente che non è quello tipico di una formazione calcistica offensiva, ma quello che il Medioevo aveva descritto e di cui gli sciocchi ridono.

 Molto bello, in questo senso, è un’apoftegma patristico in cui il discepolo si era riservato qualcosina per la vecchiaia, sai com’è…. L’anziano viene a saperlo e gli intima di andare la villaggio e acquistare della carne per poi legarsela ai fianchi e tornare alla cella.

Durante il viaggio di ritorno, tutto quel sangue, attira ogni sorta di bestia feroce, per cui il discepolo, alla domanda divertita dell’anziano circa il viaggio di ritorno, non gli dà del matto, ma lo lascia intendere, alché l’anziano rivela la lezione: “Questo fanno i demoni se possiedi qualcosa: ti danno l’assalto”.

Un assalto che oggi lo s’immagina in libreria penna in pugno, ma che fa sorridere il peccato, cioè il diavolo, attratto come nessun altro dalle novità, se non fosse altro perché, come tali, sono spesso ben distanti dalla verità, una verità del peccato e del suo regno che non sfugge, comprensibilmente, solo a lei, laica, ma anche, per cui incomprensibilmente, ai consacrati che si vedrebbero bene sposati, ignorando che, con la moglie – o il marito, non è questa la questione- a fianco e dei figli a carico il diavolo è al centro del suo carnevale, perché te ne combina di tutti color, sino, magari, a fartene impiccare uno di quei cari figli.

Il suo, insomma, a mio parere è un bel libro, sebbene non abbia fatto centro, ma si può sempre migliorare, anche se con quattro figli e un marito la vedo dura, molto dura, anzi, vogliamo dire impossibile se, ad esempio, si volesse conoscere, come giornalista affermata, l’utilità e l’opportunità di un allenatore di cognome Madonna nel Livorno poi retrocesso, ma promosso in A dalle risate del demonio?

 

 

 

 

 

 

Nelle tenebre

Buonasera Dottoressa de Gregorio,

mentre pulivo funghi appena raccolti, ascoltavo la recensione al suo credo ultimo libro, cioè Nella notte. In molti punti sono molto d’accordo, ma in due mi sento di sollevare alcune critiche.

Il primo riguarda le tre esse di cui l’unica scuola valida è quella della Chiesa cattolica che le individua nel sesso, nei soldi e non, come dice lei, nel segreto, ma ma nel successo.

Non è solo questione di termini, ma di sostanza perché quel successo proviene -e si capisce- solo alla luce di quel mondo di sotto che lei dice di aver conosciuto e conoscere, ma in parte non è vero.

I segreti, infatti, appartengono al secondo punto, quello che illustrerò, mentre il successo fa parte delle tre esse, perché il successo è usato per screditare ciò che era legittimo e renderlo, così, illegittimo.

Il successo, quindi, compone le tre esse se queste minano la carriera, vorrei dire, ma in realtà minano la persona, magari scomoda, magari preparata, magari onesta e magari santa, seppur di una santità laica che esiste, esiste pure quella.

Il successo diviene, così, capo d’accusa per dei fini personali che ti fanno apparire, magari, un matto; e per un arrivismo, e per un carrierismo che fanno apparire la vittima cinica, assetata e falsa.

Come può ben capire, il successo compone le tre esse e non i segreti, che appartengono a un’altra famiglia, anzi, usando la metafora micologica, a un’altra specie proprio, cioè a un’altra realtà che è il mondo di sotto, cioè ciò che accade sotto, talvolta, ma sempre più spesso, sotto sotto.

Sempre la Chiesa, magistra, c’insegna del Regno delle tenebre che non è un retaggio medioevale, come magari lei lo catalogherebbe, ma è invece proprio quella realtà che lei ben ha descritto e che altrettanto bene ha riassunto nel titolo, perché quella notte sono le tenebre e il loro regno, sono cioè il regno di Satana.

Questo significa che poco hanno a che fare i servizi d’intelligence, anzi, essi fanno parte proprio di quel sistema che distrae l’opinione pubblica dal potere e dal suo esercizio, sono cioè quella stoffa, come dice lei, che copre una faccenda che è ben altra.

E’ nei vangeli il primo utilizzo della stoffa come metafora del velo che copre la questione e garantisce privacy al potere, ed essa è il velo del tempio che alla morte di Gesù si squarcia dall’alto in basso, dicendoci che “la stoffa” con cui il sinedrio aveva coperto l’intera questione gesuana si squarcia e il potere – e la sua menzogna- vengono allo scoperto, cioè sono visti nudi.

Dunque, quel regno di sotto, paradossalmente vertice della società, sono le Tenebre e il loro regno a cui non sfugge nulla, ma proprio niente non in virtù di chissà quale intelligence, ma solo perché Satana, del suo regno, cioè del regno delle tenebre, sa tutto, ma proprio tutto, persino se non ha tirato lo sciacquone quel giorno.

Fintanto che uno o una si esercitano nell’analisi del potere “velo del tempio”, cioè ne studia la tessitura, i colori, l’ordito non accade nulla, ma quando uno o una cercano di vedere davvero cosa cela quel velo, può scommetterci la testa che l’intera piazza saprà che non ha tirato o sciacquone quel giorno e a quell’ora creando uno scandalo tale da imputargli l’epiteto di untore.

La chiave di tutto, se mi permette, è quella realtà che la sinistra fa finta di aver dimenticato, ma di cui in realtà si vergogna, perché parlare del diavolo, di satana non è acculturato, ed è molto più elegante parlare di “elefanti rosa” che di diavoli cornuti, sebbene siano questi che annotano nel notes la frequenza esatta della sua pipì.

Concludo dicendo che il titolo Nella notte è bello, magnifico sarebbe stato Nelle tenebre.

Con stima

Giovanni Parigi