Il santo di un giorno

Su Nicola Lisi abbiamo scritto diversi post, sebbene il libro, sulle prime, ci apparve neppure strano, ma strambo. Sorridemmo pure quando l’introduzione ci dette notizia della sua fregola da scrittore emergente che nutre in sé una fama postuma partorita da chissà quale delirio se lo consigliò di vagliare le sue carte affinché nessuno le frugasse alla ricerca dell’inedito, quando l’edito faceva desiderare. Altro.

Tuttavia, perché pagato, lo leggemmo e via via ci affezionammo a don Antonio senza capire, se non dopo, che era ben altro lui e il suo autore. Ci siamo, allora, soffermati sull’episodio che vede ruzzolare la testa di San Pietro, tarata geneticamente alla base del cranio a causa di un venatura di pirite, e questo aprì la nostra lettura e la nostra mente: Lisi non è uno sprovveduto e la sua opera va al di là del suo aspetto, aspetto non capito neppure dagli amici, tanto che parlammo di uno schizzo a matita che niente ha da invidiare al grandioso paesaggio di Bernanos, parlando poi di un di più lisiano però, perché se il primo dà spettacolo, letterario, il secondo cattura l’anima ossia la radice del problema con quella venatura simil oro alla base del cranio, la quale altro non è che pirite.

Una pirite che poteva comprare solo lui, cioè Pietro, nel senso che solo lui poteva acquistarla e solo lui poteva, diversamente, essere acquistato da un baluginio che disconosce, pure, la saggezza popolare che avrebbe dovuto metterlo in guardia da ciò che luccica che non tutto è oro.

Ma ormai Pietro era lanciato o, meglio, la sua testa era lanciata altrove verso una frontiera che si rivelerà, però, il prato di casa dove essa ruzzola perché spinta dal vento, cosa che rende sempre facile il viaggio se se ne segue la direzione, qualunque essa sia.

Lisi capì che vento spirava e lo battezzò Luminello, forse ispirandosi al bagliore di una pirite intellettuale, cioè una fregola, che prima fregolò i polli, poi il gallo e infine Pietro che da pastore di rivelò pollaiolo, per di più pessimo, se perse pure lui la testa per la brezza di un Luminello ritrovato che altro non era che un refolo smarrito dell’illuminismo.

In questo senso si capisce anche meglio l’opera di Lisi che scandisce le giornate di don Alfredo con i santi del calendario, non perché classica espressione di un bacchettonaggio da quattro soldi, ma perché con quell’espediente Lisi ci vuol parlare di un tempo santo, che però fu e che non sarà più, di lì a poco.

Infatti, Lisi per questo ricorre ai santi e alla loro memoria perché la sua opera sarà memoria di una Chiesa che anch’essa fu. Egli affidò, dunque, a poche pagine (uno schizzo a matita abbiamo scritto) l’eredità culturale e spirituale del passato, non il suo fasto come Bernanos, cosicché le sue pagine apparissero in realtà drammatiche, perché nemo propheta in patria, tanto meno in Toscana. Lo so.

Molti guardano a un Concilio vaticano II in maniera critica, Lisi in maniera profetica, perché nonostante i buoni propositi dette frutti insperati, ma non imprevisti se Lisi, sfuggendo alla censura, li aveva annunciati, un po’ come don Antonio che ogni giorno scruta il cielo per capire la giornata; così Lisi, che scruta il giorno per capire il futuro, per altro prossimo a lui, nel senso che accadde tutto di lì a poco e nel senso che gli fu davvero prossimo perché lo previde, facendo della sua opera un capolavoro nel senso biblico, perché egli fu messaggero disatteso in una Gerusalemme di cui si voleva radunare i pulcini come la chioccia (Lc 13,34), ma essa morì prima, perché il Luminello non perdona, dà alla testa, e spira sempre in direzione di Babilonia dove Pazuzu ha il suo tempio.

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