Era così fragile

Il 21 aprile è tradizionalmente il giorno della fondazione di Roma e oggi lo è il 21 aprile per una coincidenza di tutto rispetto essendo Pasqua.

Dedicheremo, allora, questo post a Roma facendo luce, per quanto ci è possibile, sul secolo della sua fondazione, ma anche sullo spirito di una città che si vuole, forse a ragione, e si ritiene eterna perché Gerusalemme cristiana che scende dai cieli (Ap 21,10).

E’ Pasqua, oggi, una Pasqua che nel 35 d.C. vide sì la crocefissione e la resurrezione, ma anche un baciarsi che ha fatto di Giuda, Giuda Iscariota, il sinonimo del tradimento che però ha lasciato traccia in Roma essendo lui romano.

L’abbiamo dedotta a suo tempo quell’origine latina, perché il bacio, quello di Giuda, non è aperto a chissà quale lettura modernista, non è omosessuale, insomma, ma semplicemente il saluto che i clientes riservavano ai loro patrones, cioè quello che i protetti riservavano ai loro protettori.

E’ una scuola romana, dunque, che tradisce l’affetto con il tradire che consegna alla Legge e alla morte. Dunque, se Giuda è l’Iscariota, Giuda è romano in virtù di un bacio che anch’esso tradisce, sebbene un’origine ben precisa, quella che darà luogo a Una Santa Cattolica Apostolica Romana chiesa, cioè di nuovo a ISKAR se stiamo all’acrostico, cioè alle iniziali dei suoi titoli scritti, però in greco, cioè così ΥΣΚΑΡ.

Questo traccia un’evoluzione dalla Roma imperiale che diviene Chiesa, cioè permette che il secolo, la storia, si faccia fede e quello che era Roma divenga cattolico occupando ugualmente tutta la terra come l’impero, solo che i suoi confini non sono evidenti, cioè politici o geografici, ma tracciati sulla falsa riga di un magistero che istruisce la terra, tanto che il 25 dicembre, Natale profano, è ovunque.

Paradossalmente è Giuda che permette di comprendere tutto questo perché è di Iskar, è di Roma la cui fondazione si perde nel mito e nel tempo, se è ancora incerta, sebbene noi la facciamo risalire agli Etruschi, il cui mistero, sostiene Anatolij Fomenko, nessuno vuole svelare e noi sappiamo perché: è scomodo. Oltremodo.

E’ scomodo perché Iskar fu la prima Roma, poi venne amoR e poi Roma dicendoci che quella stessa città non ha una storia, ma tre e ben distinte: prima Iskar; poi amoR e infine Roma.

Il palindromo (amoR/Roma) di cui ci stiamo occupando, non è sconosciuto, cioè non solo questo blog lo ha evidenziato, ma anche Giovanni Pascoli che ha fatto risalire le origini di Roma/amoR a Venere, città a lei dedicata, ma noi ci affidiamo al sogno che non è delirio, ma profetico, sebbene nel senso cinematografico, perché “c’era un sogno che fu Roma ed era così fragile che lo si poteva solo sussurrare” (Il Gladiatore), consegnando al cinema la verità di una storia che tutti hanno studiata, ma che solo il cinema ha colto con Marco Aurelio, perché quella città da Iskar divenne Amor. Come mai?

Noi sappiamo di Luca, sappiamo che evangelizzò Iskar perché Erode volle una relazione sui fatti gerosolomitani del 35 d.C. e quella relazione giunse nelle mani dell’amico Pilato (Lc 23,12) il quale è la sintesi di un impero che aveva raggiunto la pienezza dei tempi, cioè di un’umanità che aveva raggiunto il mare ed oltre era e fu impossibile andare.

Iskar, con Pilato, s’interroga sulla verità (Gv 18,38) perché tutto quello che c’era da sapere lo si sapeva e mai ne sapemmo di più. ma tutto era relativo, relativo ai suoi immensi confini e ogni notizia era novità non verità. Una noia intellettuale colse l’impero stanco di chiacchiere, per cui quando la verità bussò alle sue porte grazie al resoconto ordinato giunto nel 35 d.C. nelle mani di Tiberio (A. Torresani, Storia della chiesa), la capitale si convertì in massa perché capace finalmente di vedere Dio, quel deus absconditus cercato ed ora trovato.

Fu allora che essa si battezzò e da Iskar prese un nuovo nome che è, come fu, la sintesi perfetta della natura di Dio: Amor e questo fu il nome che non solo si dette, ma che la tenne a battesimo per un millennio, magari, cristiano di cui sono state cancellate le tracce a causa della sua perversione che ne fece Roma, cioè l’esatto contrario, tanto che essa partorì la sua leggenda, ponendo alle origini una lupa, da sempre nemica giurata delle pecore evangeliche.

Ma come avvenne che una città dedicata all’amoR cristiano si trasformasse in Roma, cioè nell’esatto contrario? Quale predicazione fu capace di pervertirla sin dalle fondamenta?

Beh abbiamo conosciuto il bacio di Giuda, quello riservato ai patrones, sia mai che i santi patrones di Roma non facciano altrettanto e non rivelino le origini non di Iskar, non di amoR ma di Roma. Essi sono Pietro e Paolo.

Del primo sappiamo, grazie a Nicola Lisi, ultra cattolico, che aveva la testa tarata. Lo sappiamo perché a fronte del grandioso paesaggio di Bernanos, Lisi col suo Diario di un parroco di campagna, cattura l’anima, cioè il cuore del problema quando egli riporta la notizia che la statua di Pietro ha persa la testa sotto la brezza del Luminello.

Lisi vuol dirci, come tra l’altro fa apertamente, che quella testa era tarata sin dall’origine e la lastra di marmo per questo andava scartata. Era la venatura di pirite alla base del cranio la minava sin dall’origine, un’origine che è tutta in quel Vade retro satana, cioè nella rabbia di un Cristo invitato a trattarsi bene, a coccolarsi e a godersela come farà quella testa tarata non a caso, poi, ruzzolata.

Lisi ha compreso tutto, tanto che secondo noi è più di Bernanos. Egli ha compreso anche che Pietro è così fesso che si è fatto abbindolare con la pirite, un simil oro che poteva comprare solo lui e così avvenne e si trattò bene, ma da sciocco che era, perché l’altro, Saulo, mai Paolo, ragionava benissimo e ne sostituì la testa.

Avemmo allora che se Pietro presta il suo erculeo corpo, l’altro ci mise sopra una testolina di tutto rispetto e avemmo la forza e la legge, cioè la forza di legge che non fu più amoR, ma Roma e la sua dura lex che da allora in poi ha preteso obbedienza non a Dio, non al comandamento della carità, ma alla sua parola perché si riuscì, anche, a legittimare quell’autorità con i vangeli inserendo nel canone le Lettere paoline che consegnano la Scrittura all’obbedienza a uno spirito falso profetico che nasce allora, perché i Profeti mai hanno minacciato i loro castighi, ma solo quelli di Dio, mentre Paolo più volte minaccia lui di passare dalla parola ai fatti (2Cro 10,6-11) arrogandosi una giustizia che è Legge con la cui forza ha imposto al mondo la sua morale abrogando, però, la Giustizia, cioè Dio.

Si prese a pretesto un fatto incestuoso (1Cor 5,5) per consegnare a satana e perché Amor divenisse Roma in nome di un giustizialismo becero che se Dio non punisce neanche questa la punisco io! ma solo perché lo si voleva, si voleva sedersi di nuovo sullo scranno di giudice esautorando Dio. Paolo non abrogò la Legge, la reintrodusse legittimandone l’uso e il ricorso grazie ai vangeli, quegli stessi che una testa tarata sin dall’origine gli aperse perché voleva trattarsi bene (Mt 16,23), ieri come oggi.

Ecco Roma e una storia onirica che solo il cinema ha colto a differenza dei ponderosi studi che talvolta, come si recita nel film, l’hanno “resa abietta” e non solo “fuori controllo” Raggi.

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