Gli Apostoli e il Convertito: la coltura dei vangeli

Di Paolo è stato detto tutto, per cui non rimane che distinguere l’agiografia dall’apostolicità, quest’ultima spesso attribuita ma non a pieno diritto se tale qualifica richiedeva di aver conosciuto e vissuto con Cristo ( At 1,21-21).

Tuttavia è innegabile il suo ruolo presso le genti, un ruolo che forse solo lui, come convertito e non apostolo, poteva ricoprire, perché la sua veemenza forse era necessaria per ridurre all’obbedienza, termine che solo in lui compare, perché l’occorrenza neotestamentaria è 10, di cui nove volte è paolina, mentre l’altra petrina, ricomponendo una chiesa, quella cattolica, che più di ogni altra ha perseguito, nei termini e nei mezzi di una Legge che non fu Giustizia, la differenza, talvolta solo critica a una deriva materiale prima, spirituale poi, che dava ragioni all’eresia, ma non tante quante sarebbero state sufficienti a scardinare unna chiesa essa stessa eretica, lo sappiamo.

Dunque in Paolo l’obbedienza, magari perinde ac cadaver, è strumento di dottrina e dunque l’autorità è sempre a un passo dall’autoritarismo che minaccia violenza e questo non è atteggiamento stigmatizzabile almeno fino al punto in cui divenga furia cieca, perché Apocalisse stessa ci parla di un magistero e di un’autorità che spezza i vasi di coccio (Ap 2,27, Lettera a Tiatira, Germania, però), ma tutto ciò genera l’inevitabile differenza, quella che corre tra un apostolo e un convertito.

La sua caduta da cavallo, infatti, ci narra di un incidente, vorremmo dire banalmente che Paolo non è più, dopo la gita sfortunata a Damasco, un cavaliere, almeno non lo è più senza macchia né paura: lui stesso è caduto per cui ha bisogno di Gesù.

Gli apostoli, invece, appartengono a una classe che nasce nobiliare, non lo è divenuta, essi furono con Lui, da sempre; alcuni di loro, Giovanni, si chinarono sul suo petto per una comunione che non fu, non poteva, essere conversione.

Ne nasce, allora, un ruolo completamente diverso all’interno di un collegio che si vorrebbe allargato, perché se gli uni sono i familiari, Paolo si è aggiunto e neanche educatamente, perché nutre l’invidia del parvenu, un invidia che lo tradisce immaginando gli altri sino a tacciarne una superiorità (2Cor 11,5, CEI 2008) che lui però non poteva rivendicare.

Dicevamo dell’occorrenza che lo caratterizza, se non tutto, almeno in parte, cioè “l’obbedienza”, termine che ha un’accezione violenta che spiegheremo ricorrendo alla stessa metafora di San Paolo il Convertito ed è quella dell’olivo che lui in Ro 11,24 usa per definire la conversione che altro non è che un innesto, ma a spacco però.

Chi ha un briciolo di nozioni relative all’innesto sa che in quello a spacco c’è un portainnesto che ha radici a terra: poi c’è la marza, cioè il rametto che s’intende innestare sulla pianta autoctona. Ecco, quel porta innesto subisce violenza, perché è “reciso”, come lui stesso scrive, nel tronco e spaccato diametralmente per far posto alla marza e da questo si capisce che l’operazione toglie la parte superiore del “vecchio” per far posto al nuovo, cioè toglie la “natura” per far posto al “progetto” colturale.

Questo Paolo ha fatto e forse era necessario perché si muoveva in un contesto primitivo, cioè di genti che richiedevano una fermezza tale che si spinse sino alla minaccia violenta (Ro 15,18), quella che poi ha caratterizzato nei secoli la chiesa che porta il suo nome e che adesso forse conosce le radici della sua intolleranza.

Un’intolleranza che ancora consegna a satana (1Cor 5,1-2), ma proprio in satana si traccia l’evidenza di una violenza che in Paolo diviene persecuzione fino alla consegna nelle mani del nemico di Cristo, mentre in Giovanni, che sente la stessa necessità, diviene un togliere il saluto (2Gv 10) che è rompere le relazioni anche di semplice educazione, mentre in Paolo è il più classico dei pascere parvos, debellare superbos romano, che diverrà petrino e paolino, per una maleducazione di genere.

Diversamente gli Apostoli, essi appartengono a una coltura già di per sé Gentile, perché autoctona e non ha reso necessario un innesto: con Cristo nacquero e con Cristo predicarono, tanto che in loro ci fu solo bisogno di una potatura di ciò che era di troppo per una fruttificazione non nuova, ma moltiplicata nei pani, nei pesci e nei frutti.

In questo senso, allora, la predicazione di Paolo e degli Apostoli è diversa, diversa nella misura in cui l’uno si rivolgeva a colture estranee a Israele e che richiedevano mano ferma; gli altri si rivolgevano a ciò che era Ebreo e ne aveva conservate le radici e la chioma, per una parola che non poteva dare gli stessi frutti: diversi, forse sconosciuti, quelli paolini; ebraici quelli degli altri che però vantavano se stessi non come super, ma legittimi.

A questa luce, forse, si dovrebbe rileggere il corpus paolino che non è Vangelo, almeno non alla Lettera.

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