San Remo

Ieri ne abbiamo viste delle belle, non al cinema, non in qualche luogo pericoloso, insomma eravamo fuori contesto se volessimo parlare di avventura, perché eravamo al CUP di Città di Castello a pagare un visita.

Penso di aver rischiato, rischiato davvero, ma non era possibile fare altrimenti: dovevo. Dovevo caricare in auto mia madre alle una e dieci per una visita alle due e trenta, dunque in larghissimo anticipo, perché sapevo, sapevo già tutto, che avrebbero giocato le loro carte in quella prenotazione.

Di me non m’importa, non m’importa se per un’ora c’era un solo impiegato allo sportello, sebbene il numero di gente ne giustificasse due (insolita quell’affluenza data l’ora). Questo potrebbe apparire casuale, ma capisci subito e al volo quando, appena il tuo turno, compare il secondo, quasi una beffa, tanta è stata l’attesa. E poi subito, subito che sei arrivato allo sportello, e subito compare il secondo: non c’è bisogno di un genio.

Bene, allora sappiate che avete voi costretta vedova invalida ottantunenne a quell’attesa sotto l’acqua battente e per di più in macchina che non se la sentiva di stare a lungo sulle sedie rigide.

Non parlo degli impiegati, ma di coloro che l’impiegano non per le loro mansioni, ma per giochetti di chiesa che non si fermano di fronte alle vedove che sono soliti divorare assieme ai loro beni dai tempi dei vangeli, tanto che l’appetito vien mangiando l’hanno coniato loro.

Quando studiavo a Firenze, ero solito -l’ho scritto- visitare Piazza Savonarola e Santo Spirito, un incanto di notte, ma oltre a quei luoghi ero attratto dai mercati generali, dalla gente nuda e cruda, quella che fa ridere, si dice, ma non compresa.

Erano circa le undici o mezzogiorno e passò un’autoambulanza a sirene spiegate. Una della tante di una città, ma non come quella se uno qualunque della folla disse a mezza voce: “Vai, oggi questo un mangia”.

Ci furono dei commenti scherzosi, ma quella battuta rivela un’anima che ha imparato a sorridere del dramma e non ne manca di rispetto: in fondo è vero e quello, quel giorno, non mangiò.

Ero in Piazza Santa Maria Novella, un altro giorno d’università e un frate al Vespro quasi correva o correva lento. Io lo guardavo, ma non vidi, lo udii soltanto, colui che fece una battuta: “Mi’, va a cantare” per una battuta che divenne battuta d’arresto perché il fraticello inchiodò facendo fischiare i sandali.

Ecco, vedete come l’ironia sa essere amara, ma intelligente e garbata, un’ironia che anche stavolta ha sorriso del dramma, cioè di San Remo e la sua Novella, cioè un canto con cui si vorrebbe celare ciò che è evidente: un CUP piegato allo spartito non di musica sacra, ma profana fino al reato.

Vi lascio all’ascolto della bellissima colonna sonora di “Amici miei”, film che fa ridere, fino alle lacrime ascoltandone la colonna sonora

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