L’Ave e l’Eva

Maria è, dopo Gesù, colei che ricopre un ruolo esclusivo, sebbene mi paia chiaro che nessuno tra i nati da donna è più grande di Giovanni (Mt 11,11), affermazione che forse, ma dico forse, scardina una lettura femminista, non mariana però.

Resta di fatto che l’uomo, cioè alcune chiese, in particolare due, ha sviluppato su Maria una dottrina che ancora appare ben lontana dal suo limite se è vero che di Maria numquam satis (di Maria non se ne parla, non se ne sa mai abbastanza).

Noi non riassumeremo quella dottrina, quella teologia perché digiuni dell’una e dell’altra, ma certi che niente può superare il Magnificat, sintesi mirabile dell’essere Maria, è vero, ma anche dell’essere donna, l’unica che “tra mille un uomo l’ho trovato, una donna tra tutte no” (Ec 7,27) abbia incontrato il favore, cioè la grazia conservata “nell’umiltà” della sua serva.

Dopo questo non rimane che citare il Magnificat e lasciare che il lettore deduca da solo la pienezza di un figura di cui si è detto sino al troppo, forse, ma non nel senso che fosse meglio tacerne, quanto in quello che, se Ella fu umiltà, altrettanto umile dovrebbe essere la teologia che le appartiene, spesso complicata fino all’incomprensibile e per questo noi adesso ci occuperemo di Eva, altrettanto brevemente, per poi proporre quanto di più semplice possa esserci per tracciare la differenza tra Maria ed Eva.

Questo il Magnificat



L’anima mia magnifica il Signore,
e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore,
perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva.
Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata,
perché grandi cose mi ha fatte il Potente.
Santo è il suo nome;
e la sua misericordia si estende di generazione in generazione
su quelli che lo temono.
Egli ha operato potentemente con il suo braccio;
ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore;
ha detronizzato i potenti,
e ha innalzato gli umili;
ha colmato di beni gli affamati,
e ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servitore,
ricordandosi della misericordia,
di cui aveva parlato ai nostri padri,
verso Abramo e verso la sua discendenza per sempre.

Eva invece, non me se ne voglia, non fu tratta dallo spirito di Adamo, ma dalla sua carne e di essa ha ereditato tutto quel DNA tipico della carnalità, cioè una spirale cromosomica di peccati capitali che sono sette e già li conosciamo.

Non sorprenda, allora, se Eva cadde nella lusinga del serpente che seppe far leva su quella carne, in particolare la superbia che non passò attraverso grandi discorsi, ma sul gioco infido di uno specchio che rifletteva un immagina bella ed Eva lì si rimirò.

Il frutto, infatti, era gradevole agli occhi, cioè bello a vedersi, ma solo a uno sguardo superficiale, quando la superficialità è tipica di una carne che si ferma al giudizio di ciò che appare e dimentica, come in quel caso, la sostanza, cioè il divieto.

Era bello, bello davvero quel frutto ed Eva credé al kalòs kai agathòs tipico di un pensiero greco, filosofale forse, e discettò giungendo alla conclusione, irrazionale, che se è bello è necessariamente buono, per una lettura del fatto a prima vista che solleticò parecchio quella carne da sempre debole, come talvolta lo è il pensiero.

Ecco in soldoni Eva, mentre prima abbiamo letto di Maria nel Magnificat, mentre adesso lasciamo alle lettere la sintesi di una differenza terra terra, ma che però fa luce chiara

Se di Maria si dice AVE

di EVA si dice EVA

cioè l’esatto contrario, banale quanto si vuole, ma se numquam satis, mica avreste voluto che io non dicessi la mia?

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