Tra la terra e il cielo: appunti sulla grazia paolina

Buongiorno Santità Emerita Ratzinger,

discettavo anch’io nel domestico orto degli ulivi sulla grazia Paolina che “basta” e credo che la sua comprensione sia possibile solo alla luce della spina, quella che non insuperbisce e non fa insuperbire.

Lei sostiene che


San Paolo riferisce di due particolari rivelazioni che hanno cambiato radicalmente la sua vita. La prima – lo sappiamo – è la domanda sconvolgente sulla strada di Damasco: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4), domanda che lo ha portato a scoprire e incontrare Cristo vivo e presente, e a sentire la sua chiamata ad essere apostolo del Vangelo. La seconda sono le parole che il Signore gli ha rivolto nell’esperienza di preghiera contemplativa su cui stiamo riflettendo: «Ti basta la mia grazia: la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Solo la fede, il confidare nell’azione di Dio, nella bontà di Dio che non ci abbandona, è la garanzia di non lavorare invano. Così la Grazia del Signore è stata la forza che ha accompagnato san Paolo nelle immani fatiche per diffondere il Vangelo e il suo cuore è entrato nel cuore di Cristo, diventando capace di condurre gli altri verso Colui che è morto ed è risorto per noi.

Mi pare di capire che la grazia di cui gode Paolo sia la fede, quella che predica e non fa lavorare invano. Come a dire che tutto si risolve nella certezza, una solidità spirituale che spinge oltre gli ostacoli, molti e inevitabili.

Tuttavia, alla luce del blog, che non è magistero, credo che faccia lume anche una visione più riduttiva, terra terra e che s’ispira alla inconciliabilità della Legge con la Giustizia -cioè Barabba e Gesù- nella misura in cui quest’ultima si è incarnata e ha superato la prima, la quale non cede il passo perché è nelle tentazioni nel deserto che Gesù illustra l’uomo nella sua vera natura, un aspetto della quale è volersi porre sul pinnacolo più alto, laddove gode il cielo, cioè presume se stesso Dio.

Quella Legge non cede il passo, non lo ha ceduto di fronte a Gesù e non lo cederebbe neanche di fronte al Suo ritorno e quella grazia paolina lo testimonia, perché Paolo, cresciuto ai piedi di Gamaliele, cioè della Legge, ben lo ha saputo, perché quella spina nella carne era la Legge che gli veniva rivolta nella carne del suo passato.

Pregò Paolo perché gli fosse tolta, ma si sentì rispondere: “Ti basta la mia grazia” come a dire, nell’ottica della legge umana, “per me non sei colpevole in niente” cosicché Paolo si consolasse nella Giustizia, ma continuasse a soffrire nella Legge, cioè che si sentisse innocente di fronte a Dio, sebbene l’uomo gridasse allo scandalo e, magari, all’assassino, di cristiani per di più.

“Ti basta la mia grazia”, quindi, è più complesso di un atto di fede, perché divide ciò che è umano e il suo giudizio, da ciò che è divino e la sua Giustizia, senza che noi, come Paolo, possiamo opporre rimedio, rimanendo tra la terra (debolezza) e il cielo (potenza), solitamente e nei fatti, diametralmente opposti.

Cordialmente

Giovanni

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