Non si sfidano le Signore

Con il post dedicato a Ratzinger, il post di oggi pomeriggio, abbiamo solo accennato a un argomento importantissimo che andava oltre la nostra disponibilità di tempo, tanto è vero che abbiamo scritto in una ventina di minuti.

Tuttavia, la tentazione di Gesù relativa al pinnacolo del tempio merita ben altro e sia mai che faccia il paio con quella del pane che Dostoevskij ha ottimamente illustrato nella Leggenda del Grande inquisitoredei Karamazov

Non vogliamo, ovvio, metterci sullo stesso piano del grandissimo scrittore russo, non ne abbiamo i mezzi, né la sensibilità, tuttavia ci pare opportuno chiarire che la traduzione solitamente offerta di
ἐκπειράσεις ( ἐκπειράζω) non è che sia sbagliata, ma è volutamente fuorviante.

Il pinnacolo più alto, infatti, è quello del tempio e dunque esprime una sacralità che però richiama un episodio biblico (la Torre di Babele) che a sua volta procede verso Genesi, laddove si pensò, da parte di Eva, di essere come Dio, per poi convincere anche il marito nell’impresa.

Sì, perché come in Genesi si pensò a una grande impresa, così si suggerì a Gesù, Gli si suggerì, cioè, di essere come Dio perché quel ἐκπειράζω è tradotto con l’inganno, perché significa, nell’economia tutta della Scrittura, “sfidare”, cosicché la risposta diviene di tutt’altro tenore, cioè “Sta scritto: non sfidare il signore Dio tuo”.

Quel “tentare” che passa il convento mi meraviglia che non abbia sollevato critiche da parte dei teologi, che hanno evidentemente ritenuto possibile che Dio possa essere tentato, conoscendoLo, però, onnipotente e ciò, mi pare, rende vana ogni tentazione che tra l’altro richiede carne, ma Dio è puro spirito.

Dunque la traduzione sfugge alla logica e al contesto, ma faceva comodo così, affinché il serpente che si snoda da Genesi, rimanesse ben nascosto tra il fogliame esegetico e fosse tradotto, cioè consegnato, alla storia affinché, di nuovo, noi ne godessimo pure leggendo i vangeli, che tentano Dio per un misticismo da oppiacei, mentre la sfida sarebbe stata una sobrietà di tutto rispetto.

Gli dedico anche questo post, Santità Emerita, chiedendogli, però, se quella pesca che ha nell’occhio se la sia veramente procurata cadendo o è stato un manrovescio.

Il dubbio nasce se penso al suo staff, che ha preso la decisione di pubblicare la foto in quelle condizioni, mentre mi parrebbe più ovvio che quella stessa decisione l’abbia presa colui che ha dato il ceffone, cosicché tutti la intendessero quella sfida che si tiene nel pinnacolo più alto del Vaticano, una sfida che rende ancora più affascinante la storia della Chiesa cattolica, sempre presa tra una lotta in seno, quella tra la luce e le tenebre che infatti offre due Papi, di cui uno forse manesco.

Mi faccia sapere, così le tengo compagnia che muoiono dalla voglia di rifilarlo anche a me un ceffone, perché Eva non si sfida, Dio sì.

Cordialmente

Giovanni

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