Quattro aprilante

Ciao Antonio, Ciao Renata,

scriverò una cosa sciocca, ma che i paesani come voi sono certo apprezzeranno, mentre le luminarie del secolo liquideranno con una risata. Chissene..

Innanzi tutto, grazie per il pollo che mi offriste a casa vostra, io non feci altrettanto né quando abitavo a Levane, né quando, all’improvviso veniste a trovarmi qui, in Umbria.

E’ sempre con piacere che ricordo le nostre chiacchierate del sabato geovista, perché tutto era agli inizi e la mia ostinazione era davvero pervicace nel cercare di farvi capire quello che, almeno a me, è divenuto così chiaro da essere certezza: il 505 a.C. anno dell’esilio babilonese..

Come ridesti quando me ne scappai con la battuta su Pietro, del quale dissi: ” E’ santo perché non impedì la guarigione della suocera da parte di Gesù”. Ridevi sotto sotto, ma fitto fitto, perché tua moglie, quasi certamente suocera, sicuramente divenuta, non la prese bene, ma io e te ce la ridemmo davvero di gusto.

A volte conservo il buon umore, come in questa lettera con la quale voglio riferirti quello che tu già sai, cioè il detto contadino valdarnese “quattro aprilante, quaranta durante” che significa che se piove, come quest’anno qui, il 4 aprile il maltempo dura quaranta giorni e le condizioni meteo di questo mese di aprile l’hanno dimostrato.

Ho letto la pagina della Watch Tower dedicata al diluvio e secondo me contiene un gravissimo errore non rispetto al quattro aprilante in sé, ma bensì all’uso del calendario ebraico da parte di coloro che hanno scritto la pagina relativa al diluvio.

Infatti, se si assume come secondo mese dell’anno per l’inizio del diluvio, precisamente al 17, non si può considerare il calendario attuale (
Cheshvan), ma quello sacro che segna il secondo mese dell’anno in Iyar, cioè in aprile-maggio.

Paradossalmente, quindi, la cultura contadina delle nostre parti, cioè il Valdarno, ha saputo rimanere fedele alla nota biblica fino a rispettare il calendario sacro alla lettera, se “quaranta aprilante, quaranta durante” perché, appunto è nei mesi di aprile-maggio che si colloca Iyar, secondo mese del calendario sacro, non quello secolare.

A mio modesto parere è un grave errore che fa torto al genius loci e alla Bibbia che fu seminata bene, come parola se ancora te lo senti dire “quaranta aprilante, quaranta durante”, ma tutti pensano, nel nostro secolo scientifico e acculturato all’alluvione di Firenze, quando il diluvio noachico coinvolse anche Arezzo, però.

Ciao saluta tua moglie e dille che, come birchio (non sposato, come ripeto a mia mamma ricorrendo ad un anglicismo), non ho suocere da guarire o far guarire obtorto collo.

Ciao

Giovanni

La Chiesa dei Settanta

Sulla scorta della notizia delle 135 diocesi francesi pre-napoleoniche, mi sono incuriosito molto riguardo la storia di quelle italiane, quando per quelle francesi ci apparve subito chiaro che quel 100 e 35 facesse direttamente riferimento al 35 d.C. anno della crocefissione, se non altro perché, se ogni campanile ha la sua croce, è evidente che quelle 100 e 35 diocesi francesi fossero il simbolo della francia cristiana, poi passata al vaglio cattolico per una ricattolicizzazione forzata che togliesse ogni velleità nazionalistica, diremmo sulle prime, ma in realtà Vandea su scala nazionale, cioè resistenza a oltranza al cattolicesimo romano.

Bene, leggo su Famiglia Cristiana un articolo di Alberto Bobbio che ci parla di 226 diocesi dal 1989, perché 30 anni fa si decise l’accorpamento giustificato da un criterio di razionalizzazione che però fu osteggiato, in blocco, da 70 vescovi e noi ne terremo di conto di questa informazione a cui si aggiunge quella dei 51 indecisi (le cifre che ho estrapolate dall’articolo mi paiono queste, ma non sono importanti più di quanto esse appaiano).

Quanto sto per scrivere può apparire un delirio, cioè una ricerca psicotica di combinazioni numerologiche che vogliono ad ogni costo far emergere una realtà che esiste solo nella mia immaginazione. Capisco chi giunge a questa conclusione, ma non se ci giunge prima alla conclusione del post, perché c’è un modo per capire se io vivo un mio delirio o porto alla luce il delirio altrui, cioè a dire se, diversamente, sono dentro la mente di un pazzo, per cui quel pazzo non sono io, ma mi limito soltanto a scrutare i pensieri, le mosse e la follia altrui.

Noi scriveremo 226 in greco cioè σκς per un σκ che noi da sempre consideriamo simbolo della sapienza, perché in questo articolo abbiamo esposto il motivo per cui σκ è simbolo di sapienza, quella che Ap 13,18 scrive come necessaria per venire a capo del 666.

Σκς simbolo di sapienza, ma anche lo stigma finale e simbolo, perché ci parla dello stigma del 666 che in lettere appare χξς. Questo permette una prima lettura di quel 226 divenuto σκς e significa che la sapienza è falso profetica, cioè una sapienza falsa, quella cattolica, almeno in Italia.

Che il nostro paese fosse preda del falso profeta lo sappiamo da molto perché il blog ha tutta una categoria a lui dedicata. In particolare essa ci parla di Sisto V Peretti, colui che stuprò la Vulgata (padre A. Maggi) e dette alle stampe la Bibbia che conosciamo (La Clementina si limitò semplicemente a blindare la Sisitina), cioè che conosciamo assolutamente falsa.

Dunque, stando al primo risultato della nostra analisi, non siamo caduti né nel nuovo, né nel vuoto: la sapienza falso profetica è in casa del falso profeta che ha ridotto le diocesi da 325 a 226, ma secondo quale criterio? Fu davvero quello della razionalizzazione quello adottato? o si procedé a una purga affinché la sapienza fosse esclusivo appannaggio del falso profeta e divenisse un magistero granitico di menzogne? che ne fu dei vescovi riottosi al nuovo corso? come furono allontanati?

E’ dall’esame della sorte di quei 70 che dissero no che si può capire se il mio è un delirio numerologico. E’ conoscendone la sorte che apparirà chiaro che in realtà il disegno di razionalizzazione non mirava all’ottimizzazione della giurisdizione ecclesiastica, ma a disfarsi del dissenso, affinché tutto, ma proprio tutto, fosse nelle mani del falso profeta e ogni ambito avesse il suo falso vescovo.

Sarebbe davvero un ottimo lavoro per un giornalista che volesse portare alla luce carriere interrotte a causa di scandali inventati; o pensionamenti anticipati e non desiderati. Vogliamo metterci strane morti? mettiamocele pure, perché del falso profeta pensa male, ma preparati all’ancora peggio, cari cattolici, a cui consiglio caldamente di stare alla larga da tutte le curie: c’è solo da rimetterci, perché esistono solo agli occhi frettolosi della stampa vescovi ratzingeriani e bergogliani, ma sono di un’unica pasta: la lievita Madre, quella buona, non c’è più (c’era ancora Ratizinger, ma par l’abbiano pensionato alla stessa maniera di quei 70 riottosi).

Il Primate d’Inghilterra

Buonasera Sua Eccellenza Justin Welby, Primate d’Inghilterra

le scrivo perché spesso ho occasione di riflettere sulle cose inglesi, distanti secondo la politica e forse anche la religione, ma non secondo uno sguardo che valica tutti i confini, perfino quelli geografici. Quello sguardo è sapienziale e rende una cosa sola l’uomo e la sua storia, perché apparteniamo a un’unica specie e siamo entrambi cristiani.

Nei miei appunti su Apocalisse, ho spesso fatto riferimento alla lettera che è a voi indirizzata che è quella di Sardi, in cui si dice chiaro che siete morti, ma vi si crede vivi.

La vita apparente che vi contraddistingue è dovuta a un fatto, piucché a una persona, sebbene quel fatto sia Darwin che avete sepolto in Westminster. Quel Darwin proietta l’uomo su una scala che non è rivolta al cielo, ma alla terra, tanto che si spinge, cioè affonda i suoi piedi, sotto terra, come del resto deve essere se Sardi rappresenta, nel mappamondo apocalittico, gli inferi.

Darwin ci vuole animali, cioè ci consegna alla morte animale, a un evoluzione che ci stacca da Dio, per una finitezza che ha perso addirittura il senso e la definizione di eternità per un hic et nunc evolutivo.

Quando una Chiesa apostata neanche dalla verità, cioè da Gesù se via verità e vita, si condanna da sola a una vita che è solo apparenza, per il semplice fatto che l’immanenza, cioè l’evoluzione, ne ha uccisa l’anima e quel che resta è un’effige di una Chiesa capace solo d’ingannare l’occhio, ma solo quello dei curiosi.

L’apostasia è peccato grave che Dio tollera, ma fino a un certo punto, oltre il quale, cioè esaurito il tempo della misericordia, scatta inesorabile quello della giustizia, che non sarà però sommaria, ma un’ironia che voi stessi avete scritta su un copione di tutto rispetto, cioè un urbe et orbi anglicano che farà ridere tutto il mondo.

Darwin non è solo l’evoluzione, per cui, con lui, avete sepolto l’anello non mancante, ma sfilato dal dito di Dio: avete sepolto una scimmia nel vostro tempio che è diventato il suo.

Una scimmia altro non è che un primate, cioè, visti gli onori riservati, il Primate d’Inghilterra a tutti gli effetti , il Primate di una Chiesa che si è prestata da sola a un’ironia facile facile ma di sicuro effetto, affinché chi è causa del suo mal pianga se stesso, sebbene in compagnia di un mondo che tutto a un tratto scoprirà che anche Dio sa far ridere.

I miei omaggi

Giovanni

Il verbo del giorno

Una canzone recita che “siamo la coppia più bella del mondo”, ma l’autore non ha considerato la bestia che sale dal mare e il falso profeta, loro sì coppia più bella al mondo.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati per comprenderne il ménage, ma credo che non se ne venga a capo se il passo (13,4-17) non è ben tradotto, perché lì i verbi la fanno da padrone per comprendere pienamente il testo, altrimenti confinato in un misticismo di maniera che poco ha a che fare con la realtà, il quotidiano.

Ad esempio: προσκυνέω (Ap 13,4) lo si è compreso quando gli si è data una sfumatura teologica soltanto? Si è compresa la realtà che esso cela? No, no perché l’adorazione non è fine a se stessa, se si esplica con la preghiera che è rivolta alla bestia che l’accoglie e l’esaudisce.

Hai un mutuo che non ti fa dormire? Chiedi alla bestia

Hai da sistemare un figlio? Fai altrettanto

Una multa non pagata? Perché no, chiedi alla bestia

cosicché essa risolva tutti i problemi del giorno e subentri a Dio.

Dunque non è solo adorazione, ma preghiera quella che è rivolta alla bestia che sarebbe tale anche a occhio nudo, ma lì entra in gioco il falso profeta che la riveste neanche di santità, ma di divinità.

La gente non s’ingannerebbe, se non ingannata da colui che ha due corna come un agnello, sebbene parli come il dragone. Sono le sue forme (manto da pecora) che ingannano l’occhio perché la mente dorme, parlando esso come il dragone, cioè ruggisce, non bela.

La gente si fida perché abituata, educata a fidarsi e quindi la bestia riposa tranquilla che se si vedono le sue sembianze, il falso profeta ne fa immaginare altre, perché sempre Apocalisse, è chiara: si erige un’immagine della bestia, ma che non è la realtà e si vede (in questo la tv insegna davvero tanto).

Per farvi capire lo shock, ma solo per questo, pensate a un fatto strano, cioè alla guardia montata alla prigione di Aldo Moro. Non c’erano un brigatista e un carabiniere al suo uscio?

E’ una cosa talmente strana che la mente non vuole crederla e s’immagina altro, quando l’evidenza parlerebbe da sola.

Dunque quel προσκυνέω è mal tradotto perché pregnant, direbbero gli anglosassoni e al significato alto del termine si associa quello piatto, piatto di ogni giorno che dobbiamo mangiare, sennò come si fa?

Ecco allora l’altro verbo mal tradotto o incompiuto: πολεμέω (Ap 13,4) che non è solo “combattere”, cioè non vuole dire “chi può combattere contro di essa”, ma chi può “farne a meno”. E si capisce meglio perché quella bestia è il quotidiano, non solo l’epico.

Lo abbiamo scritto: essa, la bestia, risolve tutto, anche il piatto del mezzodì e come puoi farne a meno, come puoi non mangiare? Ci vuole la tessera, cioè il numerino magico, il 666, che non solo ti apre le porte dei palazzi, ma anche quelle delle botteghe, sia mai che della bestia si dica che tratta male i fedeli.

Il santo di un giorno

Su Nicola Lisi abbiamo scritto diversi post, sebbene il libro, sulle prime, ci apparve neppure strano, ma strambo. Sorridemmo pure quando l’introduzione ci dette notizia della sua fregola da scrittore emergente che nutre in sé una fama postuma partorita da chissà quale delirio se lo consigliò di vagliare le sue carte affinché nessuno le frugasse alla ricerca dell’inedito, quando l’edito faceva desiderare. Altro.

Tuttavia, perché pagato, lo leggemmo e via via ci affezionammo a don Antonio senza capire, se non dopo, che era ben altro lui e il suo autore. Ci siamo, allora, soffermati sull’episodio che vede ruzzolare la testa di San Pietro, tarata geneticamente alla base del cranio a causa di un venatura di pirite, e questo aprì la nostra lettura e la nostra mente: Lisi non è uno sprovveduto e la sua opera va al di là del suo aspetto, aspetto non capito neppure dagli amici, tanto che parlammo di uno schizzo a matita che niente ha da invidiare al grandioso paesaggio di Bernanos, parlando poi di un di più lisiano però, perché se il primo dà spettacolo, letterario, il secondo cattura l’anima ossia la radice del problema con quella venatura simil oro alla base del cranio, la quale altro non è che pirite.

Una pirite che poteva comprare solo lui, cioè Pietro, nel senso che solo lui poteva acquistarla e solo lui poteva, diversamente, essere acquistato da un baluginio che disconosce, pure, la saggezza popolare che avrebbe dovuto metterlo in guardia da ciò che luccica che non tutto è oro.

Ma ormai Pietro era lanciato o, meglio, la sua testa era lanciata altrove verso una frontiera che si rivelerà, però, il prato di casa dove essa ruzzola perché spinta dal vento, cosa che rende sempre facile il viaggio se se ne segue la direzione, qualunque essa sia.

Lisi capì che vento spirava e lo battezzò Luminello, forse ispirandosi al bagliore di una pirite intellettuale, cioè una fregola, che prima fregolò i polli, poi il gallo e infine Pietro che da pastore di rivelò pollaiolo, per di più pessimo, se perse pure lui la testa per la brezza di un Luminello ritrovato che altro non era che un refolo smarrito dell’illuminismo.

In questo senso si capisce anche meglio l’opera di Lisi che scandisce le giornate di don Alfredo con i santi del calendario, non perché classica espressione di un bacchettonaggio da quattro soldi, ma perché con quell’espediente Lisi ci vuol parlare di un tempo santo, che però fu e che non sarà più, di lì a poco.

Infatti, Lisi per questo ricorre ai santi e alla loro memoria perché la sua opera sarà memoria di una Chiesa che anch’essa fu. Egli affidò, dunque, a poche pagine (uno schizzo a matita abbiamo scritto) l’eredità culturale e spirituale del passato, non il suo fasto come Bernanos, cosicché le sue pagine apparissero in realtà drammatiche, perché nemo propheta in patria, tanto meno in Toscana. Lo so.

Molti guardano a un Concilio vaticano II in maniera critica, Lisi in maniera profetica, perché nonostante i buoni propositi dette frutti insperati, ma non imprevisti se Lisi, sfuggendo alla censura, li aveva annunciati, un po’ come don Antonio che ogni giorno scruta il cielo per capire la giornata; così Lisi, che scruta il giorno per capire il futuro, per altro prossimo a lui, nel senso che accadde tutto di lì a poco e nel senso che gli fu davvero prossimo perché lo previde, facendo della sua opera un capolavoro nel senso biblico, perché egli fu messaggero disatteso in una Gerusalemme di cui si voleva radunare i pulcini come la chioccia (Lc 13,34), ma essa morì prima, perché il Luminello non perdona, dà alla testa, e spira sempre in direzione di Babilonia dove Pazuzu ha il suo tempio.

Una storia lucana

Il blog ha riportato n luce un aspetto della vita di Gesù andato perduto, se non oscurato, cioè quando divenne ἀρχόμενος che tutti ritengono il punto fermo da cui far partire il suo ministero, ma così facendo stravolgono non solo il senso biografico, ma anche quello letterario di un’opera capace di rivelarsi, a un occhio attento, tale a tutti gli effetti.

Qui entra in gioco, quindi, il dottor Luca, titolo che non compare nelle Lettere paoline solo per rivelare una professione, ma anche per guidare certi lettori a una verità che con Luca nacque secondo i canoni scientifici, essendo, Luca, intellettuale, prim’ancora che medico.

Questo già lo avevamo più volte sottolineato, perché non a caso il suo racconto, più che Vangelo alla luce di quanto stiamo per scrivere, appare resoconto ordinato di accurate ricerche e divenne, sin da subito, appetibile alla sofisticata Roma imperiale, la cui attenzione non poteva essere catturata dalle voci, se non quelle di un deserto dove prima aveva predicato Giovanni, per un rivelazione progressiva che mostrava le sue radici, non nella leggenda, ma nella storia, in questo caso un Antico Testamento che aveva parlato già di Lui, cioè di quel deus absconditus che Roma, come Gerusalemme, aspettava.

In Luca e nella sua opera tutto questo si riflette, come si riflette un gusto, più che un genere letterario, che doveva catturare Roma, tanto che lo possiamo scrivere, Hierusalem capta, ferum victorem cepit e questo con la relazione che Tiberio ricevette da Pilato nel 35 d.C., all’indomani di un crocefissione e di una resurrezione.

Sorge allora spontaneo chiedere alla critica lucana se queste nostre parole possano essere avvalorate dal racconto dei fatti, più che un Vangelo. Se cioè in Luca si cela una trama narrativa che segue un modello letterario, se cioè il Vangelo lucano è in realtà un’opera di genere.

L’analisi della sua tecnica diviene importante, ma solo alla luce di una precedente comprensione del testo che sappia guidarne la valutazione, altrimenti quelle pagine lucane rimarranno Vangelo, cioè messaggio senza che dietro vi sia un lavoro intellettuale che non vuole solo parlarci di Gesù, ma ne vuole scrivere, perché può.

A nostro parere, c’è un punto che tutti hanno ignorato perché il Magistero liquida frettolosamente e forse dolosamente l’ ἀρχόμενος (Lc 3,23) lucano da cui si fa partire un ministero ben al di là nel tempo, affinché Luca non scriva ma soltanto parli di Gesù e segua una cronologia dei fatti meramente progressiva.

Invece quell’ἀρχόμενος è la prima attestazione certa dell’analessi in letteratura, perché la Mahābhārata fu frutto di una compilazione di secoli prima di arrivare a una stesura definitiva che non dà certezze sul testo originario. Luca, invece, noi lo sappiamo, scrive il suo Vangelo nel 35 d.C. se la relazione che giunse nelle mani di Tiberio è la sua.

Dunque la prima attestazione certa del ricorso in letteratura dell’analessi, è lucana perché il capitolo 3 del suo Vangelo mostra come, dopo il battesimo del 32 d.C., Luca ci parli di Gesù ἀρχόμενος all’età di “circa 30 anni” (Lc 3,23), ma questo è bel lungi dal volerci dire che iniziò il suo ministero, perché in realtà lì Luca propone un flash back , ossia ricorre all’analessi per colmare una lacuna grave all’interno del materiale che aveva a disposizione.

Luca non apre il suo Vangelo come Matteo, non riporta sin da subito la sua genealogia, quindi non segue una progressione cronologica dei fatti, egli fa un salto indietro e fa nascere Gesù dopo il battesimo perché non era “come si credeva” erroneamente figlio di Giuseppe.

Questa è la lacuna che colma Luca e questo è il motivo del flash back. Quel “come si credeva” spiega tutto l’imbarazzo di Gerusalemme di fronte al figlio di un falegname (Mt 13,55) che non poteva essere figlio di Dio, date le sue supposte certe origini che però si rivelarono altre, cioè divine.

Il flash back, dunque, è un espediente letterario che Luca gestisce con maestria, affinché quel Vangelo divenga letteratura, quella che Roma, alle prese con le leggende, non avrebbe gradito fino al punto giusto. Luca propone, dunque, un’opera intellettuale ricavata da informazioni che egli assembla secondo i canoni di un opera letteraria, divulgativa qunt’altri mai, tanto che conquistò Roma.

Il capitolo 3 deve, secondo noi, essere riletto a questa luce se è quella dell’analessi, per capire come mai Per Luca fu così importante ricorrervi. Noi daremo un primo approccio al problema ed esso verte su una figura femminile anch’essa da rivalutare: Maria, perché a Lei Luca attribuisce la genealogia, cioè l’attribuisce proprio a colei – e Colui- che si riteneva impossibile.

Anche qui c’è un conto che si può fare ma, lo ripetiamo, è solo un abbozzo al problema: se ἀρχόμενος lo diviene a “circa trent’anni”, questo significa che siamo negli anni 16/15 d.C. e dunque sono 18 quelli che li separano dal 32 d.C.inizio del ministero.

A suo tempo abbiamo visto che “Maria” ha un’occorrenza neo testamentaria di 43 di cui 25 fanno riferimento alle altre Maria, mentre la Madonna ne conta 18, 18 come gli anni tra il 16 d.C. del Gesù ἀρχόμενος e il 32 .C. Questo spiegherebbe due fatti

1 l’inserimento della genealogia, mariana in virtù del “come si credeva”, proprio in quel punto interrompendo il tempo della narrazione

2 e quel “come si credeva” (Lc 3,23) dicendoci, Luca, che lì inizia (nasce alla vita pubblica) Gesù o in ogni caso una diversa fase della sua vita (la Nuova Riveduta traduce bene riferendo che “iniziò a insegnare”) se divenne personaggio pubblico.

Altri sapranno fare meglio, noi possiamo solo proporre la questione, una questione lucana ancora aperta sebbene a un genere: quello letterario che scardinò le naturali difese che l’intellighentzia romana aveva erette di fronte al gossip.

Ps: l’ἀρχόμενος lucano è il termine ad quem di un precisa cronologia, vedi tabella

Pps: al 15 d.C. abbiamo dedicati altri articoli

Martiri a Natale

Il lettore sa, oramai, come la pensiamo sul Natale del 25 dicembre, tuttavia crediamo di trovarlo solo d’accordo sulla sua stranezza, ma non nella sua alternativa quando questa pretende, magari, di fissare i tempi del parto, cioè di conoscere il giorno delle doglie (10 agosto) e della nascita (11 agosto) per un annuncio ai pastori che fu di notte, come scrivono i vangeli.

Vorremmo, allora, ricordare il punto di vista di Luca, un medico, per un parere che fu scientifico, tanto che Luca è l’evangelista dell’infanzia, da sempre oggetto degli studi e della passione dei medici, il cui occhio clinico si fa di riguardo di fronte alla maternità.

Luca, nel suo Vangelo, affronta il tema della natività a modo suo, ricorrendo sì anche ai versetti, ma spezzandoli per tracciare i tempi del parto che seguono quelli di tutte le donne, anch’esse, come Maria, ben distanti da un parto verginale che si è voluto solo per rimuovere ciò che si è promosso a un cielo più alto che rende distanti Gesù e Maria, quando invece essi vissero la nostra carne, come avvenne nel parto.

Luca, dicevamo, spezza il paragrafo dell’annuncio della nascita in due versetti. Infatti leggiamo al capitolo 2,10-11


10 ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 

11 oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.

E’ importante adesso notare che tutto avviene nel versetto 10 e 11, cioè nella notte che noi diciamo esser stata quella di Natale, sebbene di agosto. Dunque in Luca, oltre quanto già sapevamo sulla insostenibilità logica, storica e medica (Dio fa nascere in strada suo figlio a dicembre? Lo avvolge solo di fasce a quel rigore invernale?), si aggiunge una nota che è tipica di un medico che ha indagato quel parto firmando un referto in cui si scrive che le doglie ci furono alla sera del giorno 10, mentre il parto avvenne nella notte dell’11.

Tutto ciò potrebbe apparire bizzarro, cioè siamo noi che cercando prove vogliamo avvalorare la nostra ipotesi, quando è molto facile partire da un’ipotesi sbagliata e trovare conferme. Tuttavia che ne è di Ap 11,10 quando leggiamo che, uccisi i due testimoni vestiti di sacco, la gente fa festa e si scambia doni? Quei doni non sono tipici della nostra tradizione natalizia? E come mai, allora, ricorrono nientemeno che in Apocalisse?

Dobbiamo riflettere su questo punto perché quella festa, che in tutto assomiglia al nostro Natale dicembrino, viene istituita all’indomani di un omicidio che, trattandosi dei due testimoni, non è altro che l’assassinio della verità che non è di fede, ma segue una semplice logica: quella del calendario che poi farà la storia e con essa la storicità di Gesù.

Ecco allora che le due colonne dei vangeli, Luca e Giovanni, l’uno la mente, l’altro il cuore, uniscono le loro versioni sul Natale e se l’uno, il medico, ferma la nascita tra il 10 e l’11 agosto, Giovanni ci parla dell’insolita festa ricca di doni al capitolo 2 versetti 10 e 11 per una perfetta simmetria che ci dice quando in realtà è Natale, cioè tra il 10 e l’11 di agosto, ossia all’indomani dell’omicidio dei due olivi, dei due testimoni, che non fecero festa, ma gli fu fatta il 25 dicembre, parlandoci di uno sguardo divino sulle cose e sulle feste del mondo martirologio, però, agli occhi Dio.