Il toro o l’agnello

La collocazione dell’Ultima cena in Pesach sheni cambia carte ritenute conosciute nel dettaglio, ma spesso un dettaglio che fa leva su un sentimentalismo fuori luogo, come quello che vuole l’apostolo che Gesù amava chino sul cuore di Gesù, per un affetto dolce da ultima ora, come in un film di cassetta.

Non fu il languore spirituale di un apostolo a ispirare quella scena che invece vuol consegnarci la chiave di lettura dopo che i verbi hanno già dettato il ritmo con quel “satana che entra” e “Giuda che esce”, conferendo un dinamismo dettato dalla fretta, perché Giuda esce ed esce “subito” perché romano colse l’attimo, cioè un carpe diem che fece scuola.

C’è dunque una tensione palpabile, un ritmo dei fatti che si annuncia turbinoso e costringe a chiederci perché se tutto fino ad allora si era svolto in maniera cadenzata, tanto che noi, a suo tempo, avevamo scorto nel Vangelo di Giovanni la metafora di un grande fiume che parte placido per avviarsi però a un corso di eventi via via crescenti, ma mai turbinosi come al momento della Passione che prelude al grande salto, per poi placarsi nel Lago di Tiberiade

In questo contesto, sembrerebbe altamente fuori luogo il gesto dell’apostolo amato, perché si china su un petto che l’immaginario collettivo da sempre pensa come luogo d’intimità e quiete. Invece, quel suo chinarsi, apre tutta la scena, perché nel petto di Gesù, come in quello di tutti noi, riposa il cuore.

Un cuore che alla luce della Pesach sheni, cioè quell’impasse istituzionale che aveva impedito la celebrazione della Pesach, magari per l’arresto di Barabba, era risultato puro, cioè le calunnie sul conto di Gesù si erano anch’esse rivelate, ma tali e non era il principe dei demoni.

Dunque Giovanni chino sul petto è chino, in realtà, sul cuore di Gesù, un cuore che ormai Gerusalemme conosce nella sua purezza messianica che, al contrario, ha rivelato l’impurità della casta sacerdotale, per un ribaltamento delle sorti che preludeva a quello sociale e religioso.

Tuttavia, Gesù non può volere questo, non lo può nella misura in cui la Scrittura deve compiersi e allora dà modo ai sacerdoti di tornare di nuovo in possesso delle loro prerogative.

Con il tradimento di Giuda è Gesù stesso che conferisce di nuovo il potere al tempio, perché Egli intinge nel suo stesso sangue e offre a Giuda che subito esce compiendo la Scrittura e riabilitando l’istituzione che può sacrificare l’agnello pasquale e tenere in vita il toro che non compare nell’Ultima cena, è vero, ma nel Levitico al capitolo 4,3-12 in cui è prevista l’impurità del sacerdote costretto a sacrificare un giovenco.

L’Ultima cena non addossa la colpa a un singolo, ma a tutta quanta la classe sacerdotale che era unanime nel giudizio e dunque solidale nel crimine che la rendeva collegialmente impura e costretta, quindi, ad assolvere quanto prescritto da Mosè in questi casi, cioè a sacrificare per sé stessa e togliersi da una condizione d’impurità, quella stessa che le aveva impedito di celebrare la Pesach.

La scelta, dunque, era sì tra Gesù e Barabba, come lo era tra un Messia istituzionale e divino, ma più prosaicamente lo fu anche tra un agnello, in remissione del peccato e un toro in remissione dello stesso peccato, ma commesso da coloro che però officiavano: i sacerdoti.

Un eco forte di tutto questo è in Luca, Luca che il tetramorfo descrive come toro e le ipotesi per spiegarne la ragione sono tante e varie, resta però da spiegare come mai proprio Luca sia così ritratto.

Di certo questo dipende dalla sua forza intellettuale di medico che per primo ha trasmesso nel 35 d.C. la sua relazione a Roma, la quale altro non è che il Vangelo lucano. Ma crediamo altrettanto certo, per farla breve, che il suo tetramorfo dipenda da come affronta il capitolo 23 del suo Vangelo, dove egli opera una netta distinzione tra il popolo (Lc 23,27), e tra esso le donne, e i sacerdoti a cui Luca imputa tutta la colpa , rendendoli dolosamente impuri.

Luca non grida allo scandalo di Gerusalemme, ma allo scandalo del tempio e nel tempio, quello stesso che aveva gridato all’impurità di Gesù come alibi, alibi poi caduto nei fatti lasciandoli nudi e di fronte al dramma: il muggito lontano di un toro che sarebbero stati costretti a sacrificare per redimere non i peccati altrui, ma i loro.

Esopo ci parla del lupo e dell’agnello, l’Ultima cena, invece, del toro e dell’agnello e noi, chini sul Suo petto, non possiamo non notare che quell’acqua, cioè la scusa addotta, era altrettanto spudoratamente sporca.

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