Dopo il sabato, anche una Pasqua da padrone

Ci siamo già occupati della Pesach sheni, tanto che il blog offre una categoria ad hoc, per cui, adesso, possiamo solo sintetizzare il problema dicendo che l’istituzione, il tempio, era bloccata da un impasse: da una parte Barabba, il Messia del sinedrio; dall’altra Gesù, il Messia di Dio che aveva, è facile comprenderlo, raggiunto un ragguardevole traguardo se si considera che era partito come figlio di un falegname e aveva sfidato il tempio, non sino a vincerlo, per allora, ma a bloccarlo sino al punto che non poterono celebrare la Pasqua, ma solo quella che spettava a coloro che, per impurità, erano stati esclusi dalla Pesach, cioè Pesach sheni.

Il problema fu che gli espulsi non erano semplicemente degli ebrei, ma erano gli Ebrei, cioè la casta sacerdotale che avendo data la caccia a Gesù e diventato chiaro che ne volevano, ingiustamente, la morte (Gv 11,53), era come se quel morto, che rendeva impuri durante Pesach, l’avessero toccato e dunque, seppur idealmente, cioè nei progetti, erano esclusi dalla Pasqua che non poterono infatti officiare.

Capirete che in questo contesto l’Ultima cena ne va di mezzo, perché essa stessa di Pesach sheni e dunque tutto quello che contiene deve essere esaminato sotto un’altra luce, come il boccone intinto di Gv 13,26-27 che la dice davvero lunga alla luce di Pesach sheni.

Infatti, quando Gesù offre la dritta (boccone) a Giuda, egli libera si Giuda che “uscì subito” (Gv 13,30), ma libera, con lui, il sinedrio e dunque l’istituzione che, sulla base del tradimento, avoca di nuovo a sé pieni poteri e può officiare legittimata arrestando Gesù.

Tant’è vero che a tutt’oggi a Pesach gli Ebrei intingono il pane in ricordo del sacrificio nel santuario, un ricordo, però, che, tagliando corto, vuole mascherare, crediamo, una ritualità ben precisa, quella stessa a cui si affidò Gesù, come a dire: “Va’, di’ loro che possono sacrificare”.

In altre parole, questo significa che Gesù teneva in pugno non solo la Pasqua, ma un intero popolo che solo lui poteva liberare, come Mosè lo liberò dalla schiavitù.

Dunque in quell’Ultima cena di Pesach sheni emerge a tutto tondo la figura di Gesù nuovo Mosè perché il potere, che di lì a poco lo condannerà a morte, lo deteneva lui in realtà avendo, come si legge, la facoltà di dare la propria vita e riprenderla (Gv 10,17), come di dare vita a un’istituzione neanche bloccata, ma ormai morta temendo la sua impotenza pure per il Pesach sheni; ma Gesù, fu di diverso avviso; fu il detentore dell’intero potere che ormai il sinedrio aveva perso e che solo Gesù poteva, pro tempore, conferirgli di nuovo e così fece.

Una nota a margine prima di riprendere un discorso non ancora finito: Giuda esce “subito” al versetto 13,30 e quei trenta denari, identici al versetto, sono lì a dirci di un versetto ispirato, di una sacralità biblica di cui Giuda, ieri come oggi, fece commercio, perché sapeva che il sinedrio avrebbe pagato bene, volentieri e subito la dritta pur di riassumere un comando che non comprese conferito in realtà da Gesù.

Quella Pasqua del 35 d.C., quindi, non finisce di stupire a questa luce, tanto che noi ci sentiamo di scrivere che la festa della cristianità tutta non è il Natale (del 25 dicembre poi!), ma la Pasqua, se non altro perché Gesù stesso dice di sé di essere venuto per quell’ora (Gv 12,27), cioè per la Pasqua.

Coloro che ancora dubitassero debbono considerare che non solo l’impasse di cui abbiamo scritto sopra lo rendeva padrone della Pasqua, ma anche la alla luce di un eventuale testo biblico originale greco che offra il Pesach ebraico semplicemente traslitterato, cioè Πησχ (Pasqua) per un valore ghematrico di 888, quello stesso di Ἰησοῦς. (Gesù), andando così ancora più a fondo nella questione che non si risolve nella titolarità del potere religioso, cioè nella legittimazione di esso, quella stessa legittimazione che aveva impedito la celebrazione della Pesach, ma identifica Gesù stesso con una Pasqua in cui non la fa semplicemente da padrone: Lui, era la Pasqua.

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