“Salve re dei Giudei”. Una faccia da schiaffi

Sulla corona di spine di Gesù si sono fatte molte ipotesi, per lo più simboliche ed è giusto perché i vangeli non si fermano, seppur nella loro semplicità, a un pesante oltraggio al Cristo fatto dai soldati.

Il senso di quella corona, però, va oltre quello conosciuto e lo si può comprendere solo se si ha chiaro quanto accadde a Gerusalemme, presa tra due Messia: quello istituzionale personificato da Barabba; e quello divino che fu Gesù.

E’ fondamentale comprendere questo, perché se Barabba fu il Messia secondo la Legge, Gesù lo fu secondo la Giustizia, per cui se l’uno rifletteva l’esercizio umano (Legge), l’altro fu prerogativa divina, per cui la battaglia fu, realtà, tra il sinedrio e Gesù, cioè tra l’uomo e Dio.

Questo significa che se l’uno (Barabba) si appellava alla santità, Gesù si appellava alla grazia (Gv 1,14-16), cosicché ciò che appariva santo secondo la Legge, poteva in realtà essere peccaminoso secondo la Giustizia e viceversa, per una questione essa stessa spinosa.

In questa luce, la corona di spine rimane simbolo, ma un simbolo che va oltre quello sinora conosciuto, perché fa di Gesù un peccatore, anzi, un gran peccatore secondo la Legge.

Infatti è in Gv 9,24 che emerge forse la follia di Gesù, cioè lo scandalo che costituì e rese incredula Gerusalemme, istruita da un archetipo di santità istituzionale, quella che il sinedrio aveva formulata e che Barabba personificava alla perfezione.

Gerusalemme capì molto dopo la messianicità di Gesù, perché impossibilitata a farlo prima, poiché conosciuto come peccatore, forse addirittura gran peccatore e gridò all’impossibilità del fatto, fino a che -noi riteniamo con la guarigione dell’emorroissa– si trovò di fronte a qualcosa di altrettanto impossibile, cioè a comprendere che un “demonio non può aprire gli occhi a un cieco” (Gv 10,21), cioè a toccare con mano che Dio era con lui.

Quella corona di spine, allora, diviene tutt’altra cosa che deve essere ben compresa, non alla luce del simbolismo, riduttivo, sinora conosciuto, ma di una condizione, quella che vide Gesù impossibilitato ad appellarsi alla Giustizia, perché il suo scandalo fu inappellabile.

E’ con il tradimento di Giuda, quello che Gesù stesso rese possibile “conoscendosi”, che il Messia procedente da Dio, diviene in realtà solo un gran peccatore, perché se sino ad allora Gli si era data la caccia affinché si avesse la prova schiacciante, cioè inappellabile persino di fronte alla Giustizia, quella prova ci fu ed Egli divenne uomo, però immagine stessa del peccato.

Il tradimento di Giuda pose fine, quindi, a un’interminabile serie di capi di accusa che sino ad allora non avevano trovato la loro prova schiacciante che gli attribuisse non solo quanto avesse commesso, ma anche tutte le illazioni, le calunnie e le menzogne che circolavano sul suo conto ed erano alimentate dal sinedrio.

Il tradimento di Giuda tolse ogni alibi a Gesù e da Messia si trasformò in Peccato, affinché veramente assumesse su di sé tutti i peccati del mondo simboleggiati non da una spina, come quella paolina che in ogni caso, però, fa luce sul simbolo, ma da una corona, cioè una moltitudine inestricabile di colpe.

Paolo cita quella spina (2Cor 12,7) ed è una. Una spina che Dio ha messa nella sua carne perché non insuperbisse, ma questo non toglie che fosse il suo peccato che, cresciuto ai piedi di Gamaliele, non poteva che essere uno, poiché anche lui espressione del sinedrio, cioè della Legge che Paolo, ne siamo certi, mai aveva infranta.

Dopo la sua conversione, però, ha anche lui ha un passato ed è caduto nel margine di errore. Pensiamo, infatti, che non abbia solo assistito alla lapidazione di Stefano, ma partecipato, per cui quel passato torna a ricordargli, magari per non insuperbire, di essere stato non solo un persecutore, ma un assassino di cristiani e questo fu la sua spina, il suo dolore, cioè la sua croce.

Gesù, diversamente, si vide attribuire tutto, anche ciò che era palese menzogna e per questo fu coronato di spine cioè fatto peccato e così assunse realmente tutto il peccato divenendone re, cioè archetipo stesso del male.

Certo, la Giustizia, sebbene il grido di sconforto con cui ad essa si appellò (Mt 27,46), non lo abbandonò, ma prima dovette morire, affinché la resurrezione lo giustificasse e trasformasse la Legge in Giustizia e il peccato cedesse il passo alla Grazia.

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