Lettera a un carabiniere

Immaginiamo questa lettera indirizzata a un carabiniere qualsiasi incontrato in una farmacia per un Italia malata. Immagineremo anche di conoscerlo e di essere in buoni rapporti, perché chi scrive fu democristiano eletto, sebbene giovanissimo e in una circoscrizione; poi crebbe forzista per cui l’area politica è vicina, da sempre, all’Arma, la quale deve comprendere che farabutti non si nasce, magari lo si diventa.

Volevo dirti che mi ha colpito molto la tua dritta, cioè che a Castello c’è una sola pattuglia, sebbene la incontri sistematicamente io, ex democristiano ed ex forzista in una regione e in una legione di amici a sinistra.

Per quella pattuglia ti dico: “Poveri noi”, ma non farti ingannare: è ironico e i “noi” siamo noi, non voi, perché capirai che questo significa due cose sostanzialmente: ne basta una e gli altri dove sono.

Se ne basta una, basta un cenno; se c’è ne è una non può significare che a Castello al massimo i carabinieri sono quattro. Quindi il tuo lamento -se devo dirtela tutta- lo considero un’offesa alla mia intelligenza che, sebbene poca, sa intuire quella minaccia (trabocchetto) che sorge implicita in quel “c’è ne è una”.

Va da sé che tutti quanti gli altri, non avendo mai visti carabinieri a piedi a pattugliare, sono altrove magari a casa, per una settimana davvero corta ma ben pagata, quando se ti manca una gamba ti danno 290 euro.

Ma ben pagata da chi? Da noi, i poveri noi di prima che la popolazione non cambia così in fretta e questo potrebbe essere giustificato dal servizio, ma “c’è ne una” tante quante, magari, ce ne sono in uno dei capoluogo del Valdarno, da decenni in mano alla camorra ma all’insaputa di quella pattuglia, magari la stessa del povero Palicca che si sfogò, stupidamente, rubando dall’auto un mitra lasciato, per gioco, ovvio, incustodito, mentre lui fu custodito dallo scrosciare lento del torrentello in cui affogò fuor d’acqua.

Sbagliò Palicca, non seppe valutare il nemico e la bravata è sì passata all’albo di paese, ma finì nell’alba di quel giorno. “C’è ne è una sola” dici tu, ma io dico che siete così tanti che non riuscite a contarvi, un vero esercito, perché agli effettivi si aggiungono tutti coloro pre-pensionati e quant’altri esonerati dall’Arma, è vero, ma cellule dormienti che al momento opportuno esploderanno in massa, per un esercito di pattuglie che, in realtà, militarizza l’Italia e che muore dalla voglia di menare le mani.

L’insurrezione di Palicca non tenne conto che sarebbe stato impossibile uscirne vivo, per cui tutti quanti che volessero menar le mani debbono imparare la sua lezione e tenerle bene in tasca, perché l’agguato si terrebbe grazie a un esercito d’imboscati, ma di tutto punto però.

La militarizzazione dell’Italia, quindi, ci parla di un esercito di occupazione, non a spese degli occupanti, ma degli occupati, perché la Chiesa, l’unica benefattrice, si guarda bene dal pagarvi e rimette tutto al popolo che “schiavo di Roma Iddio creò”.

“A Roma riderebbero tutti di lui se non avessero paura dei suoi pretoriani” si dice in un film di successo, e io ti dico che in Italia farebbero altrettanto di Lei se non avessero paura dei suoi carabinieri.

Dopo il crollo dell’impero romano, la storia c’insegna che l’aiuto viene dall’estero, un’Europa che dovrebbe di nuovo udire il grido di dolore risorgimentale, ma non per un nuovo Risorgimento che durante il primo non entrarono i garibaldini da Porta Pia, ma uscirono i preti.

No, non un nuovo Risorgimento ma una Resurrezione, un uscire dalle catacombe per un’Italia cristiana che geme ed è pure presa per il culo, ma convinta che anche di essa, cioè d’Italia, “c’è ne una” una sola, non imboscata, ma relegata in una catacomba da cui grida a una militarizzazione terroristica perché ne basta una, basta un cenno.

Ps: ricordami, se puoi, nelle preghiere in suffragio di tua nonna e di tuo nonno. Io farò lo stesso.

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