Apocalisse, dal paradosso alla freddura. Un’analisi delle lettere

L’approccio alla Lettere di Apocalisse cambia di tema dipendentemente dallo scopo, ma mi pare, anche al di là della mia ignoranza, che nessuno abbia parlato delle lettere del paradosso.

Abbiamo in Smirne un esempio chiarissimo, dove la povertà e la tribolazione russa si accompagnano alla ricchezza, sebbene spirituale; mentre in Sardi la vita secondo il secolo diviene morte all’eternità. Oppure penso a Laodicea che “manca di nulla” al mondo, però mendica nella via di Dio. Ma c’è anche la francese Filadelfia che mostra la sua “poca forza”, ma spera nella ricompensa che la farà “colonna”, cioè elemento portante, quello che regge tutto il peso.

Talvolta, però, in questa logica del paradosso, si raggiunge il grottesco perché la tedesca Tiatira ha le opere di ora migliori delle prime, quando quest’ultime contengono la shoah, per cui ti viene davvero il dubbio sull’opinione di Dio riguardo alla storia, che forse non è raccontata bene nelle sue cause e questo, tra l’altro, lo si evince dalla Lettera agli ebrei che non è paolina, ma di Giovanni, nella misura in cui la Lettera a Efeso s’indirizza a loro, cioè all’Israele che molto ha “sopportato per amore del Suo nome”, un amore però che nutre solo l’Israele che ricorda da dove è caduto e tiene ancora acceso il suo candelabro (menorah).

Il paradosso che Apocalisse esprime con le sue lettere è, dunque, un rovesciamento di giudizio che da storico, scientifico si fa sapienziale per cui lo sguardo e la prospettiva sono completamente diversi, tanto che noi vogliamo mettere sullo stesso piano Smirne (Russia) e Sardi (Inghilterra) perché antipodi del mondo giovanneo, poiché se da una parte c’è il Top, dall’altra c’è quella che è stata ultimamente ribattezzata “gas station” e magari neanche all’avanguardia, ma a bombole.

Dei russi, lo sappiamo da questo post, Oltralpe si dice che basta una grattatina per avere il cosacco, cioè la loro educazione e civiltà è solo di facciata, mentre di Sardi è un gran bel dire perché offre sempre i suoi gentlemen, cioè quanto di più raffinato, elegante, educato e civile l’umanità abbia saputo e sappia esprimere.

Tuttavia è innegabile che questo giudizio non si accompagni a uno dello stesso tenore procedente da Dio e in ciò Paolo fa scuola quando dice che Egli sceglie ciò che è disgraziato agli occhi del mondo, per confondere ciò che il mondo ha benedetto e ricoperto di grazia (1Cor 1,27).

Il giudizio paolino significa anche che spesso ciò che è stimato e alto agli occhi degli uomini, è vile e spregevole agli occhi di Dio, confermando, così, una logica del paradosso che già aveva caratterizzato Giovanni e la sua Apocalisse.

Ecco allora che si riaffaccia prepotente lo sguardo divino sulle faccende umane, anzi, troppo umane se la nostra origine è animale ed evoluta sì, ma secondo l’uomo, perché secondo Dio è semplicemente bestiale e, in onore al paradosso, la troviamo in chiesa, ma solo in una Chiesa che è quella frequentata dai gentlemen, per cui vacci a capire qualcosa.

Darwin, sepolto in Westminster, non è il capriccio di un’agenzia di pompe funebri, ma una precisa scelta tanto che le esequie furono eseguite in pompa magna, o in gran pompa, che è uguale, cosa che denota una volontà che da creazionista si è fatta evoluzionista, pensando così di salire la scala che porta al cielo, ma in realtà è precipitata così male che a causa del botto si credono vivi, ma in realtà sono morti. Insomma uno stato confusionale causato non da droghe pesanti, ma dal pensiero che si è fatto debole fino a perdere i sensi.

Darwin, dunque, diviene l’espressione di un paradosso minacciato per lettera la quale diviene testamento e motto, perché se è vero il Ecretz le russe, vous avez le cosac, potrebbe essere altrettanto vero che a dare una grattatina ai gentlemen abbiamo Darwin e il suo Top che non è primato, ma primate, cosa che va oltre il paradosso per entrare a pieno titolo nella più classica delle freddure inglesi.

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