Una Pasqua freudiana

La fretta mai è buona consigliera, tuttavia a volte ti permette di scrivere un post immediatamente successivo che magari ti dà, almeno secondo il mio parere, piena ragione.

Pur invitando caldamente a rileggere quello precedente affinché la comprensione di questo sia facilitata, riassumeremo il punto divenuto adesso focale, cioè che la forma mentis di coloro che istruirono il processo contro “Il Galileo (Gesù)” e non contro Galileo Galilei tradisce l’ordito di un processo farsa che infatti non nasce su istanza di parte, ma è frutto della volontà dell’istituzione ecclesiastica che voleva assolutamente tenere quel processo, non perché Galilei avesse scritto in odor di eresia, ma perché la Chiesa stessa era eretica fino al punto di mettere, in effige, Gesù alla sbarra.

Nel post precedente, abbiamo parlato di un reperto sottile, invisibile a occhio nudo ma non a un Luminol sapienziale che sappia muoversi nel dedalo oscuro della mente dell’assassino che certamente opera e si esprime secondo un linguaggio non semplicemente consono, ma naturale sino al punto di tradirsi con un lapsus, cioè una Pasqua, che rientra non solo nella seconda -ma prima se Gesù fu Pasqua- festività più importante della cristianità tutta, ma anche in un contesto che ci parla di un processo, quello tenuto dal sinedrio, rinnovantesi di fronte all’Inquisizione che di nuovo gridò crucifige.

E’ seguendo questa logica, che a sua volta segue le orme dell’assassino, che abbiamo indagato la Pasqua del 1632 (11 aprile) e quella del 1633 che cade distante dalla prima (27 marzo), ma che offre però l’anno e il giorno del processo a Galilei, meglio, al “Galileo”, che fu il 1633 al 12 di aprile, quando se fosse stato l’11 avremmo avuta una coincidenza perfetta tra la data della Pasqua dell’anno della pubblicazione del Dialogo (11 aprile 1632) e la data del giorno in cui si avviò il processo conseguente (12 aprile 1633).

Ci siamo un po’ rammaricati, tanto che per far notare la quasi coincidenza abbiamo titolato il post “Pasquetta in tribunale“, come a dire che per poco non abbiamo fatto centro pieno, ma ora sappiamo che ciò non è dipeso dalla nostra mira, ma dalle mire altrui naufragate in un lunedì, perché l’11 aprile del 1633 è domenica e, come oggi, i tribunali sono chiusi, come lo erano anche allora e dunque sono stati costretti a riparare nel giorno successivo (12 aprile) per avviare il processo, ma state certi che avreste sentito le campane a festa se l’11 aprile, anziché domenica, fosse stato un qualsiasi giorno della settimana, perché si sarebbero tolta la soddisfazione di trascinarLo in tribunale il giorno della Sua resurrezione per una condanna, già scritta, che va oltre la storia autoproclamandosi eterna.

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