L’ardua sentenza per un caso di omonimia

La leggenda del Grande inquisitore appartiene a un’opera che già di per sé è un capolavoro facente parte dell’immaginario collettivo e letterario. La critica ha spremuto il testo, ma ancora la considera “una leggenda”, per un fondo di verità che però si rivela riduttivo, poiché enorme è, secondo noi, la carica profetica di quelle pagine. Leggiamo l’estratto che offre wiki, ma solo per pigrizia perché dovremmo rileggerle e scegliere noi il passo adatto per il post.


«”Sei tu? Sei tu?” Non ricevendo risposta, aggiunge rapido: “Non rispondere, taci! E poi, che cosa potresti dire? So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o gli somigli, ma domani ti condannerò, ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici…

Gesù torna di nuovo sulla terra, ma stavolta non lo attende Gerusalemme, ma Roma con il suo Tribunale dell’inquisizione, per un processo che si rinnova, come si rinnova il crucifige. Sembrerebbe opera di una fantasia spericolata e polemica, frutto di un’ortodossia malata che consegna nelle mani dell’inquisizione nientemeno che Cristo. Ma è poi così? E’ davvero fantasia?

Ieri abbiamo scritto un post che caldamente invitiamo a rileggere attentamente per comprendere il quadro in cui si muove il nostro pensiero che non è opinione nella misura in cui le carte del processo a Galileo sono ancora, magari (mi si scusi l’ignoranza), consultabili, ma ciò, eventualmente, non deve essere fatto solo alla luce incandescente delle scienze giuridiche, ma anche attraverso un luminol sapienziale che sappia andare oltre le ombre e rilevare il maneggio di quel processo e le inevitabili, certe, tracce di sangue.

Ieri abbiamo scritto che il processo a Galilei fu in realtà il processo a Gesù, istruito con saggezza, perché prima si sono distrutte le prove (la Vulgata); poi rizzato lo scandalo con un processo ad hoc mirato a minare il tessuto storico della Bibbia e, attraverso la sua distruzione, la sua appetibilità e attendibilità scientifica, cosicché la scienza perdesse (ce lo ha mai avuto?) l’ ìnteresse al suo studio o che, al minimo, si addentrasse in un labirinto senza uscita.

Noi sosteniamo che tutto ciò facesse parte di un piano che aveva già la sua storia bell’e pronta che sostituisse quella originale, la quale testimoniava e avrebbe testimoniato Gesù. Il processo, dunque, si mosse per una sentenza già scritta e solo da consegnare ai posteri, per una sentenza che non fu “ardua” ma di nuovo ingiusta che nuovamente Lo crocefisse, dopo una passione durata secoli.

E’ da tutto ciò che emerge l’inganno di un processo a Galilei, ma in realtà istruito contro la persona di Cristo, per cui Galilei ha solo prestato la sua immagine, la sua persona, la sua scienza e, incredibilmente, anche il suo nome, nella misura in cui “il Galileo” fu Gesù e questo appare chiaro nel passo che Pietro e la sua inquisizione dovrebbero conoscere bene: il suo triplice rinnegamento (Mt 26,69).

E’ lì che quel “Galileo” torna ossessivamente alle orecchie di Pietro che lo rinnega nel 35 d.C., mentre lo inquisisce nel 1633 con Galilei, alias, Galileo, per un gioco di parole, un’omonimia, che fa molta luce sulle vere intenzioni di quel Sant’uffizio che disse di volere Galilei alla sbarra, ma in realtà ci mise “il Galileo”, cioè Gesù.

Ecco allora la necessità di un luminol sapienziale che indaghi le carte del processo a Galilei, perché solo grazie a questa nuova luce emergeranno le impronte digitali e le tracce di sangue, cioè l’assassino e il suo movente, nonché l’immancabile corpo del reato.

Dopo un attento esame della scena del crimine, siamo certi che forse dovremmo ricrederci sull’identità della vittima, perché non fu Galilei, ma “il Galileo”, venendo pure a conoscenza che il suo omonimo seicentesco forse c’era e c’è dentro fino al collo e si prestò al ruolo di prestanome in un omicidio che mandò di nuovo libero Barabba (Galilei/scienza) e crocifisse, sempre di nuovo, Gesù (“il Galileo”, sapienza).

Avevano lo stesso nome, ma storie totalmente diverse, per cui venirne a capo sarà davvero un “ardua sentenza”.

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