Il toro o l’agnello

La collocazione dell’Ultima cena in Pesach sheni cambia carte ritenute conosciute nel dettaglio, ma spesso un dettaglio che fa leva su un sentimentalismo fuori luogo, come quello che vuole l’apostolo che Gesù amava chino sul cuore di Gesù, per un affetto dolce da ultima ora, come in un film di cassetta.

Non fu il languore spirituale di un apostolo a ispirare quella scena che invece vuol consegnarci la chiave di lettura dopo che i verbi hanno già dettato il ritmo con quel “satana che entra” e “Giuda che esce”, conferendo un dinamismo dettato dalla fretta, perché Giuda esce ed esce “subito” perché romano colse l’attimo, cioè un carpe diem che fece scuola.

C’è dunque una tensione palpabile, un ritmo dei fatti che si annuncia turbinoso e costringe a chiederci perché se tutto fino ad allora si era svolto in maniera cadenzata, tanto che noi, a suo tempo, avevamo scorto nel Vangelo di Giovanni la metafora di un grande fiume che parte placido per avviarsi però a un corso di eventi via via crescenti, ma mai turbinosi come al momento della Passione che prelude al grande salto, per poi placarsi nel Lago di Tiberiade

In questo contesto, sembrerebbe altamente fuori luogo il gesto dell’apostolo amato, perché si china su un petto che l’immaginario collettivo da sempre pensa come luogo d’intimità e quiete. Invece, quel suo chinarsi, apre tutta la scena, perché nel petto di Gesù, come in quello di tutti noi, riposa il cuore.

Un cuore che alla luce della Pesach sheni, cioè quell’impasse istituzionale che aveva impedito la celebrazione della Pesach, magari per l’arresto di Barabba, era risultato puro, cioè le calunnie sul conto di Gesù si erano anch’esse rivelate, ma tali e non era il principe dei demoni.

Dunque Giovanni chino sul petto è chino, in realtà, sul cuore di Gesù, un cuore che ormai Gerusalemme conosce nella sua purezza messianica che, al contrario, ha rivelato l’impurità della casta sacerdotale, per un ribaltamento delle sorti che preludeva a quello sociale e religioso.

Tuttavia, Gesù non può volere questo, non lo può nella misura in cui la Scrittura deve compiersi e allora dà modo ai sacerdoti di tornare di nuovo in possesso delle loro prerogative.

Con il tradimento di Giuda è Gesù stesso che conferisce di nuovo il potere al tempio, perché Egli intinge nel suo stesso sangue e offre a Giuda che subito esce compiendo la Scrittura e riabilitando l’istituzione che può sacrificare l’agnello pasquale e tenere in vita il toro che non compare nell’Ultima cena, è vero, ma nel Levitico al capitolo 4,3-12 in cui è prevista l’impurità del sacerdote costretto a sacrificare un giovenco.

L’Ultima cena non addossa la colpa a un singolo, ma a tutta quanta la classe sacerdotale che era unanime nel giudizio e dunque solidale nel crimine che la rendeva collegialmente impura e costretta, quindi, ad assolvere quanto prescritto da Mosè in questi casi, cioè a sacrificare per sé stessa e togliersi da una condizione d’impurità, quella stessa che le aveva impedito di celebrare la Pesach.

La scelta, dunque, era sì tra Gesù e Barabba, come lo era tra un Messia istituzionale e divino, ma più prosaicamente lo fu anche tra un agnello, in remissione del peccato e un toro in remissione dello stesso peccato, ma commesso da coloro che però officiavano: i sacerdoti.

Un eco forte di tutto questo è in Luca, Luca che il tetramorfo descrive come toro e le ipotesi per spiegarne la ragione sono tante e varie, resta però da spiegare come mai proprio Luca sia così ritratto.

Di certo questo dipende dalla sua forza intellettuale di medico che per primo ha trasmesso nel 35 d.C. la sua relazione a Roma, la quale altro non è che il Vangelo lucano. Ma crediamo altrettanto certo, per farla breve, che il suo tetramorfo dipenda da come affronta il capitolo 23 del suo Vangelo, dove egli opera una netta distinzione tra il popolo (Lc 23,27), e tra esso le donne, e i sacerdoti a cui Luca imputa tutta la colpa , rendendoli dolosamente impuri.

Luca non grida allo scandalo di Gerusalemme, ma allo scandalo del tempio e nel tempio, quello stesso che aveva gridato all’impurità di Gesù come alibi, alibi poi caduto nei fatti lasciandoli nudi e di fronte al dramma: il muggito lontano di un toro che sarebbero stati costretti a sacrificare per redimere non i peccati altrui, ma i loro.

Esopo ci parla del lupo e dell’agnello, l’Ultima cena, invece, del toro e dell’agnello e noi, chini sul Suo petto, non possiamo non notare che quell’acqua, cioè la scusa addotta, era altrettanto spudoratamente sporca.

Dopo il sabato, anche una Pasqua da padrone

Ci siamo già occupati della Pesach sheni, tanto che il blog offre una categoria ad hoc, per cui, adesso, possiamo solo sintetizzare il problema dicendo che l’istituzione, il tempio, era bloccata da un impasse: da una parte Barabba, il Messia del sinedrio; dall’altra Gesù, il Messia di Dio che aveva, è facile comprenderlo, raggiunto un ragguardevole traguardo se si considera che era partito come figlio di un falegname e aveva sfidato il tempio, non sino a vincerlo, per allora, ma a bloccarlo sino al punto che non poterono celebrare la Pasqua, ma solo quella che spettava a coloro che, per impurità, erano stati esclusi dalla Pesach, cioè Pesach sheni.

Il problema fu che gli espulsi non erano semplicemente degli ebrei, ma erano gli Ebrei, cioè la casta sacerdotale che avendo data la caccia a Gesù e diventato chiaro che ne volevano, ingiustamente, la morte (Gv 11,53), era come se quel morto, che rendeva impuri durante Pesach, l’avessero toccato e dunque, seppur idealmente, cioè nei progetti, erano esclusi dalla Pasqua che non poterono infatti officiare.

Capirete che in questo contesto l’Ultima cena ne va di mezzo, perché essa stessa di Pesach sheni e dunque tutto quello che contiene deve essere esaminato sotto un’altra luce, come il boccone intinto di Gv 13,26-27 che la dice davvero lunga alla luce di Pesach sheni.

Infatti, quando Gesù offre la dritta (boccone) a Giuda, egli libera si Giuda che “uscì subito” (Gv 13,30), ma libera, con lui, il sinedrio e dunque l’istituzione che, sulla base del tradimento, avoca di nuovo a sé pieni poteri e può officiare legittimata arrestando Gesù.

Tant’è vero che a tutt’oggi a Pesach gli Ebrei intingono il pane in ricordo del sacrificio nel santuario, un ricordo, però, che, tagliando corto, vuole mascherare, crediamo, una ritualità ben precisa, quella stessa a cui si affidò Gesù, come a dire: “Va’, di’ loro che possono sacrificare”.

In altre parole, questo significa che Gesù teneva in pugno non solo la Pasqua, ma un intero popolo che solo lui poteva liberare, come Mosè lo liberò dalla schiavitù.

Dunque in quell’Ultima cena di Pesach sheni emerge a tutto tondo la figura di Gesù nuovo Mosè perché il potere, che di lì a poco lo condannerà a morte, lo deteneva lui in realtà avendo, come si legge, la facoltà di dare la propria vita e riprenderla (Gv 10,17), come di dare vita a un’istituzione neanche bloccata, ma ormai morta temendo la sua impotenza pure per il Pesach sheni; ma Gesù, fu di diverso avviso; fu il detentore dell’intero potere che ormai il sinedrio aveva perso e che solo Gesù poteva, pro tempore, conferirgli di nuovo e così fece.

Una nota a margine prima di riprendere un discorso non ancora finito: Giuda esce “subito” al versetto 13,30 e quei trenta denari, identici al versetto, sono lì a dirci di un versetto ispirato, di una sacralità biblica di cui Giuda, ieri come oggi, fece commercio, perché sapeva che il sinedrio avrebbe pagato bene, volentieri e subito la dritta pur di riassumere un comando che non comprese conferito in realtà da Gesù.

Quella Pasqua del 35 d.C., quindi, non finisce di stupire a questa luce, tanto che noi ci sentiamo di scrivere che la festa della cristianità tutta non è il Natale (del 25 dicembre poi!), ma la Pasqua, se non altro perché Gesù stesso dice di sé di essere venuto per quell’ora (Gv 12,27), cioè per la Pasqua.

Coloro che ancora dubitassero debbono considerare che non solo l’impasse di cui abbiamo scritto sopra lo rendeva padrone della Pasqua, ma anche la alla luce di un eventuale testo biblico originale greco che offra il Pesach ebraico semplicemente traslitterato, cioè Πησχ (Pasqua) per un valore ghematrico di 888, quello stesso di Ἰησοῦς. (Gesù), andando così ancora più a fondo nella questione che non si risolve nella titolarità del potere religioso, cioè nella legittimazione di esso, quella stessa legittimazione che aveva impedito la celebrazione della Pesach, ma identifica Gesù stesso con una Pasqua in cui non la fa semplicemente da padrone: Lui, era la Pasqua.

1563-1633, la Notte degli oscar

Buongiorno Dottor Torresani,

sono quasi giunto all’epilogo della sua Storia della chiesa e mi chiedevo se sia lecito rivolgerle una domanda specifica, dal basso però della mia poca esperienza riguardo la cronologia biblica, da me analizzata, in ogni caso e minuziosamente, dall A.M fino al 135 d.C., quando tutte le speranze d’Israele naufragarono nell’ennesimo bagno di sangue.

Vorrei chiederle, sia mai che abbia risposta, se la sua ripartizione in sette fasi possa, in qualche maniera, essere ulteriormente divisa, ma non verso il dettaglio, ma il macroscopico.

La cronologia biblica, come lei ben sa, si ordina dal basso verso l’alto e viceversa, come si ordina per altre tranches cronologiche apparendo, a un occhio abbastanza esperto, come un grande albero che dalle radici giunge alla vetta seguendo una direzione.

Tuttavia, ci sono anche altri elementi (branche, rami e foglie) che però appartengono a particolari disposizioni, tanto che, oltre la natura, c’è anche l’ordine di elementi che l’uomo ha modellato, cioè quelli che sono atti, ad esempio, a una potatura da coltivazione.

In sintesi le sto dicendo che i singoli elementi dipendono dallo sguardo, senza con questo nulla togliere all’ordine naturale che la pianta avrebbe. E’ così allora che noi possiamo giocare con quelle categorie cronologiche e forse anche immaginarle, ma alla luce dei fatti però, di modo che sia proprio lo studio tutto a goderne perché, dipendentemente dallo sguardo e dall’ordine che abbiamo dato, si conoscono aspetti prima ignorati.

Ecco allora che, come nella cronologia biblica ci muoviamo secondo la ripartizione macroscopica più importante, cioè l’avanti Cristo e il dopo, la Chiesa conosce altrettante ripartizioni che facilitano anche la comprensione della sua e più articolata cronologia in sette fasi che risulterebbe essa stessa divisa in due.

Il nostro concetto, quello che disegna una nuova grande bipartizione, noi l’abbiamo mutuato dal cinema, esempio che lei, dall’alto della sua cultura e ed età, credo possa ben capire, perché assume la rivoluzione del colore come grande fatto epocale, segnando, in fondo, due epoche: l’epoca del bianco e nero e quella del colore che altro non sono che quella della sapienza e quella della scienza, cioè a dire il passaggio da una Scrittura indagata alla luce della prima e poi della seconda.

L’avanti e il dopo, in questa cornice, sarebbe dato dal Concilio di Trento che segnò il più importante spartiacque in seno alla Chiesa cattolica, perché se prima avevamo un B/N sapienziale, dopo vedemmo il colore della scienza, passando, ovvio, per due fasi di transizione che dettero luogo a un B/N sporco e un altrettanto sporco colore per poi, cioè con il processo a Galileo, optare in tutto e per tutto per una pellicola scientifica che ce ne ha fatte vedere di tutti colori, ma passando prima per un periodo sporco (molto, forse troppo) che già da adesso conosciamo e va dalla fine del Concilio (1563) a alla fine del processo (1633)

Vorrei aggiungere il mio tanto modesto da essere inutile parere, ma mi astengo, di certo voglio invece dirle che all’interno di queste due macro ripartizioni potremmo ben catalogare fatti altrimenti alla rinfusa, cioè senza un ordine e quindi un senso, quando l’ordine da noi proposto un senso lo darebbe e proprio ai fini di una comprensione storica migliore, perché la disposizione di un oggetto, seppur storico, spesso dà luogo ad altre interpretazioni sino ad allora impossibili, come la spettacolarizzazione della Scrittura e gl’immancabili cinepanettoni di cui adesso sappiamo l’origine ed è già qualcosa.

Cordialmente

Giovanni

La Dottrina Marilyn e i venti indipendentisti

Ci sono post che sulle prime non hai il coraggio di scrivere perché sebbene l’idea ti sembri buona, sai che non sarà compresa a causa della friabilità del concetto a cui non hai saputo dare consistenza, cioè neppure prove, ma indizi validi.

E’ un po’ come in certi film polizieschi in cui all’ispettore è l’istinto, di cui si fida, a suggerirgli la trama del crimine, ma la ragione non gli viene incontro per un cruccio da nottate in bianco finché non emerge il dato di fatto, quello che istruirà l’indagine.

In questo post, che invitiamo a rileggere, abbiamo sintetizzato così la questione dell’indipendenza americana


In sintesi stiamo dicendo non che soffiarono, ma che si soffiarono i venti rivoluzionari e indipendentisti sulle coste americane, perché, già blindata la Francia, si cercò d’indebolire la sposa legittima e toglierla di mezzo con ogni mezzo

Adesso daremo corpo a quell’idea attraverso l’esame dell’inevitabile trama che essa nasconde, perché la mente di un assassino -e di un assassinio tratteremo- si muove per dedali oscuri in cui si deve far luce.

Il processo d’indipendenza americana non fu made in USA, ma nacque altrove, in un altrove che dovette fare i conti con un mondo nuovo dopo Colombo. Noi riscopriremo quell’America e l’indagine la condurrà di nuovo Colombo, il tenete Colombo che quelli della mia generazione ben conoscono.

Spesso, Peter Falk, si trova di fronte a un delitto quasi perfetto, ma egli sa che le tracce in un delitto sono inevitabili e le cerca sulla base di un istinto che mai lo ha tradito, fino a che, come spesso accade nei suoi film, si dà la pacca sulla testa e capisce.

Ecco, noi abbiamo fatto uguale quando si è presentata un’idea folle che non abbiamo avuto il coraggio di scrivere, perché ci aveva colpito una simbologia, cioè che delle 135 diocesi francesi, simbolo dell’annus crucis e della pre-rivoluzionaria, ne furono abolite 52 per un nuovo totale di 83.

L’idea folle consisteva nel lettura di quei numeri, cioè nel loro simbolo se 52 sono i giorni/anni di Neemia che vuole ricostruire le mura di Gerusalemme; come ci aveva colpito una lettura ancora più assurda che calava il rimanente delle diocesi nel nostro computo del secolo.

Infatti come noi diciamo gli anni ’20 o ’30 o ’90, così poteva aver fatto l’assassino quando fermò a 83 le diocesi francesi, per un ’83 che riassumeva il 1783 anno del Trattato di Parigi in cui si pose fine alla Guerra d’indipendenza.

Capite da soli che era davvero folle riportare questa riflessione senza neanche degli indizi validi. Il tutto sarebbe sembrato altamente risibile, ma adesso siamo in possesso di elementi che pongono seriamente la questione, non tanto sulle origini del processo d’indipendenza, anche se quelle origini debbono esser vagliate minuziosamente, quanto su chi ha messo il manico all’intera faccenda.

Ci siamo dati anche noi, come Colombo, la pacca sula testa quando abbiamo indagato il senso dell’Independence Day e scoperto che è dedicato a un santo, nella misura in cui la Chiesa cattolica dedica a Sant’Elisabetta Portogallo quel 4 luglio.

Quella santa, di cui noi non mettiamo in discussione la fama o la santità, si caratterizza per due elementi: l’infedeltà del marito e il rosario, quando il primo elemento ci conduce direttamente nell’Inghilterra di Enrico VIII, di cui tutti conosciamo la biografia, cioè quell’Inghilterra che subì il processo d’indipendenza; mentre il secondo elemento, il rosario, in Vaticano per una relazione che nasce spirituale e si fa storica, facendo luce sull’intera questione e rende non casuale quel 4 luglio, manico dell’intera faccenda e trama oscura dei fatti.

Un capolavoro, sebbene noir, vuole sempre la sua firma, perché altrimenti rimarrebbe anonimo, ma se così fosse, non ci sarebbe una motivazione, per quanto folle, cioè così folle che il sogno chapliniano della conquista del mondo fa apparire Hitler uno scolaretto.

Quella motivazione, infatti, fu il controllo del Nuovo mondo che aveva sconvolta la routine del vecchio, già saldamente nelle mani, ponendo nuovi orizzonti, ma anche nuove frontiere da controllare.

A Sud il gioco era fatto con l’occupazione da parte delle potenze cattoliche. Rimaneva il Nord America che non si poteva conquistare, ma solo dividere prima e controllare poi, cosa che si fece soffiando i venti illuministici e indipendentisti cosicché, liberati, potessero essere occupati, per un divide et impera tutto romano.

A cose fatte si dedicò l’impresa a Sant’Elisabetta (lo facciamo anche noi, allora, che siamo ugualmente pazzi) del Portogallo e il 4 luglio celebrò un’indipendenza tutta cattolica e pacificata secondo un pax romana d’alta scuola, in ossequio a una dottrina Monroe che è si tale, ma nella misura in cui la si chiami Marilyn, morta in circostanze ancora molto sospette, come il suo amante, Kennedy, morto sparato, ma con il rosario di Sant’Elisabetta del Portogallo in mano, sia mai che il discorso non sia chiaro: l’America a Marilyn!

Ecco allora che il nostro deliro di cifre, cioè che di 135 diocesi francesi ne vengono soppresse 52 per un totale di 83, ci dice che il piano era perfettamente riuscito e si era ottenuto quello che si voleva nel 1783, ossia nell’83, anno del Trattato di Parigi.

Rimane solo da capire cosa, realmente, si volesse nel 1783 con quel trattato, immaginato sino ad adesso come conquista, è vero, ma ancora sfuggente se volessimo conoscere chi, in realtà, abbia conquistato cosa.

Sorrido all’idea del numero di volte che ho incontrato, durante gli studi di scienze politiche, la dottrina Monroe, sorrido perché solo a cinquantaquattro anni ho capito che si trattava di una bellissima donna. Ed è allora che anch’io, come Colombo, mi sono dato una pacca sulla testa, rammaricato di non averlo compreso prima.

007, il movente segreto

Negli ultimi post ci siamo occupati della questione inglese entrando a corte, certi che chi ha i centimetri o pollici sufficienti avrebbe capito, per gli altri pace.

Adesso faremo di nuovo appello all’altezza, sebbene di pensiero, per una visione più alta, quella stessa che ricorre come un mantra nell’esegesi cattolica che pone immancabilmente la Bibbia di fronte a uno specchio, ma da circo il più delle volte, cosicché quasi mai la realtà ultima è offerta nelle sue esatte dimensioni, ma si muove tra il gigantesco e il nano.

Non mancano di certo nel mondo anglosassone gli studiosi del processo d’indipendenza delle colonie, tuttavia, anche al di là delle teorie più raffinate, manca allo studio la realtà più alta, cioè l’ultima analisi che non è filosofica, ma storica, sebbene i concetti siano mutuati da Apocalisse, libro di testo per bambini, ma anche per adulti evoluti nel senso buono.

In questo contesto noi caleremo la nostra analisi che postula un matrimonio che non s’ha da fare per dei Promessi sposi manzoniani che escono dalla loro cornice storica conosciuta per addentrarsi in chiesa, cioè in Sardi.

Diversi post abbiamo dedicato alla questione che si riassume brevemente, in fondo, cioè che Apocalisse è stata falsata nel suo ordine o, se volete, nel suo giorno più bello: le nozze dell’Agnello a cui si deve dare gloria (Ap 19,7), cioè uno dei sette spiriti elencati in 5,13 e che si associano, quasi esattamente, nell’ordine delle Chiese, solo che, quando arriviamo a Sardi, dobbiamo attribuirgli la gloria, perché è la gloria dei che si conferisce agli inferi, cioè a Sardi, ed essa immancabilmente sfida la morte, tipica degli inferi, una morte che fa esplicitamente il suo ingresso nella Lettera a Sardi che purtroppo, per cause che conosciamo, “si crede viva” ma in realtà è morta.

Dicevamo che si deve invertire parzialmente quell’ordine e conferire a Sardi la Gloria, mentre a Filadelfia, chiesa successiva nell’ordine delle lettere, l’onore, ma questo lega le due chiese a una storia che vedremo si fa comune.

Infatti la Rivoluzione francese blindò la Francia al cattolicesimo romano affinché il programma della celebrazione delle nozze si tenesse in una chiesa ultra cattolica che garantisse un matrimonio combinato.

L’Ancien régime non fu distrutto per le brioches di Maria Antonietta, ma per far posto alla scristianizzazione prima e alla ricattolicizzazione della France profonde poi. In questo senso, allora, assumono un’altra luce le 135 diocesi della Francia pre-rivoluzionaria, perché se ogni chiesa ha il suo campanile con la croce, quelle 135 diocesi ci parlano più di ogni altra cosa di cosa fosse la Francia cattolica, cioè così cristiana da avere 135 diocesi ferme, nel numero, al preciso anno della crocefissione, il nostro 35 d.C. che fu abbattuto, come anno e come croce, assieme alla Francia dai venti rivoluzionari, offrendo così il simbolo non solo del processo di scristianizzazione, ma ancor più di cattolicizzazione romana cruenta.

Ma negli anni precedenti la rivoluzione abbiamo anche la Guerra d’indipendenza delle colonie americane, guerra che vede la sua pace con il Trattato di Parigi del 1783, fatto che lega ancor più Filadelfia (Francia) a Sardi (Inghilterra), perché il luogo non è casuale, come non crediamo sia casuale la spinta dell’illuminismo francese che sconvolse gli equilibri americani, se si ha chiaro quanto scritto sul matrimonio dell’Agnello, cioè che si è falsato il documento di nozze (Apocalisse) per tenere nozze segrete, tanta sarebbe stata la vergogna di una sposa bambina, costretta a delle nozze coatte.

In sintesi stiamo dicendo non che soffiarono, ma che si soffiarono i venti rivoluzionari e indipendentisti sulle coste americane, perché, già blindata la Francia, si cercò d’indebolire la sposa legittima e toglierla di mezzo con ogni mezzo.

Avevamo promesso un post alto, cioè un’ultima analisi alla luce di Apocalisse e abbiamo mantenuta la promessa, adesso potrebbe essere il turno degli avvocati, cioè degli studiosi di quel particolare periodo storico per comprendere se siamo anche solo parzialmente nel giusto.

Si tratta, sulle prime, di rivedere le origini della Guerra d’indipendenza per comprendere se, a questa luce, cioè a quella di Apocalisse, sia tutto in regola o qualcuno ha attentato alla vita di Sardi, promessa sposa e questo solo James Bond può farlo uscendo però dalla pellicola, i libri di testo, con l’immancabile bombetta, ma in mano.

Lettera a un carabiniere

Immaginiamo questa lettera indirizzata a un carabiniere qualsiasi incontrato in una farmacia per un Italia malata. Immagineremo anche di conoscerlo e di essere in buoni rapporti, perché chi scrive fu democristiano eletto, sebbene giovanissimo e in una circoscrizione; poi crebbe forzista per cui l’area politica è vicina, da sempre, all’Arma, la quale deve comprendere che farabutti non si nasce, magari lo si diventa.

Volevo dirti che mi ha colpito molto la tua dritta, cioè che a Castello c’è una sola pattuglia, sebbene la incontri sistematicamente io, ex democristiano ed ex forzista in una regione e in una legione di amici a sinistra.

Per quella pattuglia ti dico: “Poveri noi”, ma non farti ingannare: è ironico e i “noi” siamo noi, non voi, perché capirai che questo significa due cose sostanzialmente: ne basta una e gli altri dove sono.

Se ne basta una, basta un cenno; se c’è ne è una non può significare che a Castello al massimo i carabinieri sono quattro. Quindi il tuo lamento -se devo dirtela tutta- lo considero un’offesa alla mia intelligenza che, sebbene poca, sa intuire quella minaccia (trabocchetto) che sorge implicita in quel “c’è ne è una”.

Va da sé che tutti quanti gli altri, non avendo mai visti carabinieri a piedi a pattugliare, sono altrove magari a casa, per una settimana davvero corta ma ben pagata, quando se ti manca una gamba ti danno 290 euro.

Ma ben pagata da chi? Da noi, i poveri noi di prima che la popolazione non cambia così in fretta e questo potrebbe essere giustificato dal servizio, ma “c’è ne una” tante quante, magari, ce ne sono in uno dei capoluogo del Valdarno, da decenni in mano alla camorra ma all’insaputa di quella pattuglia, magari la stessa del povero Palicca che si sfogò, stupidamente, rubando dall’auto un mitra lasciato, per gioco, ovvio, incustodito, mentre lui fu custodito dallo scrosciare lento del torrentello in cui affogò fuor d’acqua.

Sbagliò Palicca, non seppe valutare il nemico e la bravata è sì passata all’albo di paese, ma finì nell’alba di quel giorno. “C’è ne è una sola” dici tu, ma io dico che siete così tanti che non riuscite a contarvi, un vero esercito, perché agli effettivi si aggiungono tutti coloro pre-pensionati e quant’altri esonerati dall’Arma, è vero, ma cellule dormienti che al momento opportuno esploderanno in massa, per un esercito di pattuglie che, in realtà, militarizza l’Italia e che muore dalla voglia di menare le mani.

L’insurrezione di Palicca non tenne conto che sarebbe stato impossibile uscirne vivo, per cui tutti quanti che volessero menar le mani debbono imparare la sua lezione e tenerle bene in tasca, perché l’agguato si terrebbe grazie a un esercito d’imboscati, ma di tutto punto però.

La militarizzazione dell’Italia, quindi, ci parla di un esercito di occupazione, non a spese degli occupanti, ma degli occupati, perché la Chiesa, l’unica benefattrice, si guarda bene dal pagarvi e rimette tutto al popolo che “schiavo di Roma Iddio creò”.

“A Roma riderebbero tutti di lui se non avessero paura dei suoi pretoriani” si dice in un film di successo, e io ti dico che in Italia farebbero altrettanto di Lei se non avessero paura dei suoi carabinieri.

Dopo il crollo dell’impero romano, la storia c’insegna che l’aiuto viene dall’estero, un’Europa che dovrebbe di nuovo udire il grido di dolore risorgimentale, ma non per un nuovo Risorgimento che durante il primo non entrarono i garibaldini da Porta Pia, ma uscirono i preti.

No, non un nuovo Risorgimento ma una Resurrezione, un uscire dalle catacombe per un’Italia cristiana che geme ed è pure presa per il culo, ma convinta che anche di essa, cioè d’Italia, “c’è ne una” una sola, non imboscata, ma relegata in una catacomba da cui grida a una militarizzazione terroristica perché ne basta una, basta un cenno.

Ps: ricordami, se puoi, nelle preghiere in suffragio di tua nonna e di tuo nonno. Io farò lo stesso.

“Salve re dei Giudei”. Una faccia da schiaffi

Sulla corona di spine di Gesù si sono fatte molte ipotesi, per lo più simboliche ed è giusto perché i vangeli non si fermano, seppur nella loro semplicità, a un pesante oltraggio al Cristo fatto dai soldati.

Il senso di quella corona, però, va oltre quello conosciuto e lo si può comprendere solo se si ha chiaro quanto accadde a Gerusalemme, presa tra due Messia: quello istituzionale personificato da Barabba; e quello divino che fu Gesù.

E’ fondamentale comprendere questo, perché se Barabba fu il Messia secondo la Legge, Gesù lo fu secondo la Giustizia, per cui se l’uno rifletteva l’esercizio umano (Legge), l’altro fu prerogativa divina, per cui la battaglia fu, realtà, tra il sinedrio e Gesù, cioè tra l’uomo e Dio.

Questo significa che se l’uno (Barabba) si appellava alla santità, Gesù si appellava alla grazia (Gv 1,14-16), cosicché ciò che appariva santo secondo la Legge, poteva in realtà essere peccaminoso secondo la Giustizia e viceversa, per una questione essa stessa spinosa.

In questa luce, la corona di spine rimane simbolo, ma un simbolo che va oltre quello sinora conosciuto, perché fa di Gesù un peccatore, anzi, un gran peccatore secondo la Legge.

Infatti è in Gv 9,24 che emerge forse la follia di Gesù, cioè lo scandalo che costituì e rese incredula Gerusalemme, istruita da un archetipo di santità istituzionale, quella che il sinedrio aveva formulata e che Barabba personificava alla perfezione.

Gerusalemme capì molto dopo la messianicità di Gesù, perché impossibilitata a farlo prima, poiché conosciuto come peccatore, forse addirittura gran peccatore e gridò all’impossibilità del fatto, fino a che -noi riteniamo con la guarigione dell’emorroissa– si trovò di fronte a qualcosa di altrettanto impossibile, cioè a comprendere che un “demonio non può aprire gli occhi a un cieco” (Gv 10,21), cioè a toccare con mano che Dio era con lui.

Quella corona di spine, allora, diviene tutt’altra cosa che deve essere ben compresa, non alla luce del simbolismo, riduttivo, sinora conosciuto, ma di una condizione, quella che vide Gesù impossibilitato ad appellarsi alla Giustizia, perché il suo scandalo fu inappellabile.

E’ con il tradimento di Giuda, quello che Gesù stesso rese possibile “conoscendosi”, che il Messia procedente da Dio, diviene in realtà solo un gran peccatore, perché se sino ad allora Gli si era data la caccia affinché si avesse la prova schiacciante, cioè inappellabile persino di fronte alla Giustizia, quella prova ci fu ed Egli divenne uomo, però immagine stessa del peccato.

Il tradimento di Giuda pose fine, quindi, a un’interminabile serie di capi di accusa che sino ad allora non avevano trovato la loro prova schiacciante che gli attribuisse non solo quanto avesse commesso, ma anche tutte le illazioni, le calunnie e le menzogne che circolavano sul suo conto ed erano alimentate dal sinedrio.

Il tradimento di Giuda tolse ogni alibi a Gesù e da Messia si trasformò in Peccato, affinché veramente assumesse su di sé tutti i peccati del mondo simboleggiati non da una spina, come quella paolina che in ogni caso, però, fa luce sul simbolo, ma da una corona, cioè una moltitudine inestricabile di colpe.

Paolo cita quella spina (2Cor 12,7) ed è una. Una spina che Dio ha messa nella sua carne perché non insuperbisse, ma questo non toglie che fosse il suo peccato che, cresciuto ai piedi di Gamaliele, non poteva che essere uno, poiché anche lui espressione del sinedrio, cioè della Legge che Paolo, ne siamo certi, mai aveva infranta.

Dopo la sua conversione, però, ha anche lui ha un passato ed è caduto nel margine di errore. Pensiamo, infatti, che non abbia solo assistito alla lapidazione di Stefano, ma partecipato, per cui quel passato torna a ricordargli, magari per non insuperbire, di essere stato non solo un persecutore, ma un assassino di cristiani e questo fu la sua spina, il suo dolore, cioè la sua croce.

Gesù, diversamente, si vide attribuire tutto, anche ciò che era palese menzogna e per questo fu coronato di spine cioè fatto peccato e così assunse realmente tutto il peccato divenendone re, cioè archetipo stesso del male.

Certo, la Giustizia, sebbene il grido di sconforto con cui ad essa si appellò (Mt 27,46), non lo abbandonò, ma prima dovette morire, affinché la resurrezione lo giustificasse e trasformasse la Legge in Giustizia e il peccato cedesse il passo alla Grazia.