Il Manifesto del deserto

L’apoftegma XVIII di Giovanni Nano non si presta solo a una lettura morale, non ci parla solo di una condizione, quella del peccato, che spesso è recidivo sino al punto di non ritorno, come non ritorna il vecchio Padre, “zelante nelle fatiche del corpo”, dal più giovane, ma si presta anche a una lettura che stupisce, perché sa farsi storia, proprio quella che il nostro secolo conosce e studia a fondo.

Rileggiamolo, allora, sia mai che possiamo trarne un’altra lezione sebbene la banalità del testo, che appare come sciocco agli occhi di chi non è “acuto di mente” e presta così le sue stesse facoltà al vecchio smemorato per un gioco tipico dei Padri, che più di ogni altro sanno nascondersi dietro una palma e farti cucù.


Vi era a Scete un anziano molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri. Venne dal padre Giovanni a interrogarlo sulla smemoratezza. Ascoltò le sue parole, ritornò nella sua cella, e si dimenticò ciò che l’Abate Giovanni gli aveva detto. Si recò allora da lui un’altra volta, udì le stesse parole e se ne andò. Ma quando fu arrivato alla sua cella, le aveva già dimenticate. E così per parecchie volte: andava, ma, mentre ritornava indietro, cadeva vittima della dimenticanza. In seguito incontrò l’anziano e gli disse: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Il padre Giovanni gli disse: «Va’ e accendi una lucerna». L’accese. Gli disse ancora: «Prendi delle altre lucerne e accendile alla sua luce». Quando lo ebbe fatto, gli chiese: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?». Dice: «No!». E l’anziano a lui: «E nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare». E così, per la pazienza di entrambi, il Signore liberò quell’anziano dalla smemoratezza. Questo è il compito dei monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene

Notiamo sin da subito quel non essere “acuto di mente” che dovrebbe mettere in guardia il lettore a cui già si prendono le misure se alla fine della lettura sorride, ma di sé stesso, evidentemente.

Quel “acuto di mente” e quello “zelante nelle fatiche del corpo” ci dicono di un uomo, è vero, ma ci dicono anche di una classe: quella lavoratrice che non si vuole poco intelligente, ma solo capace di esprimere un’intelligenza pratica, spesso non istruita, come quella tipica del secolo XIX, quando l’industrializzazione segnava i suoi albori e la campagna ormai era divenuta il bacino che prestava la manodopera che diverrà, da gregge evangelico, proletariato. Ma perché?

Perché ciò che era povertà evangelica divenne miseria politica e come tale impiegata secondo le mire di nuovi predicatori che non erano quelli suffraganei alla tradizione, alla Chiesa?

Fu davvero un’onda inarrestabile quella marxista? oppure come natura non facit saltus, così fa la storia che subito colma un vuoto, come il paguro che immancabilmente occupa la nicchia che il caso -o la negligenza- gli hanno offerta?

L’apoftegma di Giovanni ben si presta a spiegare tutto questo. Il vecchio smemorato non è altro, allora, che la classe sociale più umile, cioè quella evangelizzata che costituiva o avrebbe dovuto costituire la base stessa della Chiesa e quella a cui era stato promesso il paradiso, un paradiso, però, che divenne, da settimo cielo, ultimo gradino sociale, perché doppiamente povera, privata come fu di quello celeste in virtù di un miraggio prodotto dalla fame e dalla sete di giustizia.

Fu abbandonata proprio nel tempo in cui aveva più bisogno di essere accompagnata in un futuro che non si stagliava secondo i canoni di un’economia agricola, ma industriale. Fu la storia, quindi, che corse in suo soccorso, colmando il vuoto lasciato dal Vangelo con una teoria e questo, appunto, la fece sedere sull’ultimo gradino sociale, perché neanche più degna del paradiso, tutt’al più di un regime, che divenne dittatura in suo stesso nome, cioè non del Padre, né del Figlio e né dello Spirito Santo, ma del proletariato, per una violenza che s’inflisse da sola, persa come si ritrovò tra i rovi di una metamorfosi sociale e storica, perché la storia, quella “di un’anima” di Teresa di Lisieux, spiega tutto quando le carrozze, proprio quelle storiche, ospitarono i propri passeggeri secondo il rango e misero in imbarazzo addirittura una santa che non si ritenne degna di sedere con la nobiltà, la ricchezza e il prete, perché lei era popolana, lei era proletaria e avrebbe dovuto, come nella sua storia, quella di un’anima, sedere con il vetturino ubriaco che si esercitava, magari, nella bestemmia già divenuta dialettica politica.

Lì, in quella carrozza di Teresina, si giocò il destino delle masse, perché al clero tutto, preti, frati e suore, pareva legittimo il trono, l’altare e la stessa carrozza con cui non andarono però in paradiso, perché in paradiso si va con i poveri, se siamo consacrati, si va con coloro che sono “zelanti nelle fatiche del corpo” e poco “acuti di mente”, ma per questo debbono essere accuditi come il gregge, altrimenti egli si volge a un’altra pastura e un altro pastore, magari lupo, ma meno colpevole di colui che ha escogitata una dottrina sociale che gli permette di parlare dei poveri durante il viaggio nelle carrozze dei re.

Quelle pecore, tuttavia, erano tutte contate, una a una, per nome (Gv 10,3) e se non riconobbero la Sua voce, fu a causa della musica ad alto volume, magari un mega concerto che a tutt’oggi è à la page, per una catechesi, però, dalle note stonate.

“I poveri li avrete sempre con voi” dice Gesù, ma questo è vero nella misura in cui si sta con loro, altrimenti se ne vanno, sbattendo pure la porta, magari della storia, cioè con una rivoluzione, perché come le formiche, pure le pecore, talvolta “nel loro piccolo s’incazzano”.

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