La storia di una Chiesa e di un Vangelo

Buon giorno Dottor Torresani,

le scrivo per informarla che ho acquistato il suo ebook Storia della Chiesa e l’ho trovato alquanto ben scritto, perché di facile lettura e molto scorrevole, senza che il concetto ne risenta, anzi.

Infatti, sebbene il prezzo, magari tipico per opere del genere, non sia economico per un ebook, fa sempre piacere venire a conoscenza che chi ne sa incomparabilmente più di te ti dà ragione, e proprio laddove pareva che le tue parole fossero neanche al vento, ma frutto della più spericolata fantasia.

Questo blog ha la pretesa di scrivere e riscrivere, in particolare la cronologia biblica, ma non disdegna un’esegesi storica che faccia luce sui vangeli, quando però il suo asse portante rimane vetero testamentario, nella misura in cui ne traccia tutta un’altra cronologia.

Quest’ultima, però, altro non è che un grande albero con radici, fusto, rami, branche e foglie, per cui appare -e deve essere considerata- nella sua unità e unicità, sebbene complesse. Ecco allora che un ramo importantissimo di quella cronologia è Luca, di cui noi abbiamo tracciata una nuova importanza e portanza all’interno della Scrittura.

Mi è impossibile ripercorrere tutte le tappe organicamente, tanto, forse troppo, è il materiale che già al momento si presterebbe a una monografia che crediamo di grido, per cui le accennerò ai punti salienti o, in ogni caso, quelli che possano, da soli, catturare il suo interesse alla luce di quanto lei stesso ha scritto, cioè che Tertulliano ed Eusebio danno notizia di una relazione, sui fatti gerosolomitani, inviata a Tiberio.

Già con quella “relazione” lei introduce il mio argomento, perché appare sin da subito chiaro che quella “relazione” altro non è che la relazione di “accurate ricerche” che appaiono nella forma di “resoconto ordinato”, sono, cioè, quelle lucane che hanno permesso e ispirato il suo Vangelo.

Quel Vangelo, quella relazione, però, hanno una storia, nel senso che non si fermano a Gerusalemme, ma divengono, come lei scrive, “relazione” per Roma, il cui latore, sempre per sua ammissione, fu Pilato. Questo noi lo abbiamo sempre pensato e scritto.

Noi è alla ghematria di Erode, sebbene lemma rivisitato (Αρωδε), che ci siamo ispirati e grazie alla quale abbiamo subito intuito che il germe della storia a venire, quella cristiana, si celava nella sua ghematria, perché la nostra cronologia dei regni di Giuda e Israele così consigliava alla luce di quel 910/909 a.C. ghematrico che segna la divisione del regno davidico.

Lei capirà che quella relazione, divenuta Vangelo, divide essa stessa, ma questa volta il bisturi lucano va oltre i confini della storia particolare, per affondare in quella universale, per affondare in Roma, la quale prima si converte, poi converte la storia tutta.

Quella filiera che ha permesso di veicolare la storia noi l’abbiamo così riassunta.

Erode chiede a Luca una relazione sui fatti, perché il predicatore Gesù ha catturato il suo interesse e la sua fantasia, tanto che è interessato alla Sua predicazione (Lc 9,9) e divertito dalla sua presenza (Lc 23,8). Del dialogo tra Erode e Gesù ne dà notizia solo Luca, come solo Luca dà notizia del fatto che lui e Pilato divennero, non a caso, amici (Lc 23,12) e questo fa fare un ulteriore passo alla “relazione” che giunge a Pilato, il quale esprime tutto il disagio di un impero la cui “pienezza” di tempo e culturale non gli aveva permesso di conoscere però la verità.

Roma era lo scibile, essa era quella “pienezza dei tempi” paolina che permise l’Incarnazione, affinché quel mare che l’umanità aveva di fronte non divenisse invalicabile e con a guardia l’Ercole del dubbio, ma navigabile e conducesse a “nuovi cieli e nuova terra”.

L’interrogativo di Pilato su cosa sia la verità, quindi, appartiene a un impero, è vero, ma in realtà nasce dall’umanità che quell’impero sintetizzava e rappresentava. Ecco allora che da Erode la risposta si trasmette a Roma, tramite Pilato, e Roma adesso conosce la Verità.

Quel Vangelo lucano, quindi, nella misura in cui giunge nelle mani di Tiberio, diviene il primo documento cristiano, perché solo un documento, per dirla con Leo Baeck, poteva scuotere Roma, sempre alle prese con le voci di un impero senza confini.

La funzione di Luca, quindi, fu quella di aprire l’Olimpo culturale alle istanze dei vangeli che divennero, grazie a lui, storici, cioè scienza, nella misura in cui appaiono, per la prima volta, frutto di “accurate ricerche e di un resoconto ordinato”, affinché “gli illustri”, gli dei, potessero valutarli a una luce che non era più quella dei “poveri”, ma intellettuale e per fare questo c’era bisogno di colui che sapesse ri-scrivre un Vangelo nato per ciechi, zoppi, sordi, muti e paralitici: c’era bisogno, cioè, di un dottore, il Dottor Luca.

Ecco, questo noi abbiamo sempre scritto e creduto e lei, con la notizia di una relazione inviata a Tiberio, ci ha fornito la prova che “qualcosa” giunse a Roma, che fu informata dei fatti proprio laddove (Tiberio) e grazie a colui (Pilato) noi avevamo indicato seguendo un percorso alternativo senza, però, evidentemente perderci né d’animo, né di strada.

Come non ci siamo persi quando abbiamo attribuito a Luca e al suo Vangelo un taglio ben preciso cronologicamente che è l’ultimo anno, cioè il 34/35 d.C. E infatti lei stesso scrive che quella relazione, stando a Tertulliano ed Eusebio, è del 35 d.C., nostro cavallo di battaglia perché lì è il fulcro di tutta la nostra cronologia e il Golgota, tanto che ci sentiamo di muovere un appunto alla sua opera che colloca la crocefissione nel 30/31 d.C., inspiegabile alla luce della Scrittura, sebbene piacevole al palato storico attuale.

Adesso, dovrei aggiungere molto altro, forse davvero troppo altro, come l’emorroissa, simbolo di una Gerusalemme malata che non concepisce il suo Messia e di un’emorroissa che guarisce toccandoLo; dovrei parlarle, cioè, del 23 d.C., anno della malattia e dell’attesa e del il 34 d.C., quando quell’attesa dà alla luce, ma ci perderemmo se non spiegato nel dettaglio, dettaglio però che lei può conoscere, volendo, leggendo la categoria lucana dov’è anche illustrato l’intero senso di una genealogia semplicemente sconosciuta se ridotta a padri e figli.

Per adesso, allora, introduco solo un’ultima nota, quella sfuggita a tutti, persino ai grecisti, i quali hanno tradotto Lc 1,1 e il suo ἐν ἡμῖν “tra di noi”, quando, proprio alla luce di quello che lei ha scritto, avrebbe dovuto essere tradotto “ai giorni nostri” e il senso temporale, quindi, non sfuggire.

Esso è chiaro, infatti, perché Lc 1,1 trasmette una necessità di mettere ordine in quei fatti turbolenti accorsi non “tra di noi”, ma “ai nostri giorni” per un ἐν che dà alla locuzione un accezione temporale evidente, testimoniata dall’urgenza e dall’anno in cui anche l’impero volle la sua relazione e il suo Vangelo: il 35 d.C., che non fu “tra di loro”, ma segnò il loro e il nostro tempo, in ogni caso quello di un Vangelo, il Vangelo di Luca, Dottore che seppe con un colpo di bisturi dividere dapprima il monolite ebraico (Erode/sinedrio); poi Roma e con essa la storia tutta in avanti Cristo e dopo Cristo.

Mi aspettano altre 700 pagine del suo bel libro, se scoprirò che ancora mi sarà data ragione la informerò, per dirle che davvero tutte le strade portano a Roma, comprese le mulattiere, cioè i blog.

Distinti saluti

Giovanni Parigi

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