La luce di un genio

Tredici sono i papi che si fregiano dell’ordinale “sesto” e uno di loro fu Paolo VI, quel Papa che suonò la campana del Titanic Chiesa Cattolica quando urlò che il fumo di Satana era entrato nelle sue stanze e nei suoi oratori.

Tredici sono quei Papi, come tredicesimo è elencato tradizionalmente Giuda, ultimo all’interno di un collegio apostolico che vede dodici apostoli e il Cristo. Giuda tradì per denaro, poco in verità, in ogni caso di poco conto, come quella pirite che mina la testa di San Pietro nell’opera di Lisi, il quale dunque proietta la sua opera nella storia profonda della Chiesa che ricalca le orme dei vangeli.

In questo senso Lisi va oltre ogni schema conosciuto per comprendere la storia di una istituzione che ferma le sue tappe in un’Ultima cena non apostolica, ma Apostolica Romana pagata anch’essa con trenta denari, perché a tanto ammonta una venatura di pirite, non oro ma horror, se a tutto questo aggiungiamo il capolavoro di Blatty, cioè “L’esorcista”, dove un clero neanche più illuminato, ma psichiatrico, non si dà sola alla fuga, ma anche “alla figa”.

Chi si chiedesse, quindi, cosa mai abbia sbattute le ante della sua cappelletta privata, consideri Paolo VI e “L’esorcista” per comprendere come mai in alcune edizioni bibliche, sotto la revisione di Ravasi, Daniele, profeta cristologico fino all’altro ieri, passi agli “Scritti” e non più ai posteri, estromesso dal novero dei profeti, quando la profezia delle settanta settimane è lì ha dirci che nessun altro ha trasmesso il Cristo quanto Daniele

E’ il Luminello che ha spazzato le menti facendo cadere una testa tarata geneticamente sin da Mc 8,33 in cui Pietro pensa, sì, ma lo fa come gli uomini, presentando un profilo ancora ignoto di una Chiesa soggetto psichiatrico e passiva, alla luce di tutto ciò, di una cura psichiatrica massiva e massiccia che rimetta la testa apposto, ruzzolata com’è su un prato pseduo-rivoluzionario nel cuore della notte e nel bel mezzo di una cena, sebbene ultima.

Dicevamo -e a ragione- che Bernanos e Lisi hanno scritto due capolavori, quando l’uno, però, si è cimentato sulla grandiosità di un paesaggio, mentre Lisi ha catturato a matita un ritratto. Ma se l’impegno profuso dal primo ci parla di un grande artista, Lisi ci trasmette il genio secondo un canone tipico della sua Toscana, quello che illustra Montagnani in “Amici miei” in cui si risponde al quesito di tutta l’arte, ossia

“Cos’è il Genio?”

“E’ fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”,

insomma lo schizzo a matita di Lisi.

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