Nicola Lisi, il guerriero e il profeta

Lapucci, nella sua introduzione al volume di Lisi, scrive che l’autore distrusse nel fuoco buona parte dei suoi appunti togliendosi, così si legge, un peso dallo stomaco, cioè quello di sapere che altri avrebbero rovistato tra le sue cose.

Mi parve davvero strano, quasi presuntuosa quella mima da scrittore emergente che, in preda al più classico dei deliri, immagina un suo successo e per di più quello riservato ai grandissimi, cioè postumo e tale che gli studiosi siano costretti a rovistare tra i suoi preziosi appunti.

Insomma ne sorrisi, ma adesso si è fatta largo un’altra idea alla luce della carica profetica dell’opera di Lisi che più di ogni altro seppe leggere quel cielo che accompagna le giornate di don Antonio e chiude un libro esso stesso segno come il cielo.

Fu, però, un amaro profeta Lisi, non perché in lui si celino chissà quali tormenti e fregole, anzi, il suo protagonista appare serafico e ben si colloca in una campagna tra le più belle e caratteristiche al mondo, ma perché lasciato solo a combattere non un gigante -direi anch’io di no- ma il suo entourage, l‘entourage di don Milani.

Lisi sapeva dell’errore che non era dottrinale in sé, ma pessima semina in una terra che sarebbe divenuta arida, cioè mangiapreti laddove il prete era stato sino allora istituzione.

Una scristianizzazione mascherata da istruzione, cioè un buon diritto divenuto arroganza e violenza. Don Milani non fu tutto questo, ovvio, ma lo permise, permise cioè che si scavasse quel solco su una terra che avrebbe accolto un seme il cui frutto esoso neanche don Milani conosceva.

Non fu, quindi, don Milani il primo dei tanti a venire, ma il primo dei polli a morire a causa del Luminello, un vento che di lì a poco avrebbe scosso la chiesa perché andato, assieme al raccolto, in fumo, quello denunciato da Paolo VI.

Lisi conobbe, in questo contesto, la solitudine. Sulle colline toscane accadde quello che sappiamo di Troia e le sulle sue spiagge, perché lo sguardo di Lisi aveva penetrato il ventre molle della storia e vista la creatura che celava.

E’ così che si comprende appieno il senso di una battuta solitaria che a una lettura di fretta appare come il più classico dei divertiti diverbi in seno alla Chiesa, cioè quello tra frati e preti, derby che il calcio considererebbe un classico.

Tuttavia, dall’opera di Lisi si comprende che non è una sciocca nota messa in bocca a don Antonio, perché snaturerebbe da sola la delizia del personaggio divenuto beceramente polemico.

No, è di Lisi quella nota rivolta ai conventi sorretti “soltanto dall’orgoglio collettivo”, come a dire che di fronte al macello, di fronte a quell’epidemia virale che devasta la campagna cattolica, cioè la base stessa della Chiesa di allora, essi si crogiolano in allori che neppure hanno coltivato, ma grazie ai quali vivono di rendita.

“Passi Roma, tarata geneticamente come la testa della statua di San Pietro, ma voi, voi che da Roma siete fuggiti con dispensa, avreste dovuto appoggiarmi. Avreste dovuto, come me, tentare qualcosa prima del si salvi chi può di Paolo VI!”.

In quello “orgoglio collettivo”, dunque, si condensa tutto il dramma non di un uomo, ma di un profeta che non può scongiurare da solo la tempesta che di lì a poco si alzerà da Monte Luminello. Lisi, allora, si affida a una memoria del passato e per il futuro, scritta cioè recto e adversus, affinché il futuro stesso lo riconosca non profeta amaro, ma guerriero che ha perso sì la sua battaglia, è vero, ma ha conservata la sua fede, a differenza degli illuminati dal Luminello che, paradossalmente, brancolano nel buio cantando vittoria.

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