Bernanos e Lisi: il paesaggio e il ritratto di una Chiesa

Nicola Lisi

Ci sono persone che vivono all’ombra e ci sono autori che fanno altrettanto perché il destino li ha messi di fianco, sebbene quel destino sia il titolo delle loro opere più famose.

E’ il caso di Bernanos e Lisi entrambi autori che hanno cercato nella chiesa di campagna il loro parroco. Ma se l’uno si è dedicato a un paesaggio, l’altro si è dedicato al ritratto.

La grandiosità del primo, però, non deve fuorviare, perché l’arte non conosce standard capace di mettere a confronto tecniche, stili e generi profondamente diversi tra loro e ognuno, quindi, deve essere valutato alla sua luce.

Di Bernanos rimane davvero ben poco da scrivere: troppo conosciuto, a differenza dell’oscuro Nicola Lisi che soli pochi conoscono e forse apprezzano, compreso me che, non ci crederete, ho sbagliato ordine e, volendo Bernanos, già letto nell’edizione cartacea, ho ottenuto Lisi.

Dopo le prime pagine, ero già convinto di gettare l’ebook, ma la poca esperienza che donano cinquantanni di vita e di poche letture, mi hanno consigliato di valutare l’autore e l’opera alla fine delle sue pagine.

Questo ha permesso un’affezione via via crescente per quel don Antonio che si rivela all’ultimo; come all’ultimo, in questo caso il giorno dopo, si rivela il libro che, a mio parere, niente ha da invidiare a Bernanos.

Se, come ho scritto, egli è il paesaggio della Chiesa, Lisi ne è il ritratto, un ritratto, però, che ha uno scrupolo profetico che emerge solo al lettore attento.

Già sulle prime, quel linguaggio inclassificabile attira la noia e questo ci dice che non è solito: chi scrive vuole che lo si legga e non sceglie una tecnica e un linguaggio che danno noia sebbene l’e-reader che scagiona gli occhi.

Quel linguaggio,infatti, presta una tecnica al ritratto di un prete, anzi, un sacerdote di campagna che ha studiato ed è istruito, ma non dotto. Ecco allora quel linguaggio, che io conosco come toscano, perché era così chi aveva studiato (oggi tutti lo hanno fatto) e voleva calarsi nei panni di chi è istruito, ma non poteva disfarsi di una biancheria intima che rivestiva il suo essere e che affiorava proprio con i paroloni e i termini desueti.

L’anacronismo e il farraginoso che caratterizzano il linguaggio di Lisi, quindi, sono voluti perché fanno parte della tecnica usata nel ritratto, ritratto non di una France profonde, ma di una Toscana profonda, quella che anch’io conosco.

E’ dunque una memoria l’opera di Lisi, ma non di quello che fu, semmai per quello che sarà e dunque don Antonio diviene profezia o, in ogni caso, sguardo su un futuro che Lisi ha tradotto e interpretato, che non è quello della Toscana, ma della Chiesa, presa com’è dal vento Luminello, cioè illuminista, che ammazza i polli e da ultimo il gallo evangelico.

Per dirla tutta, il primo refolo di quel Luminello fu don Milani, non a caso toscano, che va oltre la sua terra, va oltre la figura di don Antonio che niente ha da spartire con lui, come niente ha da spartire il corpo di quella stessa Chiesa con la sua testa, anch’essa spazzata dal Luminello che infatti la farà cadere, non tanto per la violenza delle sue raffiche, ma perché la statua di San Pietro aveva un difetto congenito nel marmo in cui fu scolpita: dalla carotide si estendeva fino al cranio una venatura di pirite, minerale dorato e facilmente confondibile con il ben più prezioso metallo a un occhio inesperto che non è però quello di Lisi.

Quella testa di Pietro, quindi, cede sì al vento, ma era destino che lo facesse. Era destino che il corpo sano, integro e bianco di quella stessa statua e Chiesa perdesse, per neanche oro, ma pirite, la sua testa, perché già nei vangeli era scritto il difetto quando Pietro pensa come gli uomini e invita a trattarsi bene (Mc 8,33 CEI 2008).

Lisi ha capito tutto e il suo sguardo profondo sulla sua Toscana altro non è che una profetica visione non su un tempo che fu, ma che sarà stando a quel cielo che spesso viene osservato da don Antonio, capace di scorgere e intuire il tempo e i tempi, ricavandone segni che solo adesso sappiamo valutare così bene da comprendere che se Bernanos si affida alla grandiosità di un paesaggio, Lisi cattura a matita un ritratto.

Ognuno valuti non secondo il merito, ma il gusto perché a mio personalissimo e inqualificato giudizio siamo di fronte a due capolavori da leggere assolutamente.

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