Memory

Ho letto integralmente tre volte i Detti dei Padri del deserto, tanto che il blog offre una categoria al riguardo. Tuttavia, spesso apro il volume a caso per udire la voce, quella del deserto.

Difficilmente rimango deluso, perché spesso quello che non hai capito prima, lo capisci dopo e chissà che proprio quello non sia il momento, il momento, cioè, di parlare ai monaci di cui non condivido la vita, ma certamente gli orari.

L’apoftegma che ho incontrato due sere fa (le sette-otto non sono notte, neanche se sei già a letto) è stupido o così almeno appare perché c’è un anziano un po’ rincoglionito e un Padre, magari giovane, altrettanto.

Il primo dimentica ossessivamente ciò che gli è stato detto; il secondo non la finisce mai di ripetere per un dialogo tra malati di alzheimer e logorroici. Ti sfugge, insomma, quel dialogo assurdo e sulle prime ne sorridi, ma se sei fortunato lo capisci, capisci cioè l’enorme lezione che se ne ricava, qualora la chiusa dell’apoftegma ti illumini. Leggiamolo, allora quell’apoftegma numero 18 di Giovanni Nano


Vi era a Scete un anziano molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri. Venne dal padre Giovanni a interrogarlo sulla smemoratezza. Ascoltò le sue parole, ritornò nella sua cella, e si dimenticò ciò che l’Abate Giovanni gli aveva detto. Si recò allora da lui un’altra volta, udì le stesse parole e se ne andò. Ma quando fu arrivato alla sua cella, le aveva già dimenticate. E così per parecchie volte: andava, ma, mentre ritornava indietro, cadeva vittima della dimenticanza. In seguito incontrò l’anziano e gli disse: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Il padre Giovanni gli disse: «Va’ e accendi una lucerna». L’accese. Gli disse ancora: «Prendi delle altre lucerne e accendile alla sua luce». Quando lo ebbe fatto, gli chiese: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?». Dice: «No!». E l’anziano a lui: «E nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare». E così, per la pazienza di entrambi, il Signore liberò quell’anziano dalla smemoratezza. Questo è il compito dei monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene

Nella chiusa si legge che “questo è il compito dei monaci (di Scete), dare coraggio a coloro che sono tentati (caduti) e fare violenza a se stessi per guadagnarsi reciprocamente al bene”.

La tentazione ha poco a che vedere con la smemoratezza che diviene, quindi, simbolo di caduta (ricorda come hai ricevuta la parola, Ap 3,3 (?), Lettera a Sardi, Inghilterra) per cui il compito dei monaci è quello di aiutare a ricordare non una, ma mille volte senza stancarsi.

Quella fiamma che Giovanni dice non risenta mai dell’afflusso dei questuanti, non è altro che la luce e la speranza che dal monaco si attingono, il quale diviene, quindi, la fonte della speranza anche laddove la caduta e recidiva, sistematica, talvolta senza speranza e, come lascia intendere l’apoftegma, senza ritorno, dell’anziano smemorato.

Non è la memoria di un vecchio in ballo, ma il peccato di cui, l’uomo, non si riesce a liberare che è divenuto senza riscatto, cioè disperato, tanto che il vecchio smemorato non va più nemmeno a far visita a Giovanni che lo incontra per caso, per cui ha perso la speranza, non la memoria e il peccato ha vinto.

Giovanni incontra, crediamo non casualmente, il vecchio e gli chiede come vada. La risposta è tipica di colui che si è arreso al male, al suo male, è, cioè “neanche son venuto più”, cioè non ci credo più, non mi salvo più! Ma Giovanni lo riaccende di nuovo, magari per la milleunesima volta che sarà quella decisiva, magari perché il vecchio non si è sentito abbandonato.

Ecco, questo è il compito di un monaco: ardere, ardere sempre, essere cioè fiamma viva e sempiterna come Giovanni, affinché tutti per migliaia di volte possano ricorrere a lui certi di avere la luce, di riscaldarsi e rianimarsi dopo le mille volte che son caduti, altrimenti meglio lasciar perdere; meglio lasciar perdere se la tua porta è chiusa, se ti sei stancato dei lamenti e ne hai le orecchie piene e lo psicologo tal dei tali “costa poco”.

E’ un mestieraccio, quindi, il monaco, anche perché la tua fiamma sarà l’oggetto di innumerevoli bufere e sputi -se non peggio- mirate a spegnerti, a spegnere la tua luce che alimenta migliaia di candele e candeline che da te dipendono, spente le quali e spenta la tua lucerna, si farà buio, anche a Scete, cioè Σκ ετ ηηη quando ηηη è 888 ghematria di Ἰησοῦς mentre Σκ e simbolo della Sapienza che diviene di Gesù, la quale mai deve spegnersi nelle sue lucerne principali, cioè nella Scete universale .

Ecco, questo è il compito dei monaci di tutti i tempi, specie quelli bui e tenebrosi. Essi sono “lo maggior corno della fiamma antica”, spento il quale è buio pesto, sebbene i primi testimoni informati della nascita di Gesù siano stati i pastori, ma non dimentichiamoci che la prima testimone della Resurrezione fu una prostituta, lei per prima a dire che la carne, seppur peccaminosa quant’altri mai, può risorgere.

Concludo con una mia poesia che ritengo molto attinente con il post e capace di dare essa stessa speranza a coloro che si sentono perduti nel peccato, quando però ce n’è uno solo d’imperdonabile.

Lasciaci così, Signore,

 noi che viviamo all’ombra

 degli spigoli dei marciapiedi;

 lasciaci così, nel mondo… in carovane,

 leggere sospese senza battistrada,

 di nani e giganti,

 vecchie prostitute e ballerine,

 ciechi, zoppi, sordi,

 muti e maschere di carne;

lasciaci così,

 acrobati del giorno

 che ci guida Napoleone,

 mai stanco della sua Waterloo

 e passiamo di sconfitta in sconfitta;

 lasciaci così,

 al nostro fuoco di candele

 che mai Ti ha sfidato.

 Lasciaci così,

 che ce ne andremo presto, tutti:

 siamo fratelli.

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