Una tempesta di rabbia

Buona sera Onorevole Capanna,

suo malgrado mi trovo costretto a scriverle di nuovo perché, magari ne dubiterà, lei mi è simpatico: io in lei vedo Barabba che è molto assonante con barba, di cui anche i profeti si fregiano, ma dalla quale io voglio salvarla.

Le scrivo perché scrivo al re della piazza italiana, quella turbolenta e rivoltosa, non rivoluzionaria, del ’68 che ha giudicato i suoi anni “formidabili”, non conoscendo, però, altri anni che lo sono altrettanto, se non di più, molto di più, “formidabili”.

Si dibatte ancora sulla storicità dei vangeli e wiki afferma che tutti ci credono. Solo una minima parte, frangia estremista, la nega, ma mi creda che tutti, o quasi, credono al mito.

Ed hanno ragione sic stantibus: il Vangelo è favola per bambini, e questo è bene, il problema è che il bambino lo si vorrebbe “semplice” (Mt 10,16) cosicché l’adulto sia sempliciotto.

Si cercano le prove della storicità e l’estremo bisogno spinge in una sorta di delirio, secondo il quale, sebbene non si conosca neppure l’anagrafe esatta di Gesù, lo si vuole, anzi, lo si vede storico. Un po’ come certe madri disperate che conoscono solo l’occhio dell’affetto che non conosce difetto.

Senza un’anagrafe fai parte del mito, però, e la scienza ti sbatte le porte in faccia e se ne fa un baffo della tua Tradizione, la quale, bisogna riconoscerlo, sa imporsi, senza un briciolo di autorità, è vero, ma tanto potere.

Quello stesso che esercitò il sinedrio contro Gesù. Prese un campioncino (Barabba) e ne fece un santo e la partita sarebbe stata facile, chessò con … un Lazzaro, ma si pretese di opporlo al Santo dei Santi, al λόγος e allora se ne videro davvero delle belle.

Lei sa com’è la Piazza, lo sa meglio di tutti, tuttavia va conquistata, come una bella donna, capricciosa quanto lei e allora il sinedrio, con il suo pseudonimo di Barabba, Gesù Barabba, provò a circuirla, ma se esso, o lui che è uguale, poteva opporre l’esegesi, Gesù oppose la Sapienza che ‘ce n’era più di Salomone, addirittura (Mt 12,42).

Iniziò, allora, non una schermaglia verbale, ma un gioco delle tre carte, perché se Gesù aveva detto -o fatto- il sinedrio lo attribuiva a Barabba, ottenendo al minimo, di confondere le carte e le cose.

Alla lunga, la piazza, si stancò e giunse allo ‘”Osanna figlio di Davide” e non “del padre” (Bar abbà) che già forse gli pareva assurdo, perché tutti abbiamo un padre, ma questo paradosso fu così ben alimentato, che a tutt’oggi si discute di Bar abbà “figlio del padre”, facendo finta di non sapere che era figlio di un padre, certo, ma spirituale (filius magistri) e già questo prova la storicità perché dialettico, dialettico proprio nel senso storico, nel senso cioè che l’Uno si oppose all’altro: Gesù al sinedrio e Dio all’uomo.

Ma il tempo passa e passò il ministero di Gesù in cui una sola parola alimentava due Messia. Come passò quello della Passione per entrare nei giorni delle Pentecoste, in cui il sinedrio, ucciso il competitor di Barabba, cadde in una totale afasia perché, lei ce lo insegna, se l’avversario è un imbecille, lascialo parlare: lo dimostrerà da solo.

Così Dio, ma forse anche la storia, ammutolì Gesù e i cristiani, di modo che Barabba e il sinedrio potessero esprimersi al meglio, fino a che Gerusalemme non ne poté più delle scemenze di Barabba, imbeccato dal sinedrio, e si rivoltò.

Ed ecco la Pentecoste, quel vento impetuoso e quelle lingue di fuoco che ben simboleggiano una tempesta di rabbia e la piena legittimazione dei cristiani.

Gamaliele in questo, se la traduzione di Atti 5,39 è esatta, illumina quando afferma che se tutto quello che ha scosso Gerusalemme viene da Dio, mica vorremo combattere “anche” contro di lui…

Sa leggere quell’avverbio? Capisce quel “anche”? Sapevano, come lo sapeva Gamaliele, che era il Messia, Gesù, e fu crocefisso, per cui sta mettendo al corrente il sinedrio dell’assurdo, sta cioè dicendo: “Che facciamo, mettiamo in croce anche il Padre dopo il Figlio?”

Erano spalle al muro dopo la Pentecoste e non mi turberebbe un “Viva Maria” non aretino, ma gerosolomitano, seguito da un laconico “…brutti imbecilli!” perché si erano rivelati da soli, come un sedicente cantante di grido a cui scompare d’un tratto il play back. Capisce che risate?

Il discorso di Pietro (At 2,14-40) rende possible tutto ciò: non fu un coraggio indotto da una teofania, ma fu legittimato dalla democrazia, per di più proletaria se è vero il “Beati voi poveri”, che dà la parola, come in un dibattito alla tv. Uguale. Se tu hai taciuto, sinedrio, ora parlo io e fu una debacle istituzionale.

Lei è uomo di piazza, Onorevole, credo che sappia cogliere, seppur ignorando il senso di una teofania, il senso democratico della Pentecoste e di una piazza in rivolta, per cui le dirò che giudico anch’io formidabili i suoi anni, ma i miei lo sono di più. Molto di più

Cordialmente

Luca (pseudonimo, ma la foto è quella. Garantisco io, il CSM e la Settimana enigmistica)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.