Due colonne in prima pagina

Dei quattro evangelisti, solo due sono qualificati, nel senso che a loro si attribuiscono titoli e caratteristiche peculiari. Il primo è Luca, il caro medico (Col 4,14); il secondo è Giovanni, il discepolo prediletto o amato (Gv 20,2).

A noi è venuta voglia d’indagare la loro peculiarità e vedere se essa li renda primi inter pares o, per dirla con un’espressione paolina, “super apostoli”.

Presi singolarmente, sotto questo profilo, non affiora nessuna caratteristica dai loro vangeli, se non quelle note, cioè di Luca il resoconto ordinato; di Giovanni l’alta teologia.

Tuttavia noi li vediamo insieme, li vediamo, cioè, uniti da una stessa materia, da una filigrana che se da una parte li rende unici, dall’altra anche li unisce.

Per vedere però la loro sostanza abbiamo bisogno di riscrivere leggerissimamente un nome proprio, che è quello di Giovanni, a cui aggiungeremo un’alfa, affinché la lettura ghematrica renda possible al nostro sguardo penetrare i vangeli dell’uno e dell’altro.

Non è questa operazione nuova: basti pensare che il blog ha stravolto ciò che già prima era andato distrutto e su quelle macerie ha di nuovo ricostruito.

Ci riferiamo alla Pasqua, cioè a Gesù stesso (Gv 12,27), che è stata tramandata alla Scrittura con l’orrendo πάσχα quando in origine era Πησχ che sin da subito richiama l’ebraico Pes-a-ch, cioè Pesch come il greco, qualora nella traduzione o traslitterazione sia caduta l’alfa, magari perché il calcolo ghematrico proprio questo consigliava, affinché emergesse lo 888 di
Πησχ che è identico ghematricamente allo 888 di Ἰησοῦς (Gesù).

Giovanni, dunque, diverrebbe, aggiungendo un’alfa, Ἰωάαννης per un valore di 926, quando il 925 originale di Ἰωάννης noi l’avevamo già incontrato scrivendo che in quel nome proprio si cela un destino, cioè quello del sommo sacerdozio ebraico, se Giovanni Ircano fu l’ultimo sacerdote indipendente, poiché Pompeo nel 63 d.C. rese Giuda provincia romana.

Il post che allora dedicammo all’argomento, qualora aggiungessimo un alfa a Ἰωάννης, non ne risente affatto, anzi, tutto diviene perfetto perché con il 925 (a.C.) di Ἰωάννης si cade, dal 989 a.C. (primo anno di regno di Davide a Gerusalemme), nel 64 a.C. (989 – 925 = 64) ; mentre con il 926 (a.C.) di Ἰωάαννης si cade nel 63 a.C. quando solitamente si data la riduzione di Giuda a provincia romana.

Chiaro questo, chiaro cioè il contesto, non rimane che tornare in tema e vedere se i due apostoli, Luca e Giovanni, siano legati, se non da una stessa sorte, almeno da uno stesso Vangelo, cioè da un Vangelo qualificato come qualificati erano gli autori: l’uno dottore; l’altro prediletto.

Il possesso di un titolo li unisce e così faremo noi: li uniremo ghematricamente sommando le rispettive lettere che compongono i nomi propri (Λουκᾶς e Ἰωάαννης) per ottenere 1453 che ridurremo a un calendario, a una cronologia che conduce al 1454/1453 a.C. quando noi facciamo rientrare Mosè in Egitto e proporsi liberatore del suo popolo.

Inoltre che quel 1454/1453 a.C. sia l’anno di Mosè è testimoniato dalla lettura ghematrica del suo nome proprio, cioè Μωϋσῆς, che è 1454 e in un calendario diviene valore perfettamente inserito in un’anagrafe che vedremo fermare la sua data di nascita al 1485 a.C. per un inizio esodo del 1425 a.C. e la sua fine nel 1385 a.C.

Dunque, la filigrana del Vangelo di Luca e Giovanni apparirebbe mosaica, stando alla lettura della somma dei rispettivi valori dei nomi propri. Come mosaica appare la tranche cronologica che si disegna su quella stessa filigrana, qualora noi sommassimo quel 1453 a.C. al 32 d.C. cioè all’anno che segna l’inizio del ministero pubblico di Gesù, stando al blog.

Infatti 1453 + 32 = 1485 quando il 1485 a.C. noi lo facciamo cadere nell’anno di nascita di Mosè stesso, per un’evidente parallelismo tra la nascita del liberatore Mosè e il Messia, altrettanto liberatore perché nuovo Mosè, nato, è vero, nel 15 a.C., ma nella carne, mentre nella natura, nello spirito (
quello stesso disceso sotto forma di colomba ) e nella missione nato però nel 32 d.C. a inizio ministero, perché allora si propose a Gerusalemme rompendo gli indugi di un intero popolo.

Qualcuno potrebbe non ricordare come noi abbiamo datato l’anno di nascita di Mosè e allora è necessaria una breve sintesi ricordando che noi abbiamo più volte indicato il falso nella genealogia matteana che si conclude in un insolito Abramo, laddove le generazioni di 35 anni indicherebbero però Mosè, se non fosse altro perché dal 15 a.C., anno di nascita di Gesù, si giunge di 490 anni in 490 (a tanto ammonta una singola delle tre tranches generazionali matteane) al 1485 a.C. esattamente, quando però il XV secolo avanti Cristo è il secolo in cui la teoria dell’esodo antico colloca Mosè, non Abramo, per cui quel 1485 a.C. abramitico è falso, mentre quello mosaico è vero.

Trattandosi di generazioni, viene spontaneo, poi, collocare in quell’anno una nascita che non può non essere che quella di Mosè trattandosi del XV secolo avanti Cristo, sempre in virtù della teoria sopra accennata.

Ecco dunque la nostra filigrana mosaica che emerge dalla somma dei nomi propri greci di Luca e Giovanni, filigrana che noi possiamo solo brevemente accennare, sia riguardo a Luca, sia riguardo a Giovanni, perché se il primo nel suo Vangelo esprime l’attesa di una città (Gerusalemme) attraverso la metafora di una malattia, quella dell’emorroissa, il secondo nel capitolo 10 del suo Vangelo esprime chiaramente un linguaggio esodale quando scrive che il Buon pastore “conduce fuori” le sue pecore, come Mosè condusse fuori un gregge storico, cioè un popolo. Riguardo a questa lettura del capitolo 10 giovanneo, credo che gli studiosi siano concordi, perché proprio loro hanno avvertita una tensione mosaica in quel capitolo 10.

Saremmo allora ben lieti se, a un esame specifico, li trovassimo d’accordo anche nella mosaicità dei due vangeli, di Luca e di Giovanni, uniti di nome e di fatto.

Solo degli specialisti dell’uno e dell’altro potrebbero far emergere il tratto mosaico che non solo affiora, ma che potrebbe addirittura risultare evidente e rendere i due evangelisti super apostoli o, come diremmo noi oggi, qualificati l’uno da un titolo, quello di dottore; l’altro da una predilezione, ma entrambi uniti da una peculiarità mosaica che affiancherebbe le loro pagine in due colonne, magari in prima pagina per una sintesi perfetta tra mente, Luca e il suo resoconto ordinato (Lc 1,3); e cuore, Giovanni chino sul petto di Gesù (Gv 13,25).

Un falso peregrino

Sto rileggendo di buona voglia Racconti di un pellegrino russo che già il suo bellissimo incipit scriveva il motto del blog, tanto mi aveva affascinato la sua modernità rispetto al mio caso, cioè, parafrasando, sono uomo e cristiano, per grazia di Dio, e del ceto più basso, di villaggio in villaggio del web.

Anch’io ho la mia Bibbia e la mia Filocalia e, quando me ne ricordo, prego pure, senza neanche però immaginare i vertici che quell’opera raggiunge nella sua preghiera continua.

Riprendere in mano un volume, a volte è desiderio, raramente ricerca, come in questo caso sviluppatosi sulla scorta dei Detti dei Padri del deserto che non finiscono mai.

Eccoci allora giunti al punto: speravo che le due letture precedenti avessero o dimenticato qualcosa, oppure non l’avessero catalogata a dovere, per cui mi sono di nuovo gettato sul testo e ho fatto bene, se in Russia qualcuno mi segue e può avere accesso alle biblioteche, magari di provincia o a quelle dei monasteri se non a quelle private, dove potrebbe essere sopravvissuta una vecchia copia dei Racconti, dove si legge chiaro, al racconto II e III delle edizioni attuali che Cristo aveva trentantré anni alla Sua morte e questo è semplicemente evidente al racconto III in cui l’orante paragona la sua età a quella di Gesù, cioè trentatré anni.

Il blog sa sin troppo bene che è falsa quell’anagrafe, per cui non è “ortodossa” e ciò mi ha messo in guardia contro una censura che non nasce in loco, ma è stata imposta da un altrove che noi sappiamo essere Roma, quasi sicuramente.

Questo ci permette di guidare la ricerca, perché la copia attestante il trentatré sarà sicuramente dopo il 1918, quando Lenin, tra i primi provvedimenti che prese, fu quello di adeguare il calendario ortodosso seguendo quello gregoriano, da giuliano che era, se ben ricordo.

Inoltre diverrebbe davvero copia curiosa quella che offrisse un bello chiaro “cinquanta come gli anni di Cristo” citati al racconto III, mentre al II sono solo accennati. Leggere in quella strana copia dei Racconti “cinquanta”, insomma, sarebbe non una classica svista del copista, ma l’originale che fornirebbe ai russi -ma penso anche alla letteratura mondiale data l’illustrissima fama di cui l’opera gode- la prova che quel trentatré è falso, mentre diverrebbe vera un’anagrafe insolita, cioè quella che offre il blog per Gesù, ossia 15 a.C.-35 d.C. unica capace di inserire Gesù nel Vecchio Testamento, perché “nei Re c’è Cristo” fu la via seguita in questo pellegrinaggio nel web

Buon lavoro, con un po’ di fortuna ne veniamo a capo a meno che il libro non sia un’opera post rivoluzionaria adattata alla bisogna, ma anche in questo caso non credo che manchino in Russia, come nel mondo, critici tali da fare le pulci ai cani.

Un cielo, una terra e una storia nuovi

Isaia ci parla di nuovi cieli e nuova terra che accoglieranno la giustizia eterna, stando a Pietro, e il versetto ben si presta non solo a una fama meritata, ma anche a una profonda lettura teologica e simbolica, mentre sembra sfuggire del tutto il senso storico, cioè quando ciò avverrà o sia avvenuto.

Sfugge anche se assumiamo il senso più ovvio, l’Incarnazione o la crocefissione, in ogni caso una data cardine di un Cristo che però ha persa la sua immagine storica nel dedalo delle ipotesi, tanto che di lui non si conosce un’anagrafe certa, stando al panorama degli studi attuali.

Dunque, se quel senso storico ci fosse, rimarrebbe confinato nell’alveo delle ipotesi, in attesa di una piena di studi che rimuova i detriti di un’esegesi che ci parla di Gesù ovunque, ma non sa dire esattamente dove si collochi esattamente nella storia.

Diversamente, noi lo sappiamo calare in contesto che parte anagrafico, si fa storico e diviene profetico se nasce nel 15 a.C., muore nel 35 d.C. e conclude la sua parabola profetica nelle 70 settimane di Daniele, cioè nel 39 d.C., quando Caligola pone la sua immagine nell’ala tempio, cioè nella Galleria reale, stando alla descrizione che Flavio fa del tempio, profanando l’istituzione e mettendo fine al ciclo mosaico, perché si è insediato il nuovo Melchisedec, cioè Gesù.

Il 15 d.C. potrebbe essere discusso e discutibile, ma il 39 d.C. è storia e dunque, oltre a offrire un caposaldo profetico permettendo il termine ad quem della profezia delle 70 settimane, mette noi in condizioni di fissare il termine a quo e procedere, a ritroso, nei calcoli che giungeranno all’Anno Mundi, cioè quando quegli stessi cieli e quella terra, furono creati per poi essere rigenerati in Cristo.

Dobbiamo, però, fissare una metrica che non sia nostro capriccio, ma metrica che Israele, cioè la Scrittura, stesso accetti perché sua, e questa, alla luce proprio delle 70 settimane di Daniele, non può che essere il calendario sacerdotale delle settimane, metrica non solo nota (il blog ha tracciato grazie ad essa molti capisaldi cronologici vedi il menù in home), ma che si applica anche al 39 d.C. termine ad quem della profezia di Daniele basata sulle settimane come a suggerire un senso profetico e cronologico, per un quadro che appaia sin da subito unito nel concetto e nel calcolo.

Il blog colloca l’Anno Mundi nel 3923 e dunque non rimane che sommarlo al 39 d.C. per ottenere la tranche temporale cercata che è 3923 + 39 = 3962. che noi divideremo dapprima per il ciclo lungo del calendario delle settimane, cioè 294 anni, poi calcoleremo di volta in volta scalando di 6 anni, cioè dello stesso ammontare di anni del ciclo breve per ottenere due insiemi cronologici:

quello lungo di 13 divisori che si ferma al 180 a.C.

quello breve di 30 divisori che giunge, a resto zero, al 39 d.C.

lasciando che il lettore comprenda da solo che non abbiamo fatto tornare i calcoli secondo un nostro divisore, ma seguendo alla lettera il calendario sacerdotale delle settimane, quando Gesù lo fu sacerdote, alla maniera di Mechisedec, afferma la Scrittura, per cui la perfezione che affiora da quel resto zero in una tranche che vede sì il nostro Anno Mundi, ma anche il dato storico e profetico del 39 d.C., non è casuale.

E in ogni caso non lo potrebbe essere, perché la giustizia (2Pt 3,13) eterna promessa da Daniele 9,24 e Isaia 65,17 ci parlano di Dio e non di un sacerdote che per quanto santo mai potrebbe avere prerogative divine tali da incarnare la Giustizia.

Insomma Onia III non ha nessun ruolo, mentre Gesù, confermando la profezia di Daniele, ha tutte le carte in regola affinché noi possiamo comprendere che il calcolo eseguito non solo è esatto nel numero, ma anche nella profezia, come nel simbolo.

Infatti simbolicamente quello stesso calcolo si presta a una lettura che fonde gli altri due aspetti. E’ quel 13 dei cicli lunghi e quel 30 di quelli brevi che ci parlano di un tradimento, che riconducono tutto ai vangeli dove il tredicesimo apostolo, Giuda, così lo indica la tradizione, tradisce per 30 denari profanando egli stesso il tempio, perché ne apre le porte vendendone la Giustizia, esponendosi non solo al giudizio divino, ma anche e più al castigo di Caligola, che sfregia ciò che non era più santo, cioè che non era più Legge, ma era divenuto ingiustizia, cioè l’opposto di quella eterna instaurata da Gesù e che Isaia, assieme a Daniele, avevano profetizzato.

I nuovi cieli e la nuova terra, quindi, appaiono anche nella loro storicità e non sono l’immancabile “orizzonte più alto” dell’esegesi di spicco attuale (Ravasi), ma sono a tutti gli effetti un profilo storico ben preciso che si staglia nell’orizzonte scritturale a partire dal 39 d.C. quando si alzò il sole dell’avvenire che illuminò un’altra storia: quella cristiana.

Il Manifesto del deserto

L’apoftegma XVIII di Giovanni Nano non si presta solo a una lettura morale, non ci parla solo di una condizione, quella del peccato, che spesso è recidivo sino al punto di non ritorno, come non ritorna il vecchio Padre, “zelante nelle fatiche del corpo”, dal più giovane, ma si presta anche a una lettura che stupisce, perché sa farsi storia, proprio quella che il nostro secolo conosce e studia a fondo.

Rileggiamolo, allora, sia mai che possiamo trarne un’altra lezione sebbene la banalità del testo, che appare come sciocco agli occhi di chi non è “acuto di mente” e presta così le sue stesse facoltà al vecchio smemorato per un gioco tipico dei Padri, che più di ogni altro sanno nascondersi dietro una palma e farti cucù.


Vi era a Scete un anziano molto zelante nelle fatiche del corpo, ma non acuto nei pensieri. Venne dal padre Giovanni a interrogarlo sulla smemoratezza. Ascoltò le sue parole, ritornò nella sua cella, e si dimenticò ciò che l’Abate Giovanni gli aveva detto. Si recò allora da lui un’altra volta, udì le stesse parole e se ne andò. Ma quando fu arrivato alla sua cella, le aveva già dimenticate. E così per parecchie volte: andava, ma, mentre ritornava indietro, cadeva vittima della dimenticanza. In seguito incontrò l’anziano e gli disse: «Sai padre, che ho dimenticato ancora quello che mi hai detto? Ma, per non disturbarti, non sono venuto». Il padre Giovanni gli disse: «Va’ e accendi una lucerna». L’accese. Gli disse ancora: «Prendi delle altre lucerne e accendile alla sua luce». Quando lo ebbe fatto, gli chiese: «È forse diminuita la luce della prima lucerna perché da quella hai acceso le altre?». Dice: «No!». E l’anziano a lui: «E nemmeno Giovanni; anche se tutta Scete venisse da me, non mi sarebbe di ostacolo alla grazia di Cristo; perciò vieni quando vuoi, senza esitare». E così, per la pazienza di entrambi, il Signore liberò quell’anziano dalla smemoratezza. Questo è il compito dei monaci di Scete, dare coraggio a coloro che sono tentati e fare violenza a se stessi, per guadagnarsi reciprocamente al bene

Notiamo sin da subito quel non essere “acuto di mente” che dovrebbe mettere in guardia il lettore a cui già si prendono le misure se alla fine della lettura sorride, ma di sé stesso, evidentemente.

Quel “acuto di mente” e quello “zelante nelle fatiche del corpo” ci dicono di un uomo, è vero, ma ci dicono anche di una classe: quella lavoratrice che non si vuole poco intelligente, ma solo capace di esprimere un’intelligenza pratica, spesso non istruita, come quella tipica del secolo XIX, quando l’industrializzazione segnava i suoi albori e la campagna ormai era divenuta il bacino che prestava la manodopera che diverrà, da gregge evangelico, proletariato. Ma perché?

Perché ciò che era povertà evangelica divenne miseria politica e come tale impiegata secondo le mire di nuovi predicatori che non erano quelli suffraganei alla tradizione, alla Chiesa?

Fu davvero un’onda inarrestabile quella marxista? oppure come natura non facit saltus, così fa la storia che subito colma un vuoto, come il paguro che immancabilmente occupa la nicchia che il caso -o la negligenza- gli hanno offerta?

L’apoftegma di Giovanni ben si presta a spiegare tutto questo. Il vecchio smemorato non è altro, allora, che la classe sociale più umile, cioè quella evangelizzata che costituiva o avrebbe dovuto costituire la base stessa della Chiesa e quella a cui era stato promesso il paradiso, un paradiso, però, che divenne, da settimo cielo, ultimo gradino sociale, perché doppiamente povera, privata come fu di quello celeste in virtù di un miraggio prodotto dalla fame e dalla sete di giustizia.

Fu abbandonata proprio nel tempo in cui aveva più bisogno di essere accompagnata in un futuro che non si stagliava secondo i canoni di un’economia agricola, ma industriale. Fu la storia, quindi, che corse in suo soccorso, colmando il vuoto lasciato dal Vangelo con una teoria e questo, appunto, la fece sedere sull’ultimo gradino sociale, perché neanche più degna del paradiso, tutt’al più di un regime, che divenne dittatura in suo stesso nome, cioè non del Padre, né del Figlio e né dello Spirito Santo, ma del proletariato, per una violenza che s’inflisse da sola, persa come si ritrovò tra i rovi di una metamorfosi sociale e storica, perché la storia, quella “di un’anima” di Teresa di Lisieux, spiega tutto quando le carrozze, proprio quelle storiche, ospitarono i propri passeggeri secondo il rango e misero in imbarazzo addirittura una santa che non si ritenne degna di sedere con la nobiltà, la ricchezza e il prete, perché lei era popolana, lei era proletaria e avrebbe dovuto, come nella sua storia, quella di un’anima, sedere con il vetturino ubriaco che si esercitava, magari, nella bestemmia già divenuta dialettica politica.

Lì, in quella carrozza di Teresina, si giocò il destino delle masse, perché al clero tutto, preti, frati e suore, pareva legittimo il trono, l’altare e la stessa carrozza con cui non andarono però in paradiso, perché in paradiso si va con i poveri, se siamo consacrati, si va con coloro che sono “zelanti nelle fatiche del corpo” e poco “acuti di mente”, ma per questo debbono essere accuditi come il gregge, altrimenti egli si volge a un’altra pastura e un altro pastore, magari lupo, ma meno colpevole di colui che ha escogitata una dottrina sociale che gli permette di parlare dei poveri durante il viaggio nelle carrozze dei re.

Quelle pecore, tuttavia, erano tutte contate, una a una, per nome (Gv 10,3) e se non riconobbero la Sua voce, fu a causa della musica ad alto volume, magari un mega concerto che a tutt’oggi è à la page, per una catechesi, però, dalle note stonate.

“I poveri li avrete sempre con voi” dice Gesù, ma questo è vero nella misura in cui si sta con loro, altrimenti se ne vanno, sbattendo pure la porta, magari della storia, cioè con una rivoluzione, perché come le formiche, pure le pecore, talvolta “nel loro piccolo s’incazzano”.

La storia di una Chiesa e di un Vangelo

Buon giorno Dottor Torresani,

le scrivo per informarla che ho acquistato il suo ebook Storia della Chiesa e l’ho trovato alquanto ben scritto, perché di facile lettura e molto scorrevole, senza che il concetto ne risenta, anzi.

Infatti, sebbene il prezzo, magari tipico per opere del genere, non sia economico per un ebook, fa sempre piacere venire a conoscenza che chi ne sa incomparabilmente più di te ti dà ragione, e proprio laddove pareva che le tue parole fossero neanche al vento, ma frutto della più spericolata fantasia.

Questo blog ha la pretesa di scrivere e riscrivere, in particolare la cronologia biblica, ma non disdegna un’esegesi storica che faccia luce sui vangeli, quando però il suo asse portante rimane vetero testamentario, nella misura in cui ne traccia tutta un’altra cronologia.

Quest’ultima, però, altro non è che un grande albero con radici, fusto, rami, branche e foglie, per cui appare -e deve essere considerata- nella sua unità e unicità, sebbene complesse. Ecco allora che un ramo importantissimo di quella cronologia è Luca, di cui noi abbiamo tracciata una nuova importanza e portanza all’interno della Scrittura.

Mi è impossibile ripercorrere tutte le tappe organicamente, tanto, forse troppo, è il materiale che già al momento si presterebbe a una monografia che crediamo di grido, per cui le accennerò ai punti salienti o, in ogni caso, quelli che possano, da soli, catturare il suo interesse alla luce di quanto lei stesso ha scritto, cioè che Tertulliano ed Eusebio danno notizia di una relazione, sui fatti gerosolomitani, inviata a Tiberio.

Già con quella “relazione” lei introduce il mio argomento, perché appare sin da subito chiaro che quella “relazione” altro non è che la relazione di “accurate ricerche” che appaiono nella forma di “resoconto ordinato”, sono, cioè, quelle lucane che hanno permesso e ispirato il suo Vangelo.

Quel Vangelo, quella relazione, però, hanno una storia, nel senso che non si fermano a Gerusalemme, ma divengono, come lei scrive, “relazione” per Roma, il cui latore, sempre per sua ammissione, fu Pilato. Questo noi lo abbiamo sempre pensato e scritto.

Noi è alla ghematria di Erode, sebbene lemma rivisitato (Αρωδε), che ci siamo ispirati e grazie alla quale abbiamo subito intuito che il germe della storia a venire, quella cristiana, si celava nella sua ghematria, perché la nostra cronologia dei regni di Giuda e Israele così consigliava alla luce di quel 910/909 a.C. ghematrico che segna la divisione del regno davidico.

Lei capirà che quella relazione, divenuta Vangelo, divide essa stessa, ma questa volta il bisturi lucano va oltre i confini della storia particolare, per affondare in quella universale, per affondare in Roma, la quale prima si converte, poi converte la storia tutta.

Quella filiera che ha permesso di veicolare la storia noi l’abbiamo così riassunta.

Erode chiede a Luca una relazione sui fatti, perché il predicatore Gesù ha catturato il suo interesse e la sua fantasia, tanto che è interessato alla Sua predicazione (Lc 9,9) e divertito dalla sua presenza (Lc 23,8). Del dialogo tra Erode e Gesù ne dà notizia solo Luca, come solo Luca dà notizia del fatto che lui e Pilato divennero, non a caso, amici (Lc 23,12) e questo fa fare un ulteriore passo alla “relazione” che giunge a Pilato, il quale esprime tutto il disagio di un impero la cui “pienezza” di tempo e culturale non gli aveva permesso di conoscere però la verità.

Roma era lo scibile, essa era quella “pienezza dei tempi” paolina che permise l’Incarnazione, affinché quel mare che l’umanità aveva di fronte non divenisse invalicabile e con a guardia l’Ercole del dubbio, ma navigabile e conducesse a “nuovi cieli e nuova terra”.

L’interrogativo di Pilato su cosa sia la verità, quindi, appartiene a un impero, è vero, ma in realtà nasce dall’umanità che quell’impero sintetizzava e rappresentava. Ecco allora che da Erode la risposta si trasmette a Roma, tramite Pilato, e Roma adesso conosce la Verità.

Quel Vangelo lucano, quindi, nella misura in cui giunge nelle mani di Tiberio, diviene il primo documento cristiano, perché solo un documento, per dirla con Leo Baeck, poteva scuotere Roma, sempre alle prese con le voci di un impero senza confini.

La funzione di Luca, quindi, fu quella di aprire l’Olimpo culturale alle istanze dei vangeli che divennero, grazie a lui, storici, cioè scienza, nella misura in cui appaiono, per la prima volta, frutto di “accurate ricerche e di un resoconto ordinato”, affinché “gli illustri”, gli dei, potessero valutarli a una luce che non era più quella dei “poveri”, ma intellettuale e per fare questo c’era bisogno di colui che sapesse ri-scrivre un Vangelo nato per ciechi, zoppi, sordi, muti e paralitici: c’era bisogno, cioè, di un dottore, il Dottor Luca.

Ecco, questo noi abbiamo sempre scritto e creduto e lei, con la notizia di una relazione inviata a Tiberio, ci ha fornito la prova che “qualcosa” giunse a Roma, che fu informata dei fatti proprio laddove (Tiberio) e grazie a colui (Pilato) noi avevamo indicato seguendo un percorso alternativo senza, però, evidentemente perderci né d’animo, né di strada.

Come non ci siamo persi quando abbiamo attribuito a Luca e al suo Vangelo un taglio ben preciso cronologicamente che è l’ultimo anno, cioè il 34/35 d.C. E infatti lei stesso scrive che quella relazione, stando a Tertulliano ed Eusebio, è del 35 d.C., nostro cavallo di battaglia perché lì è il fulcro di tutta la nostra cronologia e il Golgota, tanto che ci sentiamo di muovere un appunto alla sua opera che colloca la crocefissione nel 30/31 d.C., inspiegabile alla luce della Scrittura, sebbene piacevole al palato storico attuale.

Adesso, dovrei aggiungere molto altro, forse davvero troppo altro, come l’emorroissa, simbolo di una Gerusalemme malata che non concepisce il suo Messia e di un’emorroissa che guarisce toccandoLo; dovrei parlarle, cioè, del 23 d.C., anno della malattia e dell’attesa e del il 34 d.C., quando quell’attesa dà alla luce, ma ci perderemmo se non spiegato nel dettaglio, dettaglio però che lei può conoscere, volendo, leggendo la categoria lucana dov’è anche illustrato l’intero senso di una genealogia semplicemente sconosciuta se ridotta a padri e figli.

Per adesso, allora, introduco solo un’ultima nota, quella sfuggita a tutti, persino ai grecisti, i quali hanno tradotto Lc 1,1 e il suo ἐν ἡμῖν “tra di noi”, quando, proprio alla luce di quello che lei ha scritto, avrebbe dovuto essere tradotto “ai giorni nostri” e il senso temporale, quindi, non sfuggire.

Esso è chiaro, infatti, perché Lc 1,1 trasmette una necessità di mettere ordine in quei fatti turbolenti accorsi non “tra di noi”, ma “ai nostri giorni” per un ἐν che dà alla locuzione un accezione temporale evidente, testimoniata dall’urgenza e dall’anno in cui anche l’impero volle la sua relazione e il suo Vangelo: il 35 d.C., che non fu “tra di loro”, ma segnò il loro e il nostro tempo, in ogni caso quello di un Vangelo, il Vangelo di Luca, Dottore che seppe con un colpo di bisturi dividere dapprima il monolite ebraico (Erode/sinedrio); poi Roma e con essa la storia tutta in avanti Cristo e dopo Cristo.

Mi aspettano altre 700 pagine del suo bel libro, se scoprirò che ancora mi sarà data ragione la informerò, per dirle che davvero tutte le strade portano a Roma, comprese le mulattiere, cioè i blog.

Distinti saluti

Giovanni Parigi

La luce di un genio

Tredici sono i papi che si fregiano dell’ordinale “sesto” e uno di loro fu Paolo VI, quel Papa che suonò la campana del Titanic Chiesa Cattolica quando urlò che il fumo di Satana era entrato nelle sue stanze e nei suoi oratori.

Tredici sono quei Papi, come tredicesimo è elencato tradizionalmente Giuda, ultimo all’interno di un collegio apostolico che vede dodici apostoli e il Cristo. Giuda tradì per denaro, poco in verità, in ogni caso di poco conto, come quella pirite che mina la testa di San Pietro nell’opera di Lisi, il quale dunque proietta la sua opera nella storia profonda della Chiesa che ricalca le orme dei vangeli.

In questo senso Lisi va oltre ogni schema conosciuto per comprendere la storia di una istituzione che ferma le sue tappe in un’Ultima cena non apostolica, ma Apostolica Romana pagata anch’essa con trenta denari, perché a tanto ammonta una venatura di pirite, non oro ma horror, se a tutto questo aggiungiamo il capolavoro di Blatty, cioè “L’esorcista”, dove un clero neanche più illuminato, ma psichiatrico, non si dà sola alla fuga, ma anche “alla figa”.

Chi si chiedesse, quindi, cosa mai abbia sbattute le ante della sua cappelletta privata, consideri Paolo VI e “L’esorcista” per comprendere come mai in alcune edizioni bibliche, sotto la revisione di Ravasi, Daniele, profeta cristologico fino all’altro ieri, passi agli “Scritti” e non più ai posteri, estromesso dal novero dei profeti, quando la profezia delle settanta settimane è lì ha dirci che nessun altro ha trasmesso il Cristo quanto Daniele

E’ il Luminello che ha spazzato le menti facendo cadere una testa tarata geneticamente sin da Mc 8,33 in cui Pietro pensa, sì, ma lo fa come gli uomini, presentando un profilo ancora ignoto di una Chiesa soggetto psichiatrico e passiva, alla luce di tutto ciò, di una cura psichiatrica massiva e massiccia che rimetta la testa apposto, ruzzolata com’è su un prato pseduo-rivoluzionario nel cuore della notte e nel bel mezzo di una cena, sebbene ultima.

Dicevamo -e a ragione- che Bernanos e Lisi hanno scritto due capolavori, quando l’uno, però, si è cimentato sulla grandiosità di un paesaggio, mentre Lisi ha catturato a matita un ritratto. Ma se l’impegno profuso dal primo ci parla di un grande artista, Lisi ci trasmette il genio secondo un canone tipico della sua Toscana, quello che illustra Montagnani in “Amici miei” in cui si risponde al quesito di tutta l’arte, ossia

“Cos’è il Genio?”

“E’ fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione”,

insomma lo schizzo a matita di Lisi.

Nicola Lisi, il guerriero e il profeta

Lapucci, nella sua introduzione al volume di Lisi, scrive che l’autore distrusse nel fuoco buona parte dei suoi appunti togliendosi, così si legge, un peso dallo stomaco, cioè quello di sapere che altri avrebbero rovistato tra le sue cose.

Mi parve davvero strano, quasi presuntuosa quella mima da scrittore emergente che, in preda al più classico dei deliri, immagina un suo successo e per di più quello riservato ai grandissimi, cioè postumo e tale che gli studiosi siano costretti a rovistare tra i suoi preziosi appunti.

Insomma ne sorrisi, ma adesso si è fatta largo un’altra idea alla luce della carica profetica dell’opera di Lisi che più di ogni altro seppe leggere quel cielo che accompagna le giornate di don Antonio e chiude un libro esso stesso segno come il cielo.

Fu, però, un amaro profeta Lisi, non perché in lui si celino chissà quali tormenti e fregole, anzi, il suo protagonista appare serafico e ben si colloca in una campagna tra le più belle e caratteristiche al mondo, ma perché lasciato solo a combattere non un gigante -direi anch’io di no- ma il suo entourage, l‘entourage di don Milani.

Lisi sapeva dell’errore che non era dottrinale in sé, ma pessima semina in una terra che sarebbe divenuta arida, cioè mangiapreti laddove il prete era stato sino allora istituzione.

Una scristianizzazione mascherata da istruzione, cioè un buon diritto divenuto arroganza e violenza. Don Milani non fu tutto questo, ovvio, ma lo permise, permise cioè che si scavasse quel solco su una terra che avrebbe accolto un seme il cui frutto esoso neanche don Milani conosceva.

Non fu, quindi, don Milani il primo dei tanti a venire, ma il primo dei polli a morire a causa del Luminello, un vento che di lì a poco avrebbe scosso la chiesa perché andato, assieme al raccolto, in fumo, quello denunciato da Paolo VI.

Lisi conobbe, in questo contesto, la solitudine. Sulle colline toscane accadde quello che sappiamo di Troia e le sulle sue spiagge, perché lo sguardo di Lisi aveva penetrato il ventre molle della storia e vista la creatura che celava.

E’ così che si comprende appieno il senso di una battuta solitaria che a una lettura di fretta appare come il più classico dei divertiti diverbi in seno alla Chiesa, cioè quello tra frati e preti, derby che il calcio considererebbe un classico.

Tuttavia, dall’opera di Lisi si comprende che non è una sciocca nota messa in bocca a don Antonio, perché snaturerebbe da sola la delizia del personaggio divenuto beceramente polemico.

No, è di Lisi quella nota rivolta ai conventi sorretti “soltanto dall’orgoglio collettivo”, come a dire che di fronte al macello, di fronte a quell’epidemia virale che devasta la campagna cattolica, cioè la base stessa della Chiesa di allora, essi si crogiolano in allori che neppure hanno coltivato, ma grazie ai quali vivono di rendita.

“Passi Roma, tarata geneticamente come la testa della statua di San Pietro, ma voi, voi che da Roma siete fuggiti con dispensa, avreste dovuto appoggiarmi. Avreste dovuto, come me, tentare qualcosa prima del si salvi chi può di Paolo VI!”.

In quello “orgoglio collettivo”, dunque, si condensa tutto il dramma non di un uomo, ma di un profeta che non può scongiurare da solo la tempesta che di lì a poco si alzerà da Monte Luminello. Lisi, allora, si affida a una memoria del passato e per il futuro, scritta cioè recto e adversus, affinché il futuro stesso lo riconosca non profeta amaro, ma guerriero che ha perso sì la sua battaglia, è vero, ma ha conservata la sua fede, a differenza degli illuminati dal Luminello che, paradossalmente, brancolano nel buio cantando vittoria.