La genesi di un caso

Si recò in macchina al REMS, dopo che il fatto di sangue, un omicidio, aveva scosso la città. Giornali, telegiornali e gente ne avevano fatto un gran parlare perché il cittadino, l’omicida, era al di sopra di ogni sospetto e laureato.

Proprio quest’ultimo aspetto l’aveva turbata, perché in fondo sarebbe stato un colloquio tra colleghi, entrambi dottori, essendo lei psichiatra forense di poca esperienza, è vero, ma di grande effetto stando al curriculm: pieni voti ovunque.

Parcheggiò l’auto nel primo posto disponibile e s’incamminò a piedi, guardando spesso a terra e cambiando di mano tenendo la borsa da lavoro: ampia, pelle nera con cerniere argento.

Tacchi alti, gonna e un soprabito su una camicetta bianca la calavano nel ruolo e chiunque, vedendola nei paraggi del REMS, avrebbe capito che si trattava a o di un avvocatessa o di una psichiatra.

Suonò, presentando le generalità alla richiesta, e il pesante portone si aprì per condurla alla sala dei colloqui, accompagnata da un infermiere e da un poliziotto.

“Buongiorno, sono Alessandra Gorlini, psichiatra forense incaricata del suo caso” disse al detenuto, già fermo sulla sua sedia, in attesa.

“Buongiorno a lei” rispose gentile, abbozzando però un mezzo sorriso disincantato.

Poi non perse tempo e si abbandonò a una citazione biblica, una delle tante a cui poteva attingere a causa dei suoi trascorsi di catechista e recitò a memoria

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

“Lo conosce il passo?” chiese alla psichiatra.

“No” rispose lei decisa, ma non indisposta perché, sebbene la giovane età, sapeva consumare velocemente gli attimi di follia dei suoi soggetti. Anzi, nell’immediato, cercò di apparire indifferente, ma già aveva riposto il caso nello scaffale più alto della sua mente: i manuali.

“Non lo conosce? Davvero non lo conosce? E’ Genesi 3,1-7 ed è fondamentale, lì sta la genesi, quella del peccato e vi vede protagonisti. Il delitto, prim’ancora che reato, è peccato e richiede un processo, ma lei non conosce il passo…che peccato!”.

“Non rientra in nessun piano di studi giuridici la Bibbia” rispose la dottoressa.

“Ma è lì che nasce la legge, nella Bibbia; mentre in Genesi, prim’ancora, nasce la psichiatria o psicologia, se preferisce. Eva è la prima mente psicologicamente manipolata al mondo facendo leva su un delirio: quello di onnipotenza.

Soggetta all’uomo perché tratta dalla sua carne, cerca il riscatto nella promessa del serpente, il quale conosce il punto debole dell’Eden, cioè il malcontento, diremmo oggi, che serpeggiava. Dio non la trasse dallo spirito di Adamo, ma dalla sua carne e come carne conosce tutti i vizi capitali: in primis, la superbia ed ecco il dramma in pochi atti: materia grave, piena vertenza e deliberato consenso: mortale”.

“Mi scusi, la seguo, ma a fatica e tutto ciò, sebbene molto interessante, non ha rilevanza né medica, né penale”.

“Giusto” rispose il detenuto storcendo la bocca in segno di rammarico. “Che peccato!” esclamò di nuovo.

“C’è qualcosa che vuole dirmi, intendo qualcosa di particolare prima che io le rivolga le domande?”.

“Beh, sì: sono responsabile, ma non colpevole”.

“In che senso o perché, se preferisce”.

“Dovrei raccontarle un fatto. Ha la pazienza necessaria?”.

“Abbiamo due ore a disposizione, credo siano sufficienti”.

“Bene, le riferirò di un caso e la sua genesi perché lei possa comprendere. Un caso letto e accaduto molto tempo fa. Anche lì c’è di mezzo un omicidio. Sa, la trama si presterebbe benissimo a un romanzo e forse avrò il tempo di scriverlo, tuuutto il teeempo…” sospirò.

Fece una breve pausa e inspirò profondamente prima di accendere una sigaretta attingendo a un trinciato di marca che pizzicò misurato dal pacchetto giallo. La prima parola uscì con ancora la sua lingua a contatto con la cartina facendo sibilare la consonante iniziale del discorso, mentre i suoi occhi erano fissi sulle dita che rullavano.

“Circa nei primi decenni del ‘900 un ciabattino si macchiò di un delitto uguale al mio. Questo però a seguito di anni di angherie e beffe. Infatti, sebbene l’adulterio neppure fosse stato consumato, tutti risero di lui per anni, perché non lo si riteneva “armato meglio”. Capisce?”.

“Sì, prosegua” rispose, ma non era vero, tanto che la sua mente già sfogliava il catalogo alla ricerca del soggetto, immancabilmente psichiatrico.

“Noti che, “armato meglio”, non significa ipodotato, ma armato meglio che neppure si sa cosa significhi, in realtà. Quanto dotato e per di più meglio, ad esempio? Un cavallo può bastare? No, glielo dico io: meglio, armato meglio, anche in quel caso. Cattivella la tesa, non trova? Non trova che tutto sia molto, troppo ambiguo, volutamente ambiguo?”.

“Forse” rispose incerta la psichiatra che ancora non capiva dove si andasse a parare.

“Fatto sta, il ciabattino non era armato bene o comunque non come si auspicavano le attese del prestigioso…fodero, se per un uomo il pene è la sua spada; o, forse, dipendeva dalla misura del fodero particolarmente capiente di natura o per altra causa; in ogni modo, tutto passò in barzelletta fino a che si giunse al fatto di sangue, perché l’ira entrò in scena. Adesso le chiedo un primo giudizio: a chi da la colpa, ha già un’idea?”.

“Non saprei, mi sfugge totalmente il contesto sebbene adulterino, suppongo” rispose la dottoressa.

“Brava, proprio il contesto, non ci crederà, ma è psicologico e lì va cercata la colpa e il movente del delitto. Un tribunale è una corte di Giustizia prim’ancora che un’aula e giustizia si fa con l’applicare una legge che riconosca l’aggravante o l’attenuate nei moventi, ma stavolta dovrebbe riconoscere solo nel movente la causa del delitto e, sulla base di quello, comminare la pena, stabilendo chi, in realtà, abbia ucciso. Ha ucciso chi aveva armata la mano o chi aveva armato la sua mano? La psicologia di un crimine, talvolta, è fondamentale e coincide con la psicologia dell’assassino. Sono le quinte della scena del crimine, allora, che debbono essere alzate. Dietro di esse è il criminale. Davanti spesso sta la vittima. La legge non nota questo, essa vede quanto il fatto sia brutto o bello agli occhi, ma la giustizia ha il dovere di alzare il sipario e arrestare il regista, altrimenti la tragedia si trasforma in farsa”.

Ci fu un’altra pausa nel discorso, quasi un secondo atto, per poi riprendere il filo del discorso con una calma ancora maggiore.

“Si ricorda quanto le ho detto poc’anzi? Si ricorda che il ciabattino fu non trovato non bene armato?”.

“Sì” rispose la psichiatra.

“Bene, faccia caso all’aggettivo, ad “armato”. Lo vede il forcipe che dà alla luce il delitto? Ne sente il vagito?”.

“Sinceramente? No”.

“Come, l’offesa, le risa; il delitto; il processo; la galera e l’ubriacone le sfuggono? Su,armato meglio! Non mi dica che ancora non capisce”.

“Comincio a intuire qualcosa, ma continui lei”.

“Era tutto pianificato, una trappola psicologica raffinata che gli armò la mano, pur non essendo bene armato. Sarebbe interessante, davvero, sapere se quell’omicidio si sia consumato nel Ventennio e conoscere se quello fu un espediente per disfarsi di un oppositore politico, poiché era uno degli unici tre antifascisti dell’intero paese.

L’idea, tuttavia, non credo nasca in una sezione politica, sa d’incenso. Lei stessa ha ammesso di non avere nessuna nozione biblica, per cui neanche le chiedo se abbia nozioni elementari di logica satanica, cioè della tentazione che essa istruisce e di cui il 90% dei cattolici sono ignari, glielo dico per esperienza; mentre il 10% dei cristiani sono al corrente. Il laccio del demonio, spesso, come le ho appena detto, sa d’incenso se legge il numero abraso della matricola, non sa di Chanel, per cui mi trovo costretto a spiegarle tutto nel dettaglio, seppur brevemente.

Dapprima si creò il presupposto con delle avances, immancabilmente accettate conoscendo la debolezza del soggetto di cui se ne era cercato prima il punto. Poi lo si trovò poco armato e glielo si disse, a faccia, cosicché quell’aggettivo si fissasse nella sua testa in maniera indelebile: l’inchiostro furono le beffe, per un corsivo tutto italiano. Quel “armato” divenne un mantra assassino:

armato! armato! armato! armato! armato!

mi armo per Dio o Porco…qui mi fermo! E si armò con un pugnale, un trincetto in particolare, perché strumento tipico di un ciabattino, e uccise, ma i nomi dell’assassino e della sua vittima erano già stati scritti altrove, cioè nel copione del demonio e la Giustizia, quella che ha saputo solo amministrare la legge, mai ne è venuta a conoscenza.

Si fece una terza pausa e il detenuto rullò la seconda sigaretta. La dottoressa lo seguì con lo sguardo e in silenzio, perché quello strano caso, in cui un rispettabile cittadino si era macchiato di omicidio, cominciava ad assumere altri contorni, quelli tipici di un comma mai scritto.

“Adesso capisce?” chiese il detenuto “capisce la differenza tra un assassino e una vittima? Non necessariamente chi uccide è colpevole, anzi, talvolta è lui l’innocente, ma egli è il brutto agli occhi di una legge raffinata fino a essere frivola”.

“Come si chiamava quell’uomo?” chiese la psichiatra.

“Non ha importanza, importante è chi fosse o cosa fosse oltre al suo desco di ciabattino. Per comprendere questo, bisogna che le ricordi il Ventennio di cui lui fu fiero oppositore, uno dei tre soltanto per cui, quando Mussolini cadde, avrebbe avute le sue buone ragioni a farla pagare ai suoi accoliti. Ma non lo fece, anzi, le dirò che tutti quanti, intendo gli abitanti del paese, dettero l’assalto a un negozietto di mesticheria gestito da una fascista rimasta tale.

Saccheggiarono quel negozio, ma quel che è peggio rasarono a zero pubblicamente, nella via principale, la proprietaria, sebbene con il fascismo tutti quanti ci avessero mangiato, non come il ciabattino che invece ci aveva fatta la fame e che neppure la sfiorò.

Con suo nipote, però, si raggiunse il colmo. Quando infatti tutti dettero l’assalto al negozio, pure lui partecipò e rubò un modellino di auto.

Fu sorpreso a giocarci proprio dal nonno, cioè il ciabattino, che subito chiese da dove provenisse quel bel regalo. Capirà che i soldi erano così pochi che o pane o modellino, per cui ne intuì subito la provenienza.

Infatti chiese al nipote: “Dove l’hai preso?”.

“A negozio, prendevano tutti, nonno!”.

“Riportala subito dove l’hai presa! Di corsa!” ed ecco l’uomo che non solo aveva tutto il dritto di far pagare vent’anni di angherie, ma anche quello di fare un regalo al nipotino per la caduta di colui che gli aveva mandato in guerra tutti e due i suoi figli, sebbene quasi totalmente cieco.

Sono certo che chi ne aveva cinque, di figli, e in possesso di una vista d’aquila li ha salvati dal fronte andando col cappello in mano non al fronte, ma di-fronte al gerarca fascista di turno, per poi portare a casa anche la preda antifascista per la moglie: una zolla di sapone magari, sempre utile per lavarsi la coscienza”.

“Cosa vuol dirmi, che il suo è un caso simile?”.

“Ma no, io non conto, conto nulla. La sola cosa importante è che lei accetti l’invito a fare Giustizia e non ad applicare la legge.

“Guardia” disse secco “la dottoressa con me ha finito”.

Si salutarono con la dottoressa un po’ sorpresa da quel finale brusco, ma che assunse un suo significato quando, prima di varcare la soglia della sala colloqui, l’uomo le disse: “Se incontra un vecchio negozio di mesticheria entri con la scusa di un aguzza lapis o altra cancelleria, avvertirà un profumo che non dimenticherà e l’accompagnerà nella sua lunga carriera nelle aule dei tribunali”.

La dottoressa uscì da REMS con lo sguardo per brevi tratti basso e con la valigetta che si spostava di mano in mano armandola, a suo modo, magari meglio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.