Sorridi, sei a Messa

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Il Credo cattolico recita:


Credo in un solo Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili.
Credo in un solo Signore Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli.
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre.
Per mezzo di Lui tutte le cose cono state create.
Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.

Esso rappresenta la stessa Chiesa Cattolica, che apre le sue Messe e le sue porte con il Padre e il Figlio, uniti in una monogenesi che da sempre ha rappresentato uno dei temi più profondi non solo della teologia dei Maestri, ma della Chiesa stessa, nella misura in cui è ecclesia, cioè comunità, corpo mistico di Dio e di Suo Figlio.

Giovanni riassume alla perfezione il ruolo dell’Unigenito quando in 3,16 afferma che Dio Lo ha dato al mondo per amore, perché così “ha tanto amato il mondo”, cioè da dare il suo Figlio unigenito.

Qualunque falsificazione del passo e del lemma, quindi, colpisce non il cuore di un Vangelo, ma quello della Chiesa che lo recita e che ad esso ha ispirato il suo Credo, nientemeno.

Risulterebbe evidente, in caso positivo, un tradimento non nello scopo, ma nella natura, scendendo in un profondo che noi pensavamo di aver toccato con l’orrendo πάσχα, che era in realtà πησχ (Pes-a-ch), distruggendo un calcolo ghematrico (888) che univa Gesù (Ἰησοῦς, 888) alla Sua Pasqua, nella misura, enorme, in cui però Gesù è la Pasqua perché per questo è venuto al mondo, per quell’ora (Gv 12,27).

Ci meraviglia, quindi, che toccato il fondo si sia scavato sino al magma del peccato, un calor bianco agli antipodi dei “vergini” di Apocalisse, nelle cui bocche non fu trovata menzogna, però, non nelle mutande, quando quella menzogna, invece, si è fatta unigenita, cioè Ministero, mostruosamente Credo.

Questo perché si è co ntraffatto il lemma dell’Unigenito, affinché divenisse un abstrcat teologico di poco fondamento e sostanza, non più unigenita, ma adulterata e adultera, per una generazione non matteana, come deve essere, ma puttana sozza e scapigliata che graffia con l’unghie merdose la Scrittura (Inf. Canto XVIII)

Unigenito, infatti, non si scriveva μονογενής, ma μωνωγηνής per una ghematria di irraggiungibile cielo teologico, perché il suo valore è 1765 che, tolto il 15 a.C., anno di nascita di Gesù in cui s’innesta la genealogia di Matteo, (35 anni ogni generazione), dà un preciso 1750 generazionale, esatta generazione di Aram, ottava da Davide, per un 8 indice dell’888 di Gesù (Ἰησοῦς) e Pasqua (πησχ) .

Aram, etimologicamente, richiama un “luogo elevato”, dunque una “ara” che l’ottimo Pianigiani spiega quando coglie il segno o il “vero”, come scrive lui e vede il “sacrifizio”, che in questo caso diviene pasquale, consumato certamente nel 35 d.C., ma alla cinquantesima generazione matteana (1750 : 35 = 50), per un’identità di anagrafe e di generazione che riassume una vita, un Credo e una Pasqua.

Non si è, dunque, cambiata un’ortografia con l’osceno μονογενής, ma un Credo, che da professione di Fede è divenuto Barzelletta, una candid camera che si rinnova ogni volta a Messa.

Ps: modificate almeno la traduzione, che quel “da dare” in Gv 3,16 “merita 2, sebbene il 3 d’incoraggiamento” (L. Arcaleni)

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