L’identità di un Vangelo

Il Vangelo di Giovanni è una grande Pasqua, nel senso che tutto ha come fine la crocefissione e la resurrezione. Lo stesso impianto tradisce la Pasqua seguendo questo modello :

Prologo:  Gv 1,1–2,25

Fase interlocutoria: Gv 2,25–11,54

Fase conflittuale: Gv 11,54 fino alla Passione

Fase finale: morte e resurrezione

Ma la Pasqua non è solo calendario, la Pasqua è attesa e l’attesa prende corpo nella trama, che certamente muove gli episodi in quel senso, nel senso pasquale, ma anche nello stile, se esso si avvale di escamotage letterari che vogliono tener concentrati i lettori sul fine.

Insomma, la Pasqua è annunciata, in Giovanni, non solo contata e raccontata; è anche annunciata, in particolare da una locuzione temporale vibrante, quasi ansiosa perché conosce quella Pasqua, conosce quella fine, la Sua fine a cui l’apostolo, unico, ha assistito.

Quella locuzione è “la sua ora” che non è ancora giunta (Gv 7,30 e 8,20) e che giunge (Gv 13,1). “La Sua ora”, dunque, tiene col fiato sospeso il lettore e forse, addirittura, se uno guardasse dentro a quell’ora, noterebbe un preciso metro, se non nella trama certamente nello stile, quasi una liturgia delle “ore” che sono tre, perché tre volte ricorre quella locuzione.

Questo ci mette in grado di scorgere un’identità tra la frequenza della locuzione e “l’ora stessa”, l’ora per eccellenza: la morte, quando Gesù rende lo spirito (Mt 27,50) perché tutto compiuto (Gv 19,30).

Quell’ora alcune edizioni bibliche la riportano secondo la ripartizione del giorno usata dai romani, perché romana fu la croce e nei Vangeli questa si legge, tuttavia i tempi cambiano e le edizioni pure, come quella CEI e con esse “le ore”, cosicché quella “ora” nona diviene le 15, cioè le 3 pomeridiane, come 3, in Giovanni, sono le occorrenze della “sua ora” per un’identità, intesa come unicità e inconfondibilità, di tempo e di Vangelo

Discorso leggero, reputabile casuale, ma è curioso come noi usiamo alla stessa maniera la locuzione sia quando non è “giunta la sua ora”, sia quando “è giunta” seppur non riferendoci a Gesù ma a tutti noi, perché con essa vogliamo dire che non è giunto il termine della Sua o nostra vita, cioè la somma delle nostre ore.

Così fa Matteo che al versetto 50 del capitolo 27 del suo Vangelo scrive che Gesù “rese lo spirito”, cioè morì all’ora nona, quindi alle 3 del pomeriggio, in una parola alla “sua ora” di una vita cinquantennale stando al versetto matteano che suffraga la nostra versione anagrafica di Gesù ferma anch’essa a 50 anni, come del resto fanno Giovanni, Policarpo e Ireneo.

Scriviamo questo coscienti della leggerezza, insomma una finezza inutile che pochi sapranno apprezzare, ma a noi viene in mente Luca e quella sua generazione gesuana ferma la 668/667 a.C. laddove questo blog colloca, inequivocabilmente, la costruzione della porta superiore del tempio.

La notizia del fatto è in 2 Re 15,35 mentre la similitudine tra Lui e la porta è in Gv 10,8 in cui Egli dice se stesso Porta. 15 e 35 sono gli estremi della Sua anagrafe, i cardini della porta -anche del cielo- che ha una “superficie” di 50 anni (15 a.C.-35 d.C.), quelli necessari a compiere una vita, anzi, a compiere tutto (Gv 19,30) nella “sua ora” la nona, ai nostri orologi le tre del pomeriggio, quando giunse la sua ora per uno scoccare del tempo (ora) e dello spazio (porta)..

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