Luca 21,23 solo per quelle che

Luca ha un occhio di riguardo per le donne, vuoi perché nel suo Vangelo compare l’episodio dell’emorroissa; vuoi perché sin dall’antichità (Giovanni di Damasco) si sostiene la discendenza materna nella genealogia lucana e, infine, perché quella stessa genealogia ferma le generazioni da Davide a Gesù a 23 anni, quando 23 a.C. segna la generazione di Maria, anch’essa donna tanto che, aggiungiamo da ultimo, rùakh, cioè lo spirito generante di Dio, è femminile e alla luce della nostra cronologia l’Anno Mundi si colloca nel 3923 a fronte di una generazione mariana (di Maria) nel 23 a.C./A.M generando (vedi tavola in calce) una differenza netta di 3900 anni che, considerata per giubilei (50 anni), da un ciclo di 78 giubilei esatti, collegando rùakh a Maria, cioè lo spirito generante a quello ri-generante di Maria in un ambito tutto al femminile.

E’ alla luce di questo che noi c’interroghiamo sul discorso escatologico lucano (Lc 21,7-36), certi che la peculiarità femminile dell’evangelista possa sciogliere un passo esclusivamente femminile che da molti anni ci sta a cuore, cioè Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni
(Lc 21,23) e non, quindi, alle donne tout court.

E’ proprio la galassia ristretta dell’universo femminile che ci spinge a interrogarci e a dare una prima risposta, cioè che le donne incinte e le allattanti sono quelle più esposte: le prime perché la gestazione è momento cruciale per loro e per il nascituro; le seconde, invece, perché sanno che la vita del piccolo è nelle loro mani.

Dunque, deve accadere qualcosa che colpisce la maternità, qualcosa che la mette in serissimo pericolo, ma cosa? Cominciamo, rimanendo fedeli alla nostra esegesi, a mettere a frutto il versetto che è il 21,23 di Luca. Sin da subito ci compare chiaro quel 23 che compone le generazioni da Davide a Maria e poi a Gesù (vedi tavola in calce).

Il 23 del versetto, dunque, è generazionale e molto significativo, come del resto lo è il 21 del capitolo che sì, è 777 ma in questo caso non è, almeno per ora, influente; importante è invece considerarlo generazionale e inserirlo nella genealogia di Luca in calce e inserirlo alla ventunesima generazione da Davide (contando la successiva) e da quella a Maria per altrettante 21.

Certo che sono importanti Davide e Maria, ma in questo caso fa luce la generazione intermedia di Salatiel di cui solo l’ottimo Wiki inglese dà il sunto esatto, compresa la etimologia che risulterà determinante, come vedremo.

Noi siamo gli unici non solo ad aver datato le generazioni lucane, da tutti considerate esclusivamente genealogiche; e siamo gli unici, anche, ad aver stravolta quella genealogia da Davide a Gesù perché proprio avendole datate e avendo anche ricalcolato tutti i re di Giuda siamo stati in grado d leggere tra le righe, storiche, di quella stessa genealogia e collocare Salatiel non al rientro dall’esilio babilonese, ma al suo accadere, cioè nel 506 a.C. (vedi tavola in calce).

Lo ripeto: siamo gli unici e in un mondo democratico siamo perdenti, perché neanche minoritari, ma unici. Tuttavia il passo escatologico lucano sembra darci ragione, se ferma Salatiel al 506 a.C. perché quello fu l’anno sabbatico (in un’ottica di datazione doppia necessaria 507/506 a.C.) precedente di due anni la caduta di Gerusalemme (Ger 34,8-11), cioè fu l’anno che vide porre l’assedio.

Un assedio è la grandissima sciagura del passato. L’assedio prelude alla caduta per fame, per sete, malattia e morti e dunque la numerazione del versetto che mette in guardia le donne incinte e le allattanti ha trovato il suo assoluto contesto ideale che emerge attraverso 21 generazioni da Davide a Salatiel e altrettante 21 da Salatiel a Maria, rendendo Salatiel perno di tutto il discorso storico, generazionale e scritturale che ha nell’assedio per eccellenza, quello di Nabucodonosor, un indice di sciagura biblica forse addirittura superiore, per portata, a quello di Tito, se dette luogo al secondo tempio chiudendo l’epoca aurea di un regno e di un sacerdozio.

La nota cronologica del 506 a.C., che ferma la generazione a Salatiel, quindi, ha fatto bene il suo lavoro, ma anche Salatiel non è da meno, se avete compreso quanto sopra, perché Wiki inglese ne riporta il significato del nome che è illuminante e, almeno per noi, chiude il cerchio. Citiamo la nota di Wiki, a cui va il nostro grazie


In ebraico, il nome Shealtiel significa, Shə’altî ‘Ēl , “Ho chiesto a El (per questo bambino)”. Il nome riconosce che il figlio è una risposta alla preghiera dei genitori a Dio (El) per aiutarli a concepire e far nascere un bambino. Molti nomi ebraici esprimono allo stesso modo l’importanza, la difficoltà e la gratitudine per una gravidanza di successo.

Se avete chiaro quanto noi abbiamo scritto, la nota di Wiki vi apparirà illuminante, perché assolutamente in linea con i nostri contenuti; e se la numerazione del versetto lucano ha permesso di scrivere il post, la nota sul significato del nome riportata di Wiki ha permesso di provarlo parlando essa stessa di un genitorialità.

Riassumendo:

nel nostro discorso c’era di mezzo l’assedio di Gerusalemme nel 506 a.C. da parte di Nabucodonosor individuato dopo 21 generazioni da Davide come il 21 di Lc 21,23 consigliava.

Poi abbiamo visto che con altre 21 ci si collegava a Maria, la Partoriente per eccellenza.

In seguito abbiamo scritto che la minaccia rivolta alla donne incinte e allattanti in Lc 21,23 non poteva trovare altro contesto ideale che in quell’assedio.

Infine abbiamo letto il significato del nome colui che ferma la generazione di quell’assedio: Salatiel, etimo che ci parla di gravidanze e maternità.

Tutto questo perfettamente inserito in una cornice storica (assedio), generazionale (Davide, Salatiel e Maria) e scritturale (Lc 21,23) per un’esegesi tutta femminile di un passo certamente escatologico e femminile, ma non per tutte: solo per quelle che….

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Un sogno a diaframma aperto

E’ ormai più di un mese che mi sveglio e alzo molto presto, talvolta prima delle 4 del mattino e il tempo l’ho dedicato alla fotografia, leggendo di fotografia anche per 3 ore.

Sembravano ore rubate al sonno, ma non è vero, nella misura in cui il sonno ha dato un senso alla veglia, anzi, il sogno gli ha dato un senso a una veglia che è stata dedicata, lo ripetiamo, alla fotografia.

Questa, allora, proporrò: una foto, che però altri dovranno fare, cioè quelli bravi, magari bravi veramente perché il sogno delle ultime ore di buio di stamattina (sveglia alle 6:09) è stato bellissimo: il cavallo verde e giallo (sì, verde e giallo) di Apocalisse.

Un sogno molto chiaro che sa riferire i particolari che si riveleranno fondamentali per un photoshop a portata di mano dei professionisti, magari, che quel cavallo li merita, qualora si dia credito al mio sogno che è questo.

Il cavallo non è giallognolo; né giallastro; né verdastro e non è verde e non è giallo, ma giallo e verde (i grecisti indaghino quel χλωρός di Ap 6,8). Ogni animale che ha un manto ha il pelo e il sottopelo. Ecco di quel cavallo il sottopelo, cioè quello uniforme e basso, è giallo; mentre il pelo, la lanugine, magari invernale, è verde.

Questo conferisce al cavallo una fluorescenza verde, mentre il manto è giallo, un giallo limone, acceso insomma. Un po’ confonde l’occhio quella fluorescenza, ma rimane ben visibile il manto gallo.

Non è tutto così però il cavallo, cioè non tutto così quel giallo/verde perché c’è un punto del suo corpo in cui tutto è perfettamente distinto ed è la coda. Lì, la fluorescenza scompare, sin dall’attaccatura della coda, notoriamente quasi pelle o di pelo estremamente basso e fitto, dove i colori, quasi a pelle, sono perfettamente distinguibili, a occhio nudo, in striscioline distinte che corrono verso il crine per dare seguito alla coda vera e propria che ha un crine o giallo o verde per un insieme giallo e verde formato da ogni singolo crine.

La coda, quindi, è l’elemento “distinto” e per questo un semiologo, magari sulla scorta della chioma di Sansone, dove risiedeva la sua forza, può dire la sua e può dire, anche, se il sogno, grazie alla coda, abbia un valore simbolico o meno.

Com’è morfologicamente il cavallo? Niente di più facile: Elfo, nel sogno, ha prestato il suo corpo, quindi un bel cavallo, un maremmano, per la gioia dell’ippica italiana che ha dato i natali a un cavallo di Apocalisse per coloro, ovvio, che credono al mio sogno.

Nella misura in cui è possibile fotografare Elfo è possibile dare una base reale al photoshop; ma scattate ora, perché il sogno è di ora e ora Elfo ha il fitto pelo invernale che ben si presta alla fluorescenza verde.

Potrei scattare io, neanche novello fotografo, ma pivello, ma non avrebbe senso: ci vuole uno bravo che sappia leggere tra le mie righe descrittive e fare un originale adeguato al photoshop necessario e successivo.

Credo sinceramente che ci sarà, almeno per me, da strabuzzare gli occhi perché è lui, com’era lui quello nero che sognai agli inizi dei miei studi biblici.

Raccontai il sogno a mio padre, in treno, andando dallo psichiatra a Firenze. Era la volta che lui stesso mi consigliò Liverani (perché lo conosceva? Un’imbeccata ad hoc per dissuadermi, per distogliermi?) in Feltrinelli, ma feci bene a non dargli ascolto e riferirgli, nonostante la sua stizza da figlio matto, che entrando nella chiesa lì a due passi da Feltrinelli, che non so se abbia cambiata sede, trovai aperto il Vangelo nel pulpito, e lì lessi, di nuovo, la pagina, aperta sul leggio, matteana della genealogia quella che di lì a poco avrebbe prodotto o aveva prodotto i Re di Giuda e Israele, non secondo Liverani, ma secondo la Bibbia che mai è andata Oltre ed è rimasta un sogno.

Ps: Per sicurezza farò uno scatto io ad Elfo: la sua età consiglia prudenza, per cui se gli accadesse qualcosa perderemmo molto, anzi, troppo, secondo me. Per il resto lui è lì e per un paio di chili di mele da condividere con Pino vi si mette pure in posa. Buon lavoro, se del caso.

Nemo propheta in web

Oggi ho indagato l’occorrenza di nome proprio abbastanza conosciuto: Gesù e mi sono accorto che ognuno dice la sua, nel senso che non si sa di preciso quanto volte il nome ricorra nel NT (boh, dipenderà dalla marginalità del lemma, perché il blog ha tutta una categoria dedicata alle occorrenze e risulta chiara la loro funzione).

CEI 1974, tuttavia, mi ha incuriosito e data una mano perché ferma, l’occorrenza a 633 volte e questo mi ha costretto a indagare, perché quel 6 che precede il 33 m’inquieta.

Ecco come, allora, sono giunto all’undicesimo anno di regno di Ezechia e cominciato a indagare giungendo a un passo estremamente controverso, cioè l’oracolo contenuto al capitolo 19 di 2Re.

Capite che abbiamo cambiato completamente tema di ricerca, ma ciò ci ha facilitati nella stesura del post che dice tutto da solo citando l’ottimo wiki che riporta la vexata questio dell’anno sabbatico e giubilare che appare nel testo di 2Re 19. Per cui, prima citiamo wiki, poi spendiamo noi due parole certi che rimarranno inascoltate, ma lo sappiamo: nemo propheta in web

WIKI


Libro dei Re: (parla Isaia) “… Questo ti serva come segno: si mangi quest’anno il frutto dei semi caduti, nell’anno prossimo ciò che nasce da sé, nel terzo anno semineranno e mieteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. Il resto della casa di Giuda che scamperà continuerà a mettere radici di sotto e a dar frutto in alto” (2 Re 19:20–30).
Isaia apparentemente sta informando Re Ezechia che se accetta di osservare l’anno di Shabbat quell’autunno (701 a.C.) e il giubileo l’anno successivo (700 a.C.) — sebbene non chiami nessuno dei due con il rispettivo nome in lingua originale — e poi aspetti di riprendere la coltivazione e la mietitura fino all’anno susseguente (699 a.C.), allora Dio agirà contro l’assedio di Gerusalemme da parte di Sennacherib (cfr. 2 Re 19:32–37). Non esiste altra occasione nel calendario ebraico in cui due anni di incoltura pianificata cadino consecutivamente, uno subito dopo l’altro. Ezechia apparentemente accetta, e l’assedio è scampato. Poiché la data dell’invasione di Giuda da parte di Sennacherib e l’assedio di Gerusalemme è fissato dagli archeologi nella primavera ed estate del 701 a.C., ciò comprova che le date che il Rabbinato considera anni sabbatici e giubilari sono errate: l’ultimo giubileo sarebbe stato il 2001 (perché non c’è anno “0” tra 1 a.C. e 1 d.C.), e l’anno sabbatico più recente sarebbe quindi iniziato durante Rosh Hashanah nel settembre 2014.[5][12]
Questa interpretazione, cioè che il passo di 2 Re (e il suo parallelo in Isaia 37:30) si riferisca ad un anno si Sabbath (shmita) seguito da un anno di giubileo (yovel), incontra difficoltà quando si esamina la lingua orioginale di questi due passi biblici. Il testo dice che nel primo anno il popolo doveva mangiare “ciò che nasce da sé”, che viene espresso da una parola in ebraicosaphiah (ספיח). In Levitico 25:5, la mietitura di saphiah è proibita durante l’anno sabbatico, rendendo quindi difficile da accettare l’interpretazione data sopra.
Esiste una spiegazione alternativa che evita tale difficoltà e che si rifà ad un vecchio commentario (1837) del teologo Adam Clarke.[13] L’assedio assiro era durato fino al tempo della semina nell’autunno 701 a.C., e sebbene gli assiri fossero partiti subito dopo l’annuncio della profezia (2 Re 19:35), questi avevano consumato il raccolto di quell’anno prima di partire, lasciando solo saphiah da recuperare nei campi. L’anno successivo il popolo doveva mangiare “ciò che nasce dallo stesso”, in ebraicoסחיש? (sahish). Poiché questa parola appare solo qui e nel passo parallelo di Isaia 37:30, dove è scritto שחיס, c’è dell’incertezza sul suo significato esatto. Se è lo stesso di shabbat ha-arets (שבת הארץ), per cui fu permesso mangiare durante un anno sabbatico come da Levitico 25:6, allora esiste una pronta spiegazione del perché non ci fu raccolto: il secondo anno, cioè l’anno che iniziò nell’autunno 700 a.C., era un anno sabbatico, dopodiché riprendeva la normale semina e mietitura nel terzo anno, come affermato nel testo.[12]
Un’altra interpretazione elimina tutte le speculazioni dell’anno sabbatico, traducendo il versetto in questo modo: “Questo ti serva come segno: si mangi quest’anno ciò che nasce da sé, e nell’anno prossimo ciò che cresce dai ceppi d’albero, nel terzo anno semina e mieti, e pianta vigne e mangiane il frutto.”[14] Secondo il commentario della Judaica Press,[15] fu l’invasione di Sennacherib che impedì al popolo di Giuda di seminare nel primo anno e Isaia promise che piante sufficienti sarebbero cresciute a nutrire la popolazione per il resto del primo anno e per il secondo. Pertanto, Isaia fornì veramente a Ezechia un segno che Dio avrebbe salvato la città di Gerusalemme, come narrato esplicitamente, e non un’ingiunzione riguardo al sabbatico (shmita) o al giubileo (yovel), che non sono affatto menzionati nel passo biblico.[14][16]

Come vedete, se ne sono dette di tutti i colori e le tonalità perché i conti non gli tornano. A noi invece sì, alla perfezione e i nostri, soltanto nostri, anni sabbatici e giubilari lo provano: il 619 a.C. fu sabbatico, mentre il 618 a.C. giubilare. Semplice.

Questo significa che:

l’oracolo è del 619 a.C.

Sennacherib assedia Gerusalemme in quell’anno

In quell’anno l’angelo fa strage liberando Gerusalemme dall’assedio

e che noi, abbiamo ragione, avendo fatto il nostro dovere per bene, ma come da titolo: Nemo propheta in web. Così hanno deciso.

Ps: in parte hanno ragione: con una faccia così…almeno la barba!

Al top!

E’ bene, ogni tanto, spezzare il ritmo cronologico e ghematrico con un raccontino, come quello appena pubblicato, o con una battuta, come questa che sto pubblicando.

Essa indaga su una parola molto in voga nelle nostre vite e nel nostro quotidiano, perché se anche andiamo al supermercato a comperare salsicce immancabilmente ci offrono un “Top”, cioè qualcosa di speciale, ossia il non plus ultra latino che una salsiccia come quella non l’hai mai mangiata.

Vivere al Top, poi, è sinonimo di assoluto benessere, di fama e potere tanto che tutti ambiscono al Top, al meglio che più non ce n’è. Per questo, anche noi, vogliamo giocare al Top, perbacco, almeno una volta nella vita lo meritiamo, quel Top, e lo scriviamo in greco non per goderne, ma sorriderne che non ce lo possiamo permettere, davvero no.

Ecco allora, Mesdames et messieurs, il Τωπ greco, cioè quanto di meglio lo spirito consiglia per il buon umore e non si offendano i potenti, cioè il Τωπ che sono molti, dalla finanza alla politica; dalla cattedre ai campi di calcio passando per la medicina e le corone.

Il Τωπ ha un valore ghematrico: è greco, ed esso è 889 quando però
Ἰησοῦς (Gesù) vale 888 e quel Τωπ ci dice, allora, che sono così in alto che vanno oltre il cielo, oltre Gesù sebbene di un passo che è educato, il Τωπ, e non lo dà a vedere che è meglio di tutti, meglio anche di Gesù.

Lo vive con modestia, sia mai che la bonacreanza venga meno, perché solo i grandi, quelli veri, sanno essere umili: Τωπ oblige.

La genesi di un caso

Si recò in macchina al REMS, dopo che il fatto di sangue, un omicidio, aveva scosso la città. Giornali, telegiornali e gente ne avevano fatto un gran parlare perché il cittadino, l’omicida, era al di sopra di ogni sospetto e laureato.

Proprio quest’ultimo aspetto l’aveva turbata, perché in fondo sarebbe stato un colloquio tra colleghi, entrambi dottori, essendo lei psichiatra forense di poca esperienza, è vero, ma di grande effetto stando al curriculm: pieni voti ovunque.

Parcheggiò l’auto nel primo posto disponibile e s’incamminò a piedi, guardando spesso a terra e cambiando di mano tenendo la borsa da lavoro: ampia, pelle nera con cerniere argento.

Tacchi alti, gonna e un soprabito su una camicetta bianca la calavano nel ruolo e chiunque, vedendola nei paraggi del REMS, avrebbe capito che si trattava a o di un avvocatessa o di una psichiatra.

Suonò, presentando le generalità alla richiesta, e il pesante portone si aprì per condurla alla sala dei colloqui, accompagnata da un infermiere e da un poliziotto.

“Buongiorno, sono Alessandra Gorlini, psichiatra forense incaricata del suo caso” disse al detenuto, già fermo sulla sua sedia, in attesa.

“Buongiorno a lei” rispose gentile, abbozzando però un mezzo sorriso disincantato.

Poi non perse tempo e si abbandonò a una citazione biblica, una delle tante a cui poteva attingere a causa dei suoi trascorsi di catechista e recitò a memoria

Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

“Lo conosce il passo?” chiese alla psichiatra.

“No” rispose lei decisa, ma non indisposta perché, sebbene la giovane età, sapeva consumare velocemente gli attimi di follia dei suoi soggetti. Anzi, nell’immediato, cercò di apparire indifferente, ma già aveva riposto il caso nello scaffale più alto della sua mente: i manuali.

“Non lo conosce? Davvero non lo conosce? E’ Genesi 3,1-7 ed è fondamentale, lì sta la genesi, quella del peccato e vi vede protagonisti. Il delitto, prim’ancora che reato, è peccato e richiede un processo, ma lei non conosce il passo…che peccato!”.

“Non rientra in nessun piano di studi giuridici la Bibbia” rispose la dottoressa.

“Ma è lì che nasce la legge, nella Bibbia; mentre in Genesi, prim’ancora, nasce la psichiatria o psicologia, se preferisce. Eva è la prima mente psicologicamente manipolata al mondo facendo leva su un delirio: quello di onnipotenza.

Soggetta all’uomo perché tratta dalla sua carne, cerca il riscatto nella promessa del serpente, il quale conosce il punto debole dell’Eden, cioè il malcontento, diremmo oggi, che serpeggiava. Dio non la trasse dallo spirito di Adamo, ma dalla sua carne e come carne conosce tutti i vizi capitali: in primis, la superbia ed ecco il dramma in pochi atti: materia grave, piena vertenza e deliberato consenso: mortale”.

“Mi scusi, la seguo, ma a fatica e tutto ciò, sebbene molto interessante, non ha rilevanza né medica, né penale”.

“Giusto” rispose il detenuto storcendo la bocca in segno di rammarico. “Che peccato!” esclamò di nuovo.

“C’è qualcosa che vuole dirmi, intendo qualcosa di particolare prima che io le rivolga le domande?”.

“Beh, sì: sono responsabile, ma non colpevole”.

“In che senso o perché, se preferisce”.

“Dovrei raccontarle un fatto. Ha la pazienza necessaria?”.

“Abbiamo due ore a disposizione, credo siano sufficienti”.

“Bene, le riferirò di un caso e la sua genesi perché lei possa comprendere. Un caso letto e accaduto molto tempo fa. Anche lì c’è di mezzo un omicidio. Sa, la trama si presterebbe benissimo a un romanzo e forse avrò il tempo di scriverlo, tuuutto il teeempo…” sospirò.

Fece una breve pausa e inspirò profondamente prima di accendere una sigaretta attingendo a un trinciato di marca che pizzicò misurato dal pacchetto giallo. La prima parola uscì con ancora la sua lingua a contatto con la cartina facendo sibilare la consonante iniziale del discorso, mentre i suoi occhi erano fissi sulle dita che rullavano.

“Circa nei primi decenni del ‘900 un ciabattino si macchiò di un delitto uguale al mio. Questo però a seguito di anni di angherie e beffe. Infatti, sebbene l’adulterio neppure fosse stato consumato, tutti risero di lui per anni, perché non lo si riteneva “armato meglio”. Capisce?”.

“Sì, prosegua” rispose, ma non era vero, tanto che la sua mente già sfogliava il catalogo alla ricerca del soggetto, immancabilmente psichiatrico.

“Noti che, “armato meglio”, non significa ipodotato, ma armato meglio che neppure si sa cosa significhi, in realtà. Quanto dotato e per di più meglio, ad esempio? Un cavallo può bastare? No, glielo dico io: meglio, armato meglio, anche in quel caso. Cattivella la tesa, non trova? Non trova che tutto sia molto, troppo ambiguo, volutamente ambiguo?”.

“Forse” rispose incerta la psichiatra che ancora non capiva dove si andasse a parare.

“Fatto sta, il ciabattino non era armato bene o comunque non come si auspicavano le attese del prestigioso…fodero, se per un uomo il pene è la sua spada; o, forse, dipendeva dalla misura del fodero particolarmente capiente di natura o per altra causa; in ogni modo, tutto passò in barzelletta fino a che si giunse al fatto di sangue, perché l’ira entrò in scena. Adesso le chiedo un primo giudizio: a chi da la colpa, ha già un’idea?”.

“Non saprei, mi sfugge totalmente il contesto sebbene adulterino, suppongo” rispose la dottoressa.

“Brava, proprio il contesto, non ci crederà, ma è psicologico e lì va cercata la colpa e il movente del delitto. Un tribunale è una corte di Giustizia prim’ancora che un’aula e giustizia si fa con l’applicare una legge che riconosca l’aggravante o l’attenuate nei moventi, ma stavolta dovrebbe riconoscere solo nel movente la causa del delitto e, sulla base di quello, comminare la pena, stabilendo chi, in realtà, abbia ucciso. Ha ucciso chi aveva armata la mano o chi aveva armato la sua mano? La psicologia di un crimine, talvolta, è fondamentale e coincide con la psicologia dell’assassino. Sono le quinte della scena del crimine, allora, che debbono essere alzate. Dietro di esse è il criminale. Davanti spesso sta la vittima. La legge non nota questo, essa vede quanto il fatto sia brutto o bello agli occhi, ma la giustizia ha il dovere di alzare il sipario e arrestare il regista, altrimenti la tragedia si trasforma in farsa”.

Ci fu un’altra pausa nel discorso, quasi un secondo atto, per poi riprendere il filo del discorso con una calma ancora maggiore.

“Si ricorda quanto le ho detto poc’anzi? Si ricorda che il ciabattino fu non trovato non bene armato?”.

“Sì” rispose la psichiatra.

“Bene, faccia caso all’aggettivo, ad “armato”. Lo vede il forcipe che dà alla luce il delitto? Ne sente il vagito?”.

“Sinceramente? No”.

“Come, l’offesa, le risa; il delitto; il processo; la galera e l’ubriacone le sfuggono? Su,armato meglio! Non mi dica che ancora non capisce”.

“Comincio a intuire qualcosa, ma continui lei”.

“Era tutto pianificato, una trappola psicologica raffinata che gli armò la mano, pur non essendo bene armato. Sarebbe interessante, davvero, sapere se quell’omicidio si sia consumato nel Ventennio e conoscere se quello fu un espediente per disfarsi di un oppositore politico, poiché era uno degli unici tre antifascisti dell’intero paese.

L’idea, tuttavia, non credo nasca in una sezione politica, sa d’incenso. Lei stessa ha ammesso di non avere nessuna nozione biblica, per cui neanche le chiedo se abbia nozioni elementari di logica satanica, cioè della tentazione che essa istruisce e di cui il 90% dei cattolici sono ignari, glielo dico per esperienza; mentre il 10% dei cristiani sono al corrente. Il laccio del demonio, spesso, come le ho appena detto, sa d’incenso se legge il numero abraso della matricola, non sa di Chanel, per cui mi trovo costretto a spiegarle tutto nel dettaglio, seppur brevemente.

Dapprima si creò il presupposto con delle avances, immancabilmente accettate conoscendo la debolezza del soggetto di cui se ne era cercato prima il punto. Poi lo si trovò poco armato e glielo si disse, a faccia, cosicché quell’aggettivo si fissasse nella sua testa in maniera indelebile: l’inchiostro furono le beffe, per un corsivo tutto italiano. Quel “armato” divenne un mantra assassino:

armato! armato! armato! armato! armato!

mi armo per Dio o Porco…qui mi fermo! E si armò con un pugnale, un trincetto in particolare, perché strumento tipico di un ciabattino, e uccise, ma i nomi dell’assassino e della sua vittima erano già stati scritti altrove, cioè nel copione del demonio e la Giustizia, quella che ha saputo solo amministrare la legge, mai ne è venuta a conoscenza.

Si fece una terza pausa e il detenuto rullò la seconda sigaretta. La dottoressa lo seguì con lo sguardo e in silenzio, perché quello strano caso, in cui un rispettabile cittadino si era macchiato di omicidio, cominciava ad assumere altri contorni, quelli tipici di un comma mai scritto.

“Adesso capisce?” chiese il detenuto “capisce la differenza tra un assassino e una vittima? Non necessariamente chi uccide è colpevole, anzi, talvolta è lui l’innocente, ma egli è il brutto agli occhi di una legge raffinata fino a essere frivola”.

“Come si chiamava quell’uomo?” chiese la psichiatra.

“Non ha importanza, importante è chi fosse o cosa fosse oltre al suo desco di ciabattino. Per comprendere questo, bisogna che le ricordi il Ventennio di cui lui fu fiero oppositore, uno dei tre soltanto per cui, quando Mussolini cadde, avrebbe avute le sue buone ragioni a farla pagare ai suoi accoliti. Ma non lo fece, anzi, le dirò che tutti quanti, intendo gli abitanti del paese, dettero l’assalto a un negozietto di mesticheria gestito da una fascista rimasta tale.

Saccheggiarono quel negozio, ma quel che è peggio rasarono a zero pubblicamente, nella via principale, la proprietaria, sebbene con il fascismo tutti quanti ci avessero mangiato, non come il ciabattino che invece ci aveva fatta la fame e che neppure la sfiorò.

Con suo nipote, però, si raggiunse il colmo. Quando infatti tutti dettero l’assalto al negozio, pure lui partecipò e rubò un modellino di auto.

Fu sorpreso a giocarci proprio dal nonno, cioè il ciabattino, che subito chiese da dove provenisse quel bel regalo. Capirà che i soldi erano così pochi che o pane o modellino, per cui ne intuì subito la provenienza.

Infatti chiese al nipote: “Dove l’hai preso?”.

“A negozio, prendevano tutti, nonno!”.

“Riportala subito dove l’hai presa! Di corsa!” ed ecco l’uomo che non solo aveva tutto il dritto di far pagare vent’anni di angherie, ma anche quello di fare un regalo al nipotino per la caduta di colui che gli aveva mandato in guerra tutti e due i suoi figli, sebbene quasi totalmente cieco.

Sono certo che chi ne aveva cinque, di figli, e in possesso di una vista d’aquila li ha salvati dal fronte andando col cappello in mano non al fronte, ma di-fronte al gerarca fascista di turno, per poi portare a casa anche la preda antifascista per la moglie: una zolla di sapone magari, sempre utile per lavarsi la coscienza”.

“Cosa vuol dirmi, che il suo è un caso simile?”.

“Ma no, io non conto, conto nulla. La sola cosa importante è che lei accetti l’invito a fare Giustizia e non ad applicare la legge.

“Guardia” disse secco “la dottoressa con me ha finito”.

Si salutarono con la dottoressa un po’ sorpresa da quel finale brusco, ma che assunse un suo significato quando, prima di varcare la soglia della sala colloqui, l’uomo le disse: “Se incontra un vecchio negozio di mesticheria entri con la scusa di un aguzza lapis o altra cancelleria, avvertirà un profumo che non dimenticherà e l’accompagnerà nella sua lunga carriera nelle aule dei tribunali”.

La dottoressa uscì da REMS con lo sguardo per brevi tratti basso e con la valigetta che si spostava di mano in mano armandola, a suo modo, magari meglio.