I Re Machi

Questa è la storia di Concessa, il cui nome fu il grazie al cielo di suo padre, sofferente di una sterilità diagnosticata di cui fu, miracolosamente secondo lui, guarito per intercessione della Vergine.

La figlia che nacque non fu Concetta, allora, ma Concessa, una Grazia di Dio che Giacomo Peramore finì mai di lodare fino alla maggiore età della figlia e della sua grazia -che piena ne era sempre stata- e che a causa del padre divenne Concessa Grazia Peramore.

La benedizione del cielo, per questo fu vissuta come miracolo e il paese ne parlò, ne parlò di Concessa che tutti erano andati a vedere in culla. Ma con tutta quella gente, il destino calcò ancor più la mano su di lei, perché per mesi fu quasi una Visitazione, miracolo vivente.

Crebbe, Concessa, e si fece bambina; di lì a poco adolescente e poi giovane da marito, ma non lo trovò: fu e rimase Concessa, perché il primo amore attinse al suo destino scritto e la concesse.

Mai questo il padre riuscì a perdonarlo: la benedizione divenuta maledizione. Non era più Peramore: diseredata, fu gettata fuori di casa e non gli fu concesso il perdono, dopo che le vie e le piazze ridevano di Concessa: “ Di nome e di fatto. Proprio Peramore!” si disse e si rise di lei e della famiglia.

I mesi passarono e il grembo cresceva, ma questa volta sì, per amore, per amore di colui innocente, se lei si era concessa ed era una poco di buono, ma pur sempre per amore.

I mesi passarono davvero alla svelta e una sera d’estate i dolori del parto la colsero all’improvviso e senza ricovero. Il bimbo nacque svelto pure lui, sebbene dietro una siepe che coronava la maternità di Concessa, resa ancora più bella di quanto mai lo fosse stata.

Neanche gli abiti logori che indossava erano riusciti ad adombrarne il volto e lo sguardo, lo sguardo di un Peramore: “ Tutta su nonna” infatti le dicevano. E anche adesso che quel seno turgido usciva da una camicia sporca e strappata era ancora Concessa Grazia Peramore.

Ritrasse il seno quando delle moto si fermarono e dei passi pesanti di uomini si avvicinarono a quell’improvvisata culla. Erano tre: uno con jeans e canotta bianca che faceva risaltare il fisico statuario; uno vestito di nero con la faccia d’angelo e un nero cappello militare, mentre il terzo indossava, sul torso muscoloso, villoso e nudo, una leggera pelliccia di lupo.

Ridevano e parlavano ad alta voce, anche loro nascosti agli eventuali sguardi di occhi calati oltre la siepe come i loro pantaloni.

Vezzeggiavano la loro virilità tastandosela a vicenda e baciandosi sulla bocca avvinghiati, forse per amore, perché l’amore fu il ratto, tra gemiti di piacere e ululati.

“Salutate il capo!” disse quello con la pelliccia di lupo mettendosi il cappello sul membro e così gli altri due si alternarono a quell’insolito alzabandiera, finché un fiotto coprì i loro occhi e le loro lingue.

Il bambino pianse e si fece silenzio tra loro. Si guardarono negli occhi. Non era l’Ordine: era un pianto adesso soffocato e, a un tratto, si udì anche l’intimazione delicata a un silenzio smarrito e impaurito perché scoperto.

Ancora nudi, ebbero di fronte un neonato, anch’egli nudo. Alla vista del sorriso inerme della donna s’inginocchiarono, per contemplare quella bimbo meraviglia di una serata insolita guidata dagli angoli bui del lungo viale.

Abbottonati di fretta, neanche avevano avuto il tempo di abbassare l’erezione. Forse per questo non ne persero, di tempo: trassero denaro; la leggera pelliccia e il cappello, quello dell’alzabandiera e se ne andarono saltando sulle loro moto.

Si udì forte: “Frociiii…!” e due si girarono e sfancularono. Il lupo, sebbene senza più la sua pelliccia, ebbe un brivido di caldo, per un attimo, e gli parve solo di udire un’eco lontana, perché nelle orecchie aveva ancora il vagito, mentre nel velo liquido dei suoi occhi galleggiava un’immagine in quel lungo arancione viale industriale di periferia che penetrava la notte, la quale aveva preteso il suo orgasmo.

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