Sex pen

Luca medico divide, sa incidere il tessuto storico d’Israele prima, di Roma dopo grazie a Erode che non a caso, se scritto, come attestato, Αρωδε, ha un valore ghematrico di 910, quando il 910/909 a.C. segna l’anno della divisione del regno davidico.

Segno, dunque, che il cristianesimo nella sua accezione storica nasce con l’opera di Luca che divide Roma facendo sì che la storia divenga manichea, bipolare, divisa: luce-tenebre; Cristo-anti e antecristo- fede e paganesimo e da ultimo civiltà e barbarie.

Sì perché Luca mutua la figura di Sansone, che non è solo forza bruta, ma è la Legge e la sua forza cogente, mentre in Luca tutto si affina e si colloca in un piano superiore di civiltà e quella stessa forza diviene forza intellettuale, dividendo di nuovo: un Antico Testamento e un Nuovo perché è con la “accurata ricerca” e il “resoconto ordinato” che promuove il Vangelo laddove nessun altro apostolo avrebbe potuto arrivare: la corte di Erode, ma poi anche quella romana.

Luca pagano conosce quel “mondo” perché ne era cittadino e sa quindi parlargli, quindi sa dire che il Vangelo non è solo “amiamoci”, ma ha anche una valenza culturale è cioè trasmissibile e condivisibile secondo i canoni della scienza e per questo diviene, con Luca, ricerca e ordine, requisiti scientifici a tutt’oggi insuperati.

Per questo motivo la sintesi migliore dei post sinora dedicati a Luca è che il divide et impera romano fu superato dal divide et converte lucano, perché quella stessa forza che era la logica di Roma, come dell’Antico Testamento, diviene forza di Parola, di predicazione che converte non opprime e neppure conquista, se questa avveniva quasi sempre manu militari.

Ma c’è ancora altro da aggiungere a Luca e lo aggiungo per una completezza che credo ben lungi dall’essere raggiunta, ma che in ogni caso ha dato un profilo diverso a un evangelista sconosciuto in fondo, che sa calarsi in un contesto vetero testamentario di primaria importanza: l’Esodo, quando si fuse, non a caso, il vitello d’oro, come Vitello “t’oro” e l’antropomorfismo di Lucano.

Ho riletto il passo in questione, cioè Es 32, quando il capitolo, per la logica che sottende e istruisce un’intera categoria del blog (versetti), richiama il ministero pubblico di Gesù -dunque non Cristo come abbiamo visto qui– avviato con il battesimo sul Giordano che ufficializzò, promuovendolo, il movimento che faceva capo a Giovanni, che aveva già divisa Gerusalemme tra coloro che accettarono il suo battesimo in acqua e coloro che rimasero all’ombra del tempio.

Nel 32 d.C., quindi, si mise mano alla carta bollata necessaria anche per i registri storici che segnarono l’avvento di Gesù, il quale con Luca fondò il cristianesimo, non più fenomeno di massa, ma storico, frutto di ricerca e ordine.

Nel capitolo 32 di Esodo tutto ciò si annuncia, perché è il capitolo -che invito a rileggere ai fini di una migliore comprensione- della divisione:

Non solo si mostrano le tavole della legge, esse stesse divise se due.

Non solo si parla di grido di “vincitori” e “vinti”, categorie di per se stesse divise.

Non solo si dividono recidendoli i legami di sangue e di amicizia.

Non solo si divide coloro che sono scritti nel Libro della vita e chi no.

ma anche si divide il popolo dell’Esodo, perché coloro che hanno adorato il vitello furono votati alla morte e nasce Giuda, regno in fieri che scriverà l’Antico e Nuovo Testamento e che darà i natali a Davide e a Gesù.

Vedete come quel vitello domina la scena? Già in Esodo, quindi, il simbolo è simbolo di divisione e le corna che ornano il vitello esodale e l’antropomorfismo sono davvero simbolo matematico un : cioè “diviso” e i semiologi credo che ora abbiano, nel vitello e nell’antropomorfismo lucano, una nuova pagina da scrivere, magari facendo ricorso a una matematica biblica che ha i suoi, non a caso, simboli.

Ma tutto questo, nella figura di Luca, quando avvenne? Per rispondere dobbiamo subito scrivere che noi sin da diversi anni affermammo che il Vangelo lucano subisce esso stesso un taglio, una divisione netta tra un prima e un poi nelle sue pagine senza una progressione, tipica di Giovanni (Pasque e cronologia interna).

Fino al capitolo 7, su 24, il termine “generazione” compare associato al dimostrativo “questo” e noi, essendo certi che γενεά non è un mero di padre in figlio, ma conta un preciso lasso di tempo (35 anni), deducemmo, a buon diritto, che lì inizia l’ultimo anno del ministero pubblico esauritosi nel 35 d.C. con la crocefissione.

Dal capitolo 7 in poi, quindi, siamo di fronte all’ultimo anno di vita di Gesù, cosa confermata subito dopo in Lc 9,44 in cui leggiamo che Gesù “sta per essere consegnato” e dunque ucciso. Quell’imminenza del calvario sposa alla perfezione quanto anticipato nel capitolo 7 dove “generazione” compare e sapendo che essa conta 35 anni è facile dedurre che siamo nell’anno 34/35 d.C., se Gerusalemme fu profetizzata distrutta da Gesù e quella generazione “non passerà” (Lc 21,32), perché 70 d.C.-35=35, il 35 d.C. che in un’ottica di datazione doppia, al fine di facilitare le cose, diviene il 34/35 d.C., ultimo anno di vita di Gesù.

L’anno 34 d.C. fu sì l’ultimo anno di vita di Gesù, ma segna un intero Vangelo non alla luce della Passione, come farebbe Giovanni, ma alla luce di un taglio storico che solo il medico, lo studioso Luca avrebbe potuto dare, perché è nella forma mentis dello scienziato cogliere il tratto saliente di un fenomeno e Luca lo era scienziato essendo medico, essendo dedito alla scienza che gli fruttò quella “accurata ricerca” e quel “resoconto ordinato”, cioè un referto storico, che ha fondato il cristianesimo, sino allora solo fenomeno di massa, né di corte, né di accademia, diremmo noi oggi cogliendo nel segno.

Non sembri un caso allora che le occorrenze di “vitello” siano 34 nella Bibbia, la quale testimonia, con un’occorrenza, il ruolo di un uomo divenuto simbolo di una fertilità storica frutto del fallimento della scienza con il caso dell’emorroissa, ma che ha saputo riscattarsi con luca divenuto sex symbol a causa di perdite emorragiche non risolte, è vero, nel 34 d.C., ma convertite in Vangelo: quello di Luca, quanto mai prolifico, però.

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