Luca, no iota. La scuola dell’arte


“Luciano”
William Faithorne


Quanto i Vangeli abbiano influenzato l’arte è domanda oziosa, ma non è ozioso chiedersi quanto l’arte abbia influenzato i Vangeli cambiando prospettiva.

Noi, nel nostro piccolo, già abbiamo offerto un esempio quando abbiamo scritto “Il grido vittorioso della carne” riportando una poesia americana, quella che riproporremo e che è l’unica, a nostra conoscenza, ad aver colto ciò che il “mondo” mai ha compreso, cioè che Quello sulla croce non era un uomo sconfitto, ma vincitore tanto che il suo grido è un grido di vittoria che solo un soldataccio dalle mille battaglie può cogliere nel clamore, perché quel grido è universale e annuncia sempre la vittoria.

Non ci fu mai una morte come questa

e io ne ho perso ormai il conto…

La sua battaglia non era con la morte.

La morte era sua serva,

non la sua padrona.

Non era un uomo sconfitto…

Sulla croce

la sua battaglia era qualcosa di molto più serio

che le lingue amare dei farisei.

No, la sua era un’altra battaglia…

Alla fine emise un alto grido di vittoria.

Tutti si chiedevano che fosse,

ma io ne so qualcosa di combattimenti e di combattenti.

Riconosco un grido di vittoria,

tra mille.

(F.ToppingAn impossible God)

Ecco quella vittoria che chiude la scena e la poesia, ma c’è un altra vittoria che l’arte ha cantato e che solo a prima vista non ha attinenza con i Vangeli, ma noi siamo artisti, “acrobati del giorno” e cogliamo quella vittoria aprendoci a una scena inusuale che nasce in Luciano di Samotracia, colui che si è attribuito un personaggio famoso (ma lo ha poi scippato?) che tutti conoscono: Filippide, che morì di crepacuore dopo aver corso da Maratona ad Atene pur di annunciare la vittoria, la quale fa di nuovo capolino legando non il centurione romano a Topping ma Luciano a William Faithorne,  pittore inglese che ha immaginato Luciano di Samotracia, rendendoci però certi, alla luce di Topping, che spesso l’arte coglie nel segno e nel sogno e noi ci svegliamo con un piacevole ricordo: quello della foto era Luca.

Siamo artisti, l’ho scritto, siamo poeti e scrittori e ci lega questo sentire perché l’arte, talvolta, non è ispirazione ma istinto, una caccia all’idea, all’intuizione e poi parte il colpo: la tela, la poesia, il racconto, la scultura e, ahivoi, il post, che vuoi farci!

Come niente puoi farci se un artista, io, vede in Luciano la massima espressione del omen nomen latino e tutto gli si “lega” in testa perché Luciano diviene Luca no iota, cioè Luca no Legge, Luca no Decalogo e non vuol dire che “fa quello  che vuole”, va oltre il senso comune che neanche è tale: è spicciolo, centesimo di moneta per poveri di spirito che non è buono neanche per l’elemosina: passi male.

Luca no iota riassume tutta la vicenda di un uomo, di Luca. Dottore. Istruito, di nobile famiglia, pagano certamente ellenizzato e dunque legato al giuramento di Asclepio, ma che incontra il miracolo: l’emorroissa che era sua paziente e sapeva, dalla cartella clinica, che era incurabile finché ella non sfiora il manto di Gesù taumaturgo, addirittura.

La potenza che Egli emana è ciò che rende Luca toro, potente come un toro perché ha creduto nella debolezza della scienza che ha toccato, anche lui, con mano, ma il risultato non fu come quello dell’emorroissa: lui si converte e fa sua quella potenza di miracolo: diviene un Toro e spacca il mondo, ma prima spacca il monolite ebraico, il ceppo del’ebraismo ritenuto inviolabile e che ha fatto d’Israele una delle terre più riottose con ‘sto Messia!

Con un colpo, fermo, sicuro e preciso il potere politico da una parte; il sinedrio dall’altra. Da qui la luce da una parte: le tenebre dall’altra: un mondo, Roma, diviso, proprio quello del divide et impera subisce il divide et converte lucano!

Luca abbandonò la Legge: Luca no iota scelse la misericordia che non è “fanno quello che vogliono e nessuno gli fa nulla”. No, è attribuire la Giustizia a Dio, certi che c’è perché “non gli fanno nulla” è la manifestazione più evidente dell’assenza dell’idea stessa di fede e ragione (fides et ratio) per un burattone da fiera di principio: chi sbaglia paghi sennò “così fan tutti”.

C’è un apoftegma nei Padri del deserto che costituirebbe agli occhi dei ragionieri della morale, apologia di reato non gravissimo, ma imperdonabile: la sodomizzazione di un bambino. Il Padre passa e assiste alla scena, ma non inveisce, non impugna il bastone da viaggio ma conclude subito: “Se Dio non lo incenerisce, perché dovrei giudicarlo io?” passando oltre, di ritorno alle sue palme.

Adesso, ragionieri, ditemi: deve pagare  anche Dio o trascinate in tribunale non solo i Padri, ma anche tutte le case editrici che li hanno pubblicati?

Luca no iota, ed è vero: c’è Dio e a noi piace pensare che quella foto sia di Dio, che ha ispirato William Faithorne affinché noi potessimo conoscere dal volto la grandezza di un uomo piucché quella di un apostolo: un gigante.

 

 

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