Quando Jack

La minuscola sala d’attesa aveva un paziente in più quella sera di giugno. Riviste spiegazzate, sedie di fòrmica multicolore e un vecchio radiatore a elementi di ghisa arredavano un pavimento a piastrelle azzurrine.

Due anziane signore parlottavano fitto fitto dando occhiate furtive al nuovo malato di cui sapevano solo che era un immigrato dell’Est che chiamavano Igor.

Viveva in una vecchia stalla fatiscente in compagnia di quattro cani, grossi e d’indole, ma che tutti ritenevano addestrati tanto da chiamarli “i leoni” per il loro stare immobili ai quattro angoli dell’edificio, ma abbaiando furiosamente se si avvicinava qualcuno.

Niente pigione per Igor che già aveva fatta la sua di prigione per furto e ricettazione, nonché risse e con queste inizia la sua storia perché immancabilmente ubriaco quando volavano i cazzotti e le sedie.

Inutile dire che nessuna delle due donne era al corrente della o delle patologie di cui pareva soffrire Igor, un pezzo d’uomo ritratto della salute e della virilità, se essa si esprime con la prestanza di cui abbondava, ma senza farne sfoggio.

Faccia lunga, fronte ampia, carnagione chiara, occhi azzurri, capelli mossi e castani su una dentatura lattea, unita a un fisico da atleta, lo rendevano veramente un bell’uomo, anche quando ciondolava in preda all’alcool, come quella sera che navigava su una sedia, ora qua a destra; ora là a sinistra: mai dritto sulla spalliera.

Non c’era da temere, però, perché per sua stessa ammissione lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma neppure toccarla una donna, cosa che ne faceva un gentleman forse addirittura d’altri tempi, quelli che battevano le pendole, come lui, ora qua, ora là su quella sedia, pendola lui stesso.

Il tempo passò in fretta, sebbene più in fretta fosse passato l’immancabile informatore scientifico che alla sua vista, alla vista di un fuorilegge fuorisedia passò prima del suo turno, che le rogne lui le curava, ma non le voleva.

Venne anche il turno di Igor che fece fatica ad alzarsi, tanto che cadde quasi in avanti e, appoggiandosi a un’altra sedia, fece un rumore tale che il dottore uscì di corsa dall’ambulatorio per prestare soccorso.

“”Cosa succede?” esclamò prim’ancora di superare la scrivania.

“Niènte dotore, niènte. Per poco cadere” rispose Igor ridendo sonoramente da ubriaco.

Il dottore dette un sospiro di sollievo che risollevò anche la sua pazienza, già messa alla prova da una ventina di pazienti anziani e tra sé disse che quella sera ci mancava proprio il gran finale: l’ubriaco dell’est che non bastava Furia.

“Venga, si sieda che si sentirà meglio” disse prendendolo per un braccio, lui che nemmeno era la sua metà, cosa resa ancora più evidente da un pallore e una magrezza stempiata con cui lottava ricorrendo a un riportino, mentre una barbetta incolta pretendeva d’ingannare l’occhio, sebbene rada e biondiccia.

“Allora, quanti bicchieri?”.

“Due dotore, due bottiglie. Whisky”.

“Olà, non ci siamo fatti mancare nulla se anche di marca”.

“Jack dotore, il vechio Jack” disse aprendosi alla seconda sonora risata che mostrò tutta la sua bianchissima dentatura.

Il dottore avrebbe voluto mettersi a ridere, ma si astenne subito dopo aver abbozzato un sorriso e, piegando la testa a sinistra per non farsi notare troppo, riprese la serietà professionale.

“Ma io dotore non qui per Jack”.

“Per sua moglie allora? Non ci credo” lo interruppe sorridendo il dottore.

“Ah-ah-ah, no dotore, io non moglie io…” disse alzandosi a stento scostando la sedia e correndo nuovamente il rischio di cadere “Io, vede…” e stese le braccia a volo d’uccello, stringendo le ginocchia, lungo e dritto come un palo.

“Ecco io così!”concluse lucidissimo, fermo, dritto e immobile su una gamba sola e le braccia perpendicolari al corpo tanto da formare alle ascelle un angolo di novanta gradi perfetto.

Poi ruotò i polsi in senso antiorario, dopodiché fletté gli avambracci fino a toccarsi le spalle: ora la destra, poi la sinistra e tutto in perfetto equilibrio, cosa che lo faceva somigliare a un ginnasta o a un pugile stando all’ultimo movimento: la rotazione della testa come a sciogliersi i muscoli del collo prima del match.

Mai barcollò, sebbene quei movimenti, specie su una gamba sola, avrebbero fatto perdere l’equilibrio a un ventenne sobrio.

Il dottore aveva assistito a tutta la scena e da ultimo si strinse il volto e la rada barba con la mano sinistra, per poi mordersi il labbro inferiore in un moto di riflessione stupita.

“Da quando Igor?”.

“Io sempre, sempre così quando sbronzo, quando Jack!”.

“Bah, di solito l’abuso di alcool fa perdere l’equilibrio, mentre tu lo acquisti. Ho capito bene?” chiese il dottore.

“Sì dotore, sì. Io in equilibrio quando Jack” rispose Igor.

“Hai mai fatto visite specialistiche? Sai, il tuo potrebbe essere un caso scientifico interessante. Personalmente mai ho avuta una notizia simile, men che meno ho assistito a un performance simile da parte di un ubriaco. Che ne diresti di farci degli esami?”.

“Bène dotore, bène. Fare esami. Posso adesso sedere?” chiese educatamente Igor.

“Certo, certo scusami se ti ho tenuto così scomodo…oddio, stai bene così però…” disse ridendo il dottore che subito mise mano al file delle impegnative e vergò tutta una serie di esami, molti per la verità, che il caso lo incuriosiva.

“Li ho prescritti urgenti, vedrai che tra un po’ di giorni ti chiamano. Fatti trovare pronto, ma non ubriaco, per favore!”.

“No, no niente Jack dotore. Parola!” e così fu perché mai, nonostante una decina d’esami, si presentò ubriaco.

Neppure quando, risposte alla mano, tornò all’ambulatorio per conoscerne l’esito che fu ottimo: sano come un pesce, anzi, sano come Igor.

Il dottore alla fine della lettura dei referti, si strinse il mento con la mano, aprì bene gli occhi e sospirò, concludendo il tutto con una smorfia di dubbio

“Qui Igor va tutto a meraviglia, non saprei dirti. Che ne diresti se, accompagnandoti, ti portassi da uno specialista, un luminare sui disturbi dell’equilibrio intendo, bada bene, che poi…che vuoi disturbare se sbronzo sembri un ginnasta…boh!?” esclamò di nuovo il dottore per poi aggiungere: ““Che fai Igor, vieni o no a Milano? M’interessa il caso, Igor, m’interessa davvero per questo ti accompagnerei”.

“Bène, bène dotore vengo. Io pagare il viaggio”.

“Lascia fare, rimettiamo tutto al Sistema Sanitario. Il modo lo trovo. La scienza ha un prezzo, caro Igor!” replicò il dottore per poi aggiungere “Ti chiamo io per comunicarti il giorno della visita, dammi il numero di cellulare e fatti trovare pronto ma…un po’ sbronzo che sbronziamo..ma che dico, sbrogliamo la faccenda”.

“Ah-ah-ah-aha dotore sempre Jack allora! Due giorni, quattro bottiglie ah-ah-aha” gridò entusiasta Igor alla proposta che non avrebbe potuto essere più piacevole.

“Mi raccomando: che rimanga tra me e te. Andiamo in macchina e guido io, d’accordo?”.

“Sì dotore. Lei chiama, io bevo e lei guida ah-ah-aha!”.

“Ci vediamo, allora”.

“Sì, buonasera dotore”.

Grazie al fatto di essere colleghi e a qualche conoscenza, nel giro di una settimana la visita ultra-specialistica fu possibile e partirono per Milano, non dopo però aver fatto il pieno all’auto e a Igor, il quale non esagerò e ricorse a una sola bottiglia di Jack prima del viaggio certo, però, in virtù di quell’esperienza che solo la strada sa insegnarti, che la seconda e magari la terza l’avrebbe offerta lo specialista e pure una riserva: un “Old”, addirittura.

Il viaggio fu veloce e silenzioso nonostante che Igor scoppiasse in sonore e immotivate, per il dottore, risate.

All’autogrill, Igor fece conoscenza con un gruppo di ragazze straniere in gita, le quali non gli tolsero gli occhi di dosso, specie quando notarono la proporzione tra le sue spalle e i suoi glutei che lo rendevano, ai loro occhi, una meraviglia.

Dette loro un’ultima occhiata dalla porta a vetri che le rifletteva e si voltò per un dispiaciuto occhiolino da quell’avanzo di galera che aveva fatta l’ennesima strage, perché lui poteva uccidere cinquanta uomini, ma conquistare cento donne.

La clinica era in centro e si avvalsero della metropolitana per giungerci e poco dopo già erano a colloquio con il dottor Toni, luminare internazionale sui disturbi dell’equilibrio, ma che stavolta avrebbe dovuto affrontare il primo caso della sua vita: l’alcool come sostanza non solo coadiuvante al suo miglioramento ma, i quel caso, capace di renderlo addirittura miracoloso.

Il medico condotto illustrò il caso con Igor silente, mostrando tutti gli esami fatti che Igor, ubbidiente, aveva portati con sé. Dall’anamnesi non risultò niente, così come niente aveva refertato il medico curante, per cui si procedé a una serie di esami specialistici ad hoc che si avvalsero del contributo di tutta l’equipe interna e, telefonicamente, esterna.

Da ultimo si decise di osservare il fenomeno ocularmente e si ordinarono al bar dei liquori di cui fu chiesta non solo la preferenza, ma anche l’uso abituale.

“Jack, solo Jack dotore” disse Igor allo specialista e così ne arrivarono tre bottiglie “Old” che Igor scolò senza l’uso del bicchiere, come suo solito e come gli era stato consigliato di fare.

Già dopo la prima bottiglia, digiuno e con i fumi di quella casalinga, Igor divenne loquace parlando del più e del meno.

Poi, alla seconda, dopo circa una mezz’oretta, si alzò e barcollava un po’, ma fu alla metà della terza bottiglia che l’equilibrio fu perso e ciò lo costrinse ad appoggiarsi ora al medico curante; ora allo specialista e, infine, a un infermiera a cui dette un bacio sulla guancia, facendogli poi l’occhiolino, il secondo in poche ore.

“Ecco, adesso Dottor Toni, adesso! Guardi! Igor fermo!” gridò il medico condotto.

Igor, rimanendo sul posto, strinse le ginocchia, allargò le braccia e si mise su una gamba sola rivolto all’intera equipe che guardava sottecchi, uno a uno, facendosi da sinistra per poi giungere a destra della fila e viceversa.

Roteò i polsi in senso orario e antiorario, fletté prima l’avambraccio destro sino alla spalla, poi il sinistro e, sempre su una gamba sola, sciolse i muscoli del collo come un pugile al primo round. Tutto questo su una gamba sola e un’espressione lucida, ferma impenetrabile che andava da una parte all’altra della fila di dottori che aveva davanti.

Lo specialista, come suo solito quando concentratissimo, fece vagare la lingua su tutto il palato e chiuse il pugno sinistro facendo strisciare ritmicamente il pollice sull’indice.

“Scenda…voglio dire torni su due gambe” ordinò a Igor.

Igor obbedì e la conseguenza fu un ciondolare ubriaco senza freno, tanto che dette il secondo bacio all’infermiera che, divertita sorrise con gli occhi dolci.

Poi Igor scolò l’ultima metà della terza e ultima bottiglia, mentre i dottori discutevano tra loro senza rendersi conto che Igor aveva già preso appuntamento con la signorina.

L’equipe non fece passare molto tempo per esprimere un primissimo giudizio, ma prima ancora chiese di nuovo a Igor di riprendere l’assetto precedente, cosa che Igor fece volentieri e tutto da capo, tranne aggiungere l’incredibile: un surplace su una gamba sola, alternando sinistra e destra ritmicamente a braccia divaricate ruotando, ovvio, i polsi in senso orario e antiorario, flettendo, poi, gli avambracci sino alle spalle e roteando le pupille anch’esse in senso orario e antiorario.

L’intero personale rimase allibito: tre bottiglie di “Jack Old” e tutto in perfetto ordine nel disordine, se non addirittura nel caos dell’ubriachezza, nonostante un esercizio estremamente difficoltoso persino per un ginnasta professionista!

Il parlottare dei medici, dopo di ciò, si fece fitto e irritato, a volte giunse a essere nervoso, perché le ipotesi di studio potevano essere tutte e tutte sbagliate, ma un soluzione doveva esserci: mai era esistito un presidio farmacologico col nome di “Jack Old l’impassibile” che permetteva l’impossibile!

Si decise un ultimo esame del sangue per valutare il tasso alcolemico e il metabolismo, ma tutto indicava una sbronza colossale che faceva ripartire le ipotesi nuovamente da zero.

Per un paio di ore, dopo tutti gli esami possibili, l’intera clinica fu piegata alla sbronza di Igor, ma poi dovette cedere, cedere professionalmente e personalmente perché incapace di giungere a una diagnosi sensata che non apparisse essa stessa ubriaca.

Erano tutti in fila ed erano sei, sette con l’infermiera che aveva assistito divertita ed eccitata; e come accadeva durante la leva, il caso obbligò al passo in avanti. Lo fece il luminare che chiuse l’argomento con il discorso di resa.

“Mi scusi, mi dice per favore come ccazzo fa?”.

“Aha-ah-ah-aha” rise fragorosamente Igor ripetendo daccapo tutto quanto l’esercizio ma cambiando l’espressione del volto, che si fece serissima, come quella di un maestro che ripete una lezione non compresa dagli studenti, sebbene due esempi, tanto che le figure e gli esercizi furono così lenti che sembravano mimati.

“Capischi?”chiese Igor su una gamba sola, le braccia aperte e, stavolta, le palme aperte e le dita divaricate come per quasi un “dammi il cinque” tra amici davanti agli occhi dell’equipe .

“Tu, capischi?” chiese di nuovo Igor rivolto al luminare.

Il luminare aggrottò le sopracciglia, inarcò le labbra e appena appena accennò un no muovendo la testa calva e bassa, al che Igor “scese” per barcollare di nuovo e di nuovo abbracciare l’infermeria ormai sua.

Dopo la dimissione di Igor, per giorni il luminare rifletté sul caso e riuscì a stilare una relazioncina, ma promettendosi, però, di pensarci ancora un po’ su sull’opportunità di proporre il caso all’attenzione della comunità scientifica.

Le due paginette che aveva scritte al computer necessitavano della sua firma in calce e la vergò. Prima il nome per esteso; poi passò al cognome, ma qui ebbe una pausa a metà parola, quasi l’ultimo estremo tentativo di capirci qualcosa.

Rimase per una decina di secondi con la stilografica in mano, puntata sull’ultima lettera scritta, poi si grattò il mento con l’altra mano; incurvò le labbra per un’invenzione a  dei pensieri e sgranò gli occhi, per poi scrivere di fretta le lettere mancanti al cognome come per uscire da quel tunnel buio d’ipotesi.

Inserì la relazione stampata in una cartella contenuta in un cassetto della scrivania che aveva la chiave. Chiuse quel cassetto e chiuse la faccenda per riprendere, oltre la porta dello studio, il suo solito equilibrio, pardon, aplomb.

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