Barbemolli

Buon giorno Dottor Scalfari,

non ho dimenticato il suo “filone di pane”, sebbene un po’ di lievita sia passato, ma lo sa meglio di me: rem tene verba sequentur, cioè fai salvo il concetto e il resto viene da sè, sebbene perda di vigore.

C’è un passo nel Vangelo (uno dei tanti, beninteso) in cui l’esegesi si è accapigliata ed è Gv 6,51-70 (70 come i discepoli di Lc 10,1),  cioè “chi non beve il mio sangue e non mangia la mia carne” che la scuola sessantottina, quanto mai miope qui, anzi, cieca, cieca del tutto, ha ridotto a un esempio di antropofagia, per un’antropologia culturale che dissemina enormità sulla neve, certa che reggerà.

Quella stessa antropologia che fa dei cristiani degli antropofagi, se si comunicano, dimenticando che chi comunica certe cose è invece sciocco, cioè comunicato sì, ma senza sale, e gettato nelle strade, cioè nelle aule, vie della “comunicazione”.

Quando e come accadde che di fronte a quel sangue da bere e quella carne da mangiare quasi tutti se ne andarono? Erano di ritorno, se non vado errato, ma più importante è scrivere che erano 70 e ne rimasero 12, cioè se andarono in sessantotto. Curioso, non trova?

Non trova curioso che quell’antropologia che, come sessantotto, li caratterizza perché metodo sublime per conoscere ciò che ci fa conoscere, la cultura cioè, si leghi meravigliosamente bene a quei sessantotto che se ne andarono di fronte a un rito certamente cannibale?

Sì, è curioso, curioso davvero tanto che ti vien voglia di capire perché presero cappello e gridarono: “Giammai!” che molti di noi son vegetariani, tra l’altro. Eppure è così: chi non beve il mio sangue e non mangia la mia carne non può seguirmi, non ne è degno: se ne vada, ch’è meglio.

E’ meglio perché quel sangue da bere e quella carne da mangiare ci parla di un uomo morto, prima ucciso e poi consumato, cioè di un Cristo che è sì vino, ma a tutto pasto, un “Pianti”.

Dunque quel Messia non è che debba, vuole morire, ma noi sessantotto, non siamo qui per questo, noi vogliamo “incidere la realtà”; noi nella Fuga in Egitto vediamo la fuga dalla realtà e non un progetto di-vino; noi siamo armi in pugno, noi siamo la P68 e quel leader non lo vogliamo.

La storia, noi, la facciamo, “La storia siamo noi” e non ci adageremo su un altare sacrificale come un agnello da immolare che muto si presta ai suoi macellai (At 8,32). Noi grideremo nelle piazze!

Non ci interessa il progetto di-vino che ciò esige, c’è una storia umana ben più importante da compiere e non berremo il Tuo sangue; non mangeremo la Tua carne perché divoreremo i nemici di classe, affinché il popolo si riscatti e non fumi il Tuo oppio, sebbene Tu abbia rifiutato persino l’aceto.

Se tu sei il Cristo, sappi che noi eleggeremo il Che, Lui sì che è il nostro Messia, pure Lui morto, ma armi in pugno e il suo altare è stata un’operazione di guerriglia e ha persa la vita, non l’ha crocefissa con il collo torto dei santini.

Il Che, infatti, è Ξή vedi? vedi che “vale il” ’68? lo conferma il greco, quel greco filosofo e dei filosofi il cui pensiero incide la realtà, non fugge in Egitto ma rimane in Piazza e intona “El pueblo unido” e del tuo altare sacrificale, dove pretenderesti che pure noi ci adagiassimo passivi, ce ne facciamo un baffo, anzi, una barba che se dobbiamo dirtela tutta, a te preferiamo Bar(ab)ba il sedizioso, ma non sedizioso, sedizioso (Lc 23,25): rivoluzionario proprio!.

Eravamo con te, certo, come certo è che nasciamo in te, ma adesso le nostre strade si separano “perché il tuo linguaggio è duro” e noi siamo Barbemolli.

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